Blue Whale: storia di una psicosi

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Tirando le somme

Quindi, in definitiva, cosa ne sappiamo? Sicuramente non conosciamo l’origine della storia: c’è chi pensa che tutto abbia origine da Budeikin, e che le sue vittime siano state molte di più di quante accertate dalla polizia; per ora, però, non esistono prove a riguardo. Nel caso, si sarebbe trattato di un ragazzo annoiato che ha creato un gioco poi sfuggitogli di mano (nonostante l’arresto di Budeikin, la storia sui social network russi è più viva che mai).

Il reportage di RFE ipotizza invece che la leggenda si sia particolarmente diffusa grazie alla destra russa, come una sorta di favola contro il “lato oscuro del web”, contro cui chiedere controlli e restrizioni. Una storia ingigantita grazie alla politica e arricchita sempre più di particolari, con il crescere della popolarità. Altri articoli, come quello del Corriere della Sera, ipotizzano una derivazione dai creepypasta (racconti dell’orrore piuttosto popolari su forum e social network, praticamente l’equivalente digitale delle storielle horror da campeggio).

Va detto, comunque, che gruppi che parlano di suicidio sulla rete sono sempre esistiti: molti cercano di dissuadere i loro membri dal commettere il gesto estrermo, altri servono a mettere in contatto persone che stanno lottando contro gli stessi pensieri negativi. In pochi sfortunati casi può capitare invece che una persona che ha pensieri di morte si imbatta in qualcuno che invece di aiutarla la incoraggi, o addirittura che alcuni individui si coalizzino per fare cyber-bullismo nei confronti delle persone più deboli.

Blue Whale fornisce ai primi una narrativa in cui i loro pensieri suicidi possono avere un’aura di “normalità”, e ai secondi una possibilità di dar sfogo alle proprie frustrazioni tormentando persone in difficoltà. Insomma, quello che sta succedendo in Russia è quello che i folkloristi chiamano tecnicamente “ostensione”: la spinta a “mettere in scena” quella che inizialmente era solo una leggenda metropolitana, comportandosi secondo i dettami della stessa; un fenomeno niente affatto raro, basti pensare alle persone arrestate per essere effettivamente andate in giro vestite da clown dopo la diffusione della leggenda metropolitana dei clown minacciosi.

Ma non è detto che “curatori” e “giocatori” vogliano davvero andare fino in fondo: l’esperimento di RFE dimostra che, per fortuna, da parte di un aspirante suicida non è poi così facile mettersi in contatto con una persona veramente intenzionata a manipolarla. La preoccupazione di genitori e insegnanti è comprensibile, ma bisognerebbe comunque ricordare che, per ora, di morti accertate per Blue Whale non ce ne sono state (non c’è quindi motivo per farsi prendere dal panico, soprattutto se i propri ragazzi non frequentano social network russi). Ma è possibile che, se la voce continuerà a diffondersi, prima o poi qualcuno trasformerà sul serio in realtà quella che per ora ha ancora i contorni della leggenda metropolitana. Anzi, proprio per questo, forse sarebbe il caso di smettere di alimentarla.

Estratto da queryonline di Sofia Lincos

Articolo completo su http://www.queryonline.it/2017/05/18/blue-whale-storia-di-una-psicosi/

Di Luna

Giornalista pubblicista, ha condotto giornali radiofonici. Attiva nel mondo delle associazioni di stampo culturale, parla 6 lingue. Fervente antirazzista e femminista è blogger di AFV dal 2012

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