Settembre 23, 2020

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Mosul, l’Italia in prima linea contro il califfato

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Mosul, l’Italia in prima linea.

Francesco Cecchini

Diga di Mosul, protetta militarmente.

Segni inquietanti di terrorismo appaiono un po’ ovunque. Il Califfato è lontano dall’ essere sconfitto, anzi. Colpisce in Europa, ultimamente a Londra e Parigi, e per la prima volta lo scorso mercoledì 7 giugno ha compiuto il suo primo attentato a Teheran, Iran. Uomini armati e suicidi hanno attaccato il Parlamento iraniano e il mausoleo di Khomeini, il fondatore della Repubblica Islamica, situato a circa 20 chilometri a sud della città. Presso la sede del Parlamento, quattro persone hanno lanciato l’attacco, uno dei quali ha innescato un esplosivo contenuto in una cintura esplosiva. Le forze di sicurezza hanno preso d’assalto i terroristi che si trovavano ai piani superiori del parlamento. I deputati hanno mantenuto il sangue freddo e continuato la sessione. Nel mausoleo di Khomeini, due terroristi, tra cui una donna, si sono fatti esplodere all’esterno dell’edificio. Questi due attacchi hanno ucciso tredici persone e ferito una trentina; il bilancio non è definitivo. Questi due attacchi quasi-simultanei contro siti simbolici sono senza precedenti nella capitale iraniana. Secondo il Ministero dei servizi segreti, un altro gruppo di terroristi è stato neutralizzato prima che possano agire. Il loro piano era quello di attaccare la presidenza. Iran e Il Califfato sono nemici giurati. Il Califfato, il primo marzo scorso, aveva fatto circolare un video affermando che avrebbe conquistato l’Iran e proclamato uno stato musulmano sunnita. L’Iran è il primo paese della regione che entrò in guerra contro Il Califfato, aiutando il governo iracheno contro i jihadisti, in Irak.                                                                              A proposito di Iraq, Mosul doveva diventare la Stalingrado del Califfato, ma non lo è ancora. L’offensiva per la conquista della città controllata dal Califfato non procede come previsto. La resistenza dei jihadisti è dura e ora è concentrata nella  città vecchia. Alla fine di maggio, le forze curde e irachene impegnate nella battaglia avevano avuto circa 980 soldati morti e oltre 6000 feriti. In alcuni scontri le perdite sono arrivate al 50% degli effettivi. Queste difficoltà hanno reso necessario un maggior intervento delle forze alleate, coordinato dal Comando americano per il Medio Oriente (Centcom) che distribuisce le risorse e assegna i compiti. Il Centcom addestra le truppe irachene schierate sul fronte  sud di Mosul, ma ultimamente   ha  messo in campo un centinaio uomini delle forze speciali con funzioni operative. All’inizio di maggio il sottotenente della 82nd Airborne Division Weston Lee è morto durante un pattugliamento nella periferia della città; è secondo militare americano morto dagli inizi della battaglia per la conquista di Mosul. L’Italia ha un ruolo importante nella lotta contro Il Califfato. I militari italiani non combattono direttamente, ma conducono ormai da tempo operazioni decisive. Addestriamo le unità curde a Erbil, le portiamo in prima linea, e poi le consigliamo su come combattere il nemico, prima e dopo gli scontri. A meno di 10 chilometri dalla prima linea di Mosul sono dislocate squadre dei corpi speciali presso il Comando avanzato della divisione di reazione rapida irachena, che sostiene l’assalto da sud. I militari sono del 9° reggimento d’assalto paracadutisti Col Moschin, dagli incursori del Comsubin della Marina e dai commando del 17° stormo dell’Aeronautica.  Inoltre vi sono carabinieri del Gruppo intervento speciale che a Baghdad svolgono un lavoro di addestramento delle forze dell’ordine nella prospettiva che Il Califfato sparisca da Mosul. Viene fatto anche lavoro di intelligence con  i droni sugli obiettivi o con caccia che decollano dal Kuwait. Il contingente italiano, composto da 1500 militari, impegnato in Iraq è secondo solo agli americani come numero di uomini.                                                                             Di questo contingente fanno parte i militari impegnati a proteggere la diga di Mosul dove lavora l’impresa italiana Trevi. La task force Praesidium ha il compito di difendere la diga di Mosul che si trova a una cinquantina di chilometri dal centro della quasi ex capitale del Califfo. Sono 500 i bersaglieri che garantiscono la sicurezza della diga, lunga 3 chilometri, e di 2400 civili, compresi moltissimi italiani, che vi lavorano per ripararla. Le postazioni sulle colline sono trincerate, vi sono missili anticarro dietro sacchetti di sabbia. I militari italiani sono integrati da forze di sicurezza irachene e da peshmerga curdi che operano all’esterno della diga. La diga di Mosul è la seconda più grande in Medio Oriente, fu voluta da Saddam Hussein nel 1981 e venne chiamata Saddam Dam. Ha grave problema grave: diga fu costruita su gesso solubile in acqua.

Il link con un articolo che racconta la problematica della struttura è il seguente:

http://contropiano.org/documenti/2016/04/29/diga-mosul-geologia-geopolitica-078438

L’azienda italiana Trevi, con la quale il Ministero delle Risorse Idriche ha firmato un contratto nel dicembre del 2016 per 273 milioni di euro, ha lavorato a riparazioni della diga di Mosul negli ultimi 8 mesi, circa. L’ ISIS che l’aveva conquistata nel diga nel 2014 non aveva più eseguito le necessarie riparazioni a problemi di fondazione e difetti di progettazione. Una volta riconquistata dai curdi la preoccupazione principale è stata un crollo della struttura, con un oceano d’acqua che avrebbe sommerso Mosul e colpito anche Baghdad. In questi mesi sono stati raggiunti da Trevi dei risultati tecnici positivi. Per la prima volta in 12 anni le paratie della diga sono state aperte e l’acqua dell’invaso ha potuto scorrere.

Nel gennaio 2016, il Ministero delle risorse idriche ha firmato un contratto di 273 milioni di euro con una società italiana per effettuare riparazioni, che, nonostante il successo tecnico delle paratie, non sono ancora completate. I lavori di iniezione continuano, le rocce delle fondazioni sono inclini alla dissoluzione a causa della circolazione dell’acqua; vi sono 24 sinkholes nell’invaso della diga che la rendendone vulnerabile alla pressione dei flussi d’acqua.

Ma i problemi non sono di natura tecnica, Trevi è un’impresa leader mondiale in ingegneria del suolo. Sono di natura politica, perché il contratto scade alla fine dell’anno, ma il governo di Baghdad non ha ancora deciso il rinnovo, frustrando insieme Roma e Washington. Probabilmente il Ministero delle Risorse Idriche iracheno pensa che può continuare i lavori in autonomia senza Trevi. Da notare che i lavori appaltati a Trevi sono circa un decimo di quelli stimati necessari per la riparazione della diga.

Innanzitutto, però, vi è un seria questione di sicurezza. L’Italia per il suo ruolo militare in Iraq è, come l’Iran, un nemico del Califfato, che come ha colpito l’Iran può colpirla. Inoltre l’obiettivo è a portata di mano: la diga di Mosul. Le bandiere nere sono appena a 12 chilometri sulle montagne di Badoush, che si stagliano all’orizzonte. Il Califfato sembra abbia scavato un tunnel hanno scavato tunnel e negli ultimi mesi, ottobre 2016, non sono mancati lanci di razzi o colpi di artiglieria contro la diga. Inoltre, oltre il pericolo di un attacco diretto, vi sono le centinaia di lavoratori locali che ogni giorno entrano ed escono dalla diga. Tutti vengono sottoposti a rigorosi controlli, ma in Iraq spie o quinte colonne possono annidarsi ovunque.