Settembre 28, 2020

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Un giorno qualcuno si è svegliato e ha deciso di donare ai romani un albero.

“Che da oggi, con quest’opera, avranno uno spunto di riflessione in più – commenta lo scultore autore dell’opera  Giuseppe Penone – con un intreccio di antico e contemporaneo che li stupirà”. Questo, “anche grazie ai materiali utilizzati – aggiunge il critico Gioni – legati alla storia della cultura che l’artista ha iniziato a usare sin dagli anni Settanta, ma che rievocano una natura viva”.

A onor del vero non si tratta di una novità, date le sculture di Pomodoro e Consagra ed altre che da anni sono posizionate in modo da “sorprendere” i romani che troppe ne hanno viste nel corso dei secoli per stupirsi. Per non parlare dell’EUR che ancor oggi è uno dei pochi esempi  di opere realizzate e riuscite nei loro intenti di progettazione cosa che non si può dire di altre nate da  progetti recenti di rinomati e celebri personaggi.

I romani, si sa, hanno l’abitudine al verde : Villa Borghese, Villa Doria Pamphili, Villa Celimontana, Villa Torlonia, Villa Ada, i Parchi archeologici e suburbani, Villa Paganini, il Lungo Tevere che accompagna il Fiume in una miriade di anse lungo tutta la città, i grandi viali alberati e, tuttavia, quel che i romani non hanno è l’abitudine al rispetto del verde anche perché da molti e molti anni chi li ha governati non li ha aiutati in questa abitudine al rispetto. L’erba e lo sporco sono cresciuti in maniera esponenziale. Il verde è indietreggiato, inorridito, lasciando il posto ad ogni genere di lerciume : quello che il turismo giovane, in genere appartenente al gentil sesso, lascia sciaguattando negli zampilli delle fontane, incurante delle norme che al paese loro osservano rigorosamente anche perché, sempre al paese loro, le suddette norme sono rigorosamente fatte osservare; l’altro turismo, quello maschile per intenderci incluso quello meno giovane, batte un buon crawl sempre nelle fontane favorendo il risparmio di una camera con bagno. I romani ammirano le rotondità e il ritmo del crawl e fotografano per pubblicarli in tweet. Ogni tanto qualcuno fra coloro che sgovernano Roma ha un pigro risveglio e detta qualche norma di divieto con relativa pena pecuniaria che, di fatto, non cambia nulla e si continua a fotografare e digitare su tweet qualche foto che illustra lo scempio e la mancanza di rispetto per il genio degli artisti che quelle fontane hanno ideato e creato. Tralasciamo i bivacchi nei luoghi meno appropriati che hanno molto in comune con quelli dei vituperati campi rom. Abbandonati e gli uni e gli altri alla sporcizia, alle male abitudini e all’assoluto disinteresse.

Roma ha tanti di quei secoli addosso di Barbari, Barberini (quod non fecerunt Barbari fecerunt Barberini, più o meno), vandali, corruttori e corrotti, Enea, Romoli e Remi, Giuli Cesari, Bruti, Bonaparti, Savoiardi, Borboni, Guglielmi col chiodo in testa, e Ceccobeppi, sognatori, disillusi da una serie di repubbliche finite come si sa (omissis….) che continua a stare a guardare pensando a quando qualcuno o qualcosa glieli scrollerà di dosso per dar luogo alla stessa mai finita catena. A petto dei passati, questi attuali piccoli litiganti non sono nemmeno capaci di produrre un terzo  incomodo.

Ridono gli occhi di Roma dal Colosseo, mostrando i denti superstiti delle colonne dei Fori levandosi caccole dal naso della colonna Traiana grattandosi via dalle orecchie dell’Isola Tiberina il cerume.

Ed ecco che spunta il mecenate privato attuale che su consiglio di qualcuno, decide che è il caso di regalare un albero a Roma. Anzi due : di bronzo, 18 e 9 metri e fra i rami spunta un blocco di marmo scolpito di ben 11 tonnellate, simbolo della  riappropriazione della natura  con le sue Foglie di pietra, di una parte della città.

A Largo Goldoni.

Vicino alla propria sede imprenditoriale.

E un altro ancora all’EUR.

 

Davanti ad un’altra propria sede imprenditoriale.

Il nome dell’esposizione è Matrice.

Si tratta di opere destinate a far parte del tessuto della città. Un innesto moderno, una struttura di legno e ferro e cemento da una parte e foglie di pietra accanto ad altro legno ferro e cemento.

L’artista è Giuseppe Penone : una sua esaustiva esposizione si è avvalsa della struttura del Mart di Rovereto, un anno fa, per mostrare le tre sezioni di un albero snodarsi per tutta l’altezza dello spazio museale. Il che ha reso l’architetto che ha ideato lo spazio aperto del museo che circonda le scale, molto soddisfatto.

 

 

 

E foglie e tronchi e altri oggetti esprimevano i concetti dell’arte povera (?) dello scultore.

 

 

Più che arte povera è concettuale. L’albero che continua a crescere in ogni sua parte ad eccezione di quella dove è stato inserito un braccio di metallo, ne è un esempio.

 

 

E’ importante, secondo il pensiero di Penone, «Gli alberi ci appaiono solidi, ma se li osserviamo attraverso il tempo, nella loro crescita, diventano una materia fluida e plasmabile.”

“Prolungando il naturale ciclo di vita dell’albero, e sotto lo scalpello di visionari, possenti tronchi e rami intricati diventano sculture viventi. Così querce e sugheri, faggi e palme vittime di calamità naturali o di malattie, tagliati per far posto a nuovi edificati o senescenti nelle aree forestali sono materiale grezzo per opere artistiche metafisiche, come quelle di Penone e Nash. Cangianti, perché variano impercettibilmente nel tempo con il torcersi e il flettersi del legno fresco; effimere perché si degradano inesorabilmente a causa della materia di cui sono fatte. Le fibre degli alberi cambiano a seconda della specie e delle località in cui crescono: l’aria, l’acqua e il vento ne definiscono caratteristiche uniche per ogni esemplare.

L’indissociabilità tra natura e arte accomuna l’artista piemontese a David Nash, scultore britannico che utilizza per le sue opere unicamente tecniche tradizionali, legni dei boschi e piante viventi in crescita.”

Per approfondire :  basta cercare  in libreria la monografia dell’opera di Giuseppe Penone, edita da Electa. Le sue opere sono nei più noti musei del mondo e fanno parte di alcune prestigiose collezioni. Con il suo lavoro è stato invitato, nel corso degli anni, a rilevanti manifestazioni artistiche del panorama contemporaneo. La sua Idee di pietra era presente all’ultima Documenta di Kassel nel Karlsaue Park, dove ha trovato una collocazione permanente. Di seguito sono riportate alcune risposte dell’artista relative a questi temi.

“Il volume, curato da Laurent Busine, direttore del Muséè des Arts Contemporains au Grand-Hornu, in Belgio, è strutturato in modo particolare, per grandi aree tematiche di matrice organica. Come mai questa scelta?
È una lettura che Busine ha fatto guardando il lavoro, che non ha una costruzione logica nel tempo e quindi non avrebbe avuto senso un percorso cronologico. C’era la necessità di dare un ordine a un materiale composito, per togliere una rigidità di insieme che, altrimenti, si sarebbe venuta a creare. È una lettura, questa, che sfugge alla monografia canonica. Svincola il lavoro dalla specificità delle opere finite, c’è più attenzione nei confronti del modo di pensare o di produrre l’opera che non nei confronti della riproduzione e della rappresentazione della stessa

 

Qual è il suo concetto di scultura, medium con la quale lavora da più di quarant’anni?
Qualsiasi gesto che muta fisicamente un contesto si può considerare scultura. Un respiro si può considerare scultura perché modifica l’aria che lo circonda. Un contatto è un’azione di scultura, ma non so se  la scultura è il prodotto del contatto o se è la mutazione della mano che ha prodotto la forma. A questo punto si apre un quesito: dove sta la scultura? Nell’oggetto colpito dal martello? Nel  martello che si è deformato colpendo l’oggetto? O nel braccio che è si modificato per colpire? Sono domande che non trovano risposta. Restano aperte.

In lavori come Albero porta, Cedro di Versailles lei va a cercare la forma dell’albero partendo dal tronco. Si tratta dell’emulazione di un processo naturale?
Le dico esattamente com’è nato. Nel 1968 ho fatto dei lavori sulla crescita dell’albero. Nel 1969, a seguito di questi lavori, ho pensato a un’opera che proponesse una mano che creava un contatto con un albero di una certa età, in un momento specifico, il titolo del lavoro è Continuerà a crescere tranne che in quel punto. Avevo fatto fare la mia mano di acciaio e di bronzo. Poi l’albero cresceva e il contatto rimaneva fissato all’interno del legno. Il mio ragionamento era che se si va a cercare al suo interno si può ritrovare il momento esatto del contatto. Da quello a immaginare che all’interno del legno c’è la forma dell’albero, il passo è stato molto breve. Quindi ho preso un trave, ho cominciato a scavare, ho visto che funzionava e poi ho seguito un anello di crescita dell’albero.
Tutto questo ha un interesse da un punto di vista della pratica della scultura: si ricollega all’idea michelangiolesca, che è anche in certa scultura primitiva, di una presenza primigenia dell’opera all’interno della materia.

Come nei Prigioni. È un’operazione di matrice maieutica?
Si trova anche in Duchamp, usare il prodotto industriale come se fosse una materia della scultura. È uno dei grandi temi, oppure delle caratteristiche, di questa disciplina.”

(Sommessa nota fra parentesi : L’ha fatto anche Piero Manzoni)

Così si esprimono altri critici:

 “Nella mostra Matrice, Giuseppe Penone, che da scultore d’avanguardia ha esposto, tra gli altri, alla Tate Gallery di Londra, al Centre George Pompidou di Parigi ma anche alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e al Maxxi di Roma, presenta cinquanta opere realizzate in bronzo, cera e legno, utilizzando materiali come il marmo e la pelle. Omaggio alle forze della natura e all’uomo, immersi in un continuo processo evolutivo e di trasformazione. Una metamorfosi estetica che fa dell’arte uno strumento per raccontare tematiche legate all’ambiente, alla sostenibilità e all’ecologia.”

Sarebbe  interessante e, perché no, divertente conoscere il pensiero vegetale e vegetativo della pianta alla quale per studio sperimentazione ecc. è stata impiantata una protesi non richiesta.

Che cosa aggiunge all’arte, nell’opinione di uno storico (dell’arte) ?

Un concetto e una sperimentazione. Di arte povera nei grandiosi saloni dell’EUR, a Largo Goldoni o a via Francesco Crispi sede della galleria Gagosian, dove altre opere erano in esposizione, se n’è percepita poca. Non c’è niente di povero se si pensa al costo di simili istallazioni, al trasporto, per non parlare della creazione, in questo caso si tratta di sculture di grandi dimensioni e peso non comune e di fonderie, di cave di marmo ecc.ecc.ecc.

Lo stesso Penone dice : “Trovo le etichette, nella maggior parte dei casi, coercitive. Forse utili, in taluni frangenti, ma tendenti a una certa superficialità”

 “Dunque veniamo alla domanda: quale è stato il suo rapporto con il gruppo con il quale viene sempre identificato, quello dell’Arte povera?
È un cappello che gli artisti italiani coinvolti hanno accettato perché in Italia negli anni Sessanta e Settanta non c’erano strutture pubbliche che si interessassero  a quello che succedeva nell’arte contemporanea. Anche il collezionismo di quegli anni si è raramente avvicinato agli artisti italiani, preferiva acquistare opere di artisti inglesi, americani. Per esterofilia certo, ma anche per una questione legata a un interesse speculativo. È evidente che comprare un’opera di un artista italiano, di un Paese nel quale non c’erano i musei per ospitare le sue opere, era più svantaggioso che acquistare le opere di un artista proveniente da una situazione economica forte come quella statunitense o successivamente quella tedesca, Paesi che hanno un ottimo sistema museale, che hanno fondazioni culturali, tese a raccogliere e a custodire l’arte. L’opera in tal senso viene difesa con maggiore probabilità di un futuro incremento di valore. Un interesse questo da parte del collezionismo perfettamente logico e legittimo. Il sostegno economico è importantissimo per l’arte. Per produrre delle cose c’è bisogno di denaro.”

Chiariamo il concetto di arte povera. Sempre dal punto di vista dello storico dell’arte. L’arte povera, movimento degli anni sessanta, nasce con Germano Celant e il rifiuto della tradizione per un ritorno alla natura, detto in breve, continua con Mario Merz e Josef Beuyz.  Gli artisti rifiutano l’oggetto artistico e l’idea dell’arte senza tempo che supera i secoli per arrivare all’attuale e trasmettere qualcosa di permanente. E’ un momento transeunte, come la lattuga schiacciata tra due pietre destinata a marcire, di Giovanni Anselmo, affiancata al concetto che non deve essere unica ma si può riprodurre come pensa Paolini con la sua Mimesis copia di un ‘opera classica come fa anche Pistoletto con la Venere degli stracci e prima ancora quando si schiera contro il potere, assieme ad altri, contro la guerra in Vietnam offrendo sagome specchiate alle quali si possono affiancare gli osservatori/visitatori entrando così nei suoi famosi specchi creando un legame con l’artista. Si tratta, pertanto, di un’arte portata alle masse senza tempo di congiunzione tra vari tempi dove l’idea della natura si fa strada, anzi entra nella strada, nel Largo (Goldoni), nella piazza nella città. Non ha niente a che fare con il concetto di povertà che vediamo attorno a noi : mani tese, cartoni che fungono da materassi, pentoloni con operatori che distribuiscono mestolate di cibo, occhi enormi che incatenano altri occhi, sensazioni imbarazzanti e o di ripulsa

 

Sono idee che solo con una grande botta di fortuna possono essere concretizzate. Non si tratta di fare calcoli, salta agli occhi. Ben vengano i mecenati.

I romani ringraziano : a modo loro. Naso in aria e un certo giro per non passare proprio sotto quel masso incatenato sospeso.

In tempi che hanno visto crollare viadotti appena inaugurati, sottovia e sopra via, dove certe nuvole ondeggiano desiderose di riprendere il cammino naturale…