Gennaio 17, 2022

AFV

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Unioni civili, la polvere sotto il tappeto

Le abbiamo celebrate come una grande conquista, e probabilmente al tempo che vennero autorizzate lo erano, ma oggi le unioni civili in Italia restano ancora poco più di un contentino, o una marchetta elettorale di quelle cui tanto ci ha abituato la politica recente, nel nostro Paese. Non sono infatti assolutamente allineate con le unioni tra persone di due sessi differenti, già a partire dal nome: non si chiamano infatti matrimoni, per cui perché dovremmo fingere che lo siano?

La questione suscita ira all’interno della comunità LGBT, chiaramente, perché queste persone si sentono ancora discriminate, similmente a com’era prima dell’approvazione della legge Cirinnà. E ne suscita ancor di più da quando uno Stato vicinissimo a noi (e considerato intollerante per le sue posizioni sull’immigrazione) come l’Austria, in questi giorni, ha detto no alle legislazioni speciali nelle quali recintare i diritti della comunità LGBT in merito alle loro proprie questioni affettive. L’alta Corte austriaca lo ha fatto in questi termini: “La distinzione tra matrimonio e unione registrata non può essere mantenuta oggi senza discriminare le coppie dello stesso sesso. Perché la separazione in due istituti legali esprime che le persone dello stesso sesso non sono uguali alle persone di sesso diverso.” Non che questa sia una novità per gli interessati, basti pensare che in ogni Paese dove sono state approvate le unioni civili, si è immediatamente avviata poi una lotta per ottenere il matrimonio paritario, come ci raccontano le associazioni europee Lgbt, perché, evidentemente, la soluzione del registro delle coppie di fatto, non è soddisfacente.

Come mai le associazioni di categoria utilizzano la parola discriminazione? Perché, a loro avviso, è quel che ha fatto il nostro governo alle coppie gay e lesbiche, continuando a mantenerli cittadini di serie b, parlando di progresso semplicemente perché prima non c’era nulla ed ora c’è qualcosa, secondo la vecchia ed italianissima logica del meno peggio. In soldoni, come ha scritto il blogger Dario Accolla sulle colonne del Fatto Quotidiano, avendo fame ci si voleva sfamare con le stesse brioche che hanno gli altri, ma sono state concesse solo le briciole, perché sono sempre meglio della fame nera. Non che tale principio sia sbagliato, va da sé, ma è sicuramente insufficiente per riuscire a percorrere fino in fondo la strada della piena dignità. Unioni civili e convivenze registrate non sono certo un antibiotico in grado di lenire la sofferenza sociale di una comunità che, all’attuale stato delle cose, non si vede riconosciuto alcun affetto, alcun progetto di vita o alcuna tutela.

Gli obiettivi del movimento sono chiari e ben definiti, e sono più che condivisibili: matrimonio egualitario, legge contro l’omo-transfobia, responsabilità genitoriale alla nascita, adozioni, politiche per la salute, depatologizzazione della transessualità e damnatio memoriae per legge Scalfarotto e stepchild adoption. Perché se uguaglianza si vuole, uguaglianza bisogna dare. L’argomento non è più di stretta attualità, dal momento che le manifestazioni fatte tra 2015 e 2016 per mettersi al passo con l’Europa, ma non per questo è lecito riporlo in secondo piano; anche perché siamo ancora gli ultimi nel vecchio continente nel campo dei diritti per gli omosessuali e le coppie di fatto, insieme a Svizzera e Grecia. In quei due Paesi, però, è consentito almeno adottare.