Settembre 20, 2021

AFV

Libera la tua mente

Amina Abba Ali, la donna saharawi contro l’occupazione illegale del Sahara Occidentale.

Mohamed Dihani, Omar Zein Bachir 

 

Amina Abba Ali è una donna che ha vissuto nella paura dell’occupazione marocchina fin dalla sua giovinezza.

Gli eventi del Sahara Occidentale si sono intensificati nella misura in cui il Marocco, con il sostegno della Francia, minaccia di riportare la regione a una feroce guerra che potrebbe durare più a lungo e causare più vittime della prima guerra, contro il popolo Saharawi.

Nella prima guerra, decine di migliaia di Saharawi sono stati uccisi, feriti, rapiti e detenuti per aver rivendicato la libertà e l’indipendenza. Parleremo di una donna sopravvissuta alla prima guerra marocchina contro il popolo Saharawi, l’attivista e professoressa Saharawi Amina Abba Ali.

Amina aveva solo diciassette anni nel 1990, quando fu rapita mentre frequentava la scuola: venne sottoposta a detenzione arbitraria, a torture e a maltrattamenti per oltre tre mesi, e in seguito fu costretta a trasferirsi per due anni in una città a 300 chilometri dalla sua famiglia.

Amina ha subito tutto questo, insieme a sua sorella maggiore Ambaraka a causa delle loro convinzioni politiche e della loro lotta per l’autodeterminazione del popolo saharawi e per porre fine all’occupazione marocchina nel Sahara Occidentale. Dopo il ritorno di Amina nella capitale occupata, le autorità marocchine le hanno impedito di completare gli studi, ma lei ha continuato nella sua lotta insieme alla sorella e agli altri attivisti saharawi ed era presente in ogni rivolta popolare contro l’occupazione.

Nella rivolta del 2005, il cui slancio era grande, Amina era presente, ma questa volta era più forte, era la moglie del grande combattente Hasanna Aduihi e aveva due figli.

Una famiglia militante presa di mira dal nemico marocchino: Amina è stata licenziata dal suo lavoro e più di una volta le forze dell’ordine marocchine hanno fatto irruzione nella sua casa, perché vi riceveva attivisti saharawi, parlamentari e giornalisti stranieri.

Amina non si è arresa, nel 2012 è tornata a studiare ed è riuscita in pochi anni a ottenere la laurea. Ha continuato a lottare fino a quando il marito è stato deportato con una decisione arbitraria e costretto a lavorare in una città a 200 chilometri dalla sua famiglia – un’azione intrapresa ,proprio con lo scopo di minare la loro determinazione nella lotta contro l’occupante – e uno dei figli, non riuscendo a sopportare tutto questo, è fuggito in un paese europeo. Nonostante queste difficili circostanze, Amina afferma che niente l’allontanerà dalla lotta e dalla resistenza fino all’ottenimento dell’indipendenza, anche a costo di dare la sua vita per la libertà del popolo Saharawi.