Ottobre 28, 2020

AFV

Libera la tua mente

A proposito di Inps, di democrazia e di bande

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So che non ci crederete, ma queste riflessioni non sono legate al fatto che io detesti umanamente e politicamente quel servo arrogante di Tito Boeri: direi le stesse cose anche se il presidente dell’Inps non fosse un ultras del finanzcapitalismo.
Tra la coppia Salvini-Di Maio e Boeri io sto recisamente con i primi, non perché sia diventato leghista o grillino, ma semplicemente perché riconosco le regole della malavita: i boss delle bande che hanno vinto devono eliminare i gangster di quelle che hanno perso.
Il problema è che in questo paese non sappiamo più – se lo abbiamo mai saputo – cosa significhi funzione pubblica. Il presidente dell’Inps non deve essere un esperto di pensioni – anzi può non capirne nulla – ma deve essere un funzionario – o una funzionaria – capace di organizzare una struttura complessa con più di 18mila dipendenti e un bilancio annuo di 315 milioni di euro, che svolge un ruolo essenziale nella tenuta democratica del paese. Io cittadino, che da lavoratore contribuisco mensilmente al bilancio dell’ente, sperando di goderne qualche frutto da pensionato, eleggo già un parlamento per decidere dopo quanti anni di lavoro potrò usufruire del sistema previdenziale e in che entità, e sempre con il mio voto contribuisco – quando vinco – a determinare la nascita di un governo che ha il compito di garantire la tenuta del bilancio dell’Inps, ossia che si faccia garante che quando io raggiungerò la fatidica età della pensione ci saranno i soldi per pagarmela. E’ la politica che deve decidere quanti soldi ciascuno di noi deve versare all’Inps e quanti ne deve ricevere, accettando anche il principio che ci saranno alcuni che riceveranno soltanto, perché non hanno avuto le condizioni o la possibilità di versarne, e che quindi non deve esserci relazione diretta tra ciò che io ho versato e ciò che riceverò, ma che la previdenza deve essere uno degli strumenti attraverso cui si redistribuisce la ricchezza a favore dei più poveri.
Al presidente dell’Inps, da cittadino e da utente, non devo chiedere quando potrò andare in pensione e con sistema, ma devo chiedere delle altre cose, ossia che nel territorio ci sia una rete sufficientemente ampia di uffici a cui rivolgermi, che le comunicazioni che ricevo siano chiare e comprensibili, che mi venga risposto nei tempi di legge quando faccio una domanda, che i beni di cui dispone quell’ente siano utilizzati in maniera efficiente e così via, ossia che il sistema funzioni bene. Da collega della funzione pubblica, mi piacerebbe poi che il presidente dell’Inps fosse capace di valorizzare e di far lavorare al meglio quei 18mila colleghi che lavorano lì, perché senza il loro lavoro quel sistema, che dovrà garantire la mia pensione, non potrà reggere. Per far funzionare una struttura complessa come l’Inps non serve un esperto di previdenza, ma un funzionario che abbia le competenze gestionali e l’esperienza per dirigerla. Non so se Boeri abbia queste capacità, anche se ne dubito, visto che non ha mai lavorato nella pubblica amministrazione, non ha mai fatto, tra le molte esperienze di cui può vantarsi nel suo curriculum, il burocrate. Boeri è stato scelto perché è un economista fedele alla linea e ossequiente al governo del momento. Dal momento che il governo è cambiato, anche se la linea è sempre quella, ossia quella dettata dal finanzcapitalismo, Boeri deve legittimamente andarsene. Poi Boeri può aspirare a fare politica, come ha fatto prima di diventare presidente dell’Inps e come ha fatto durante la sua presidenza, perché è quello che gli si richiedeva, ma non quello che avrebbe dovuto fare.
Al di là delle regole della malavita, che in questo paese conosciamo fin troppo bene, avremmo bisogno di rispettare quelle della democrazia, che invece tendiamo a eludere.