Amo i mercati. No, non sono diventato capitalista, continuo a essere nemico degli uomini che speculano sulle nostre vite, ostile alle borse e alle banche, contrario a quelli che ci sfruttano, spiegandoci che “ce lo chiedono i mercati”. Io invece amo i mercati alimentari, e in ogni città – piccola e grande – che Zaira e io visitiamo, tra le primissime cose voglio vedere proprio il mercato: mi piace perdermi tra i banchi, osservare le persone che vendono e acquistano, mi piacciono i colori, gli odori, i suoni dei mercati.
Per questa ragione mi ha colpito molto il grido di allarme di uno dei sei commercianti che ancora vendono il pesce nel mercato di Rialto a Venezia. Anche perché lo abbiamo visitato solo pochi giorni fa. E’ un mercato molto caratteristico, in un luogo bellissimo di una città indimenticabile. Eravamo in tanti a girare sotto quella loggia, a fare fotografie, a curiosare tra quei banchi che hanno secoli di storia, ma erano in pochi a comprare, perché quel mercato è diventato ormai più un’attrazione per i turisti che il posto dove i cittadini di Venezia comprano il pesce. Perché sempre meno persone vivono in quella città, perché c’è meno domanda e un mercato – pare lapalissiano, ma è proprio così – vive seguendo le proprie leggi: se le persone comprano, vive e prospera, se le persone non comprano, è destinato a morire. E paradossalmente sono proprio le leggi del mercato a uccidere i mercati, perché chi ha una casa a Venezia guadagna molto ad affittarla ai turisti, tanto da scegliere di trasferirsi da qualche altra parte, certamente meno bella di Venezia, pur di avere quella rendita sicura. Assistiamo a qualcosa del genere anche in altre città: ad esempio a Bologna chi possiede una casa in centro trova molto più vantaggioso metterla a disposizione dei tanti siti in cui noi turisti possiamo trovare un alloggio per un fine settimana, piuttosto che affittarla per un lungo periodo agli studenti universitari, fino a qualche anno fa le galline dalle uova d’oro per i proprietari di casa della città. E lentamente, ma inesorabilmente, le città si trasformano. In peggio. E muoiono.
Ed è qualcosa di cui non ci stiamo occupando, semplicemente lasciamo che succeda, anche perché ormai ci siamo abituati a pensare che contro i mercati – quelli “cattivi”, quelli che non ci piacciono – non ci sia nulla da fare. E’ il mercato che letteralmente uccide i mercati. Nell’etimologia di merce – ossia di ciò che si trova in un mercato – riconosciamo la stessa radice del greco antico meros, che significa parte. La merce è in sostanza la cosa che può essere divisa e quindi distribuita; e infatti la stessa radice la ritroviamo in meretrice, qualcosa che c’entra parecchio con il capitalismo. E il mercato è una parte della città, qualcosa di cui tutti in modo diverso partecipiamo. Se allora il mercato è qualcosa di tutti, evidentemente deve essere la politica che si assume il compito di definire come anche le merci devono essere divise e distribuite, e il mercato deve essere regolato. Perché il mercato non conosce regole, solo la distruzione del più piccolo, del più debole, del più povero, a favore del più forte e del più ricco.
Venezia – come ogni altra città, ma forse più di ogni altra città, proprio perché è così incredibile – ha bisogno di essere abitata, vissuta, in qualche modo “consumata” e non solo preservata, perché chi la vive fatalmente la consuma e la trasforma. E’ sempre stato così e dovrà sempre essere così, se vogliamo continuare a visitarla, se vogliono continuare a navigare lungo i suoi canali e passeggiare tra le sue calli. Altrimenti potremmo accontentarci delle Venezie “finte” che ci sono a Las Vegas e a Macao e alla fine non accorgerci neppure della differenza con quella “vera”. Perché questa differenza la fanno anche i suoi mercati. Insieme ai teatri e a tante altre cose che rendono viva una città. Sottrarre le nostre città alla rendita immobiliare, renderli luoghi dove è possibile vivere – ad esempio imponendo regole molto severe agli affitti e favorendo chi acquista una casa per viverci – per evitare che siano soltanto grandi spazi commerciali, è qualcosa che è difficile fare, ma che è possibile. Basta solo decidere che la nostra priorità è salvare il mercato del pesce di Rialto.

 

 

 

 

se avete tempo e voglia, qui trovate quello che scrivo…

Di Luca Billi

Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...

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