di Emma e Sarah Gainsforth

Giovedì 14 febbraio Amazon ha annunciato il ritiro dal progetto di costruire il suo secondo quartier generale a Queens, New York. Una vittoria di movimenti, sindacati e della comunità locale che ridisegna le priorità e le politiche che riguardano la città

Giovedì 14 febbraio Amazon ha annunciato il ritiro dal progetto di costruire il suo secondo quartier generale nel distretto di Queens, nella città di New York. Una vittoria importante di movimenti, sindacati, e rappresentati della comunità locale che in questi mesi si sono mobilitati contro un piano che prevedeva incentivi fiscali per circa tre miliardi di dollari in cambio della creazione di 25mila posti di lavoro.

In una nota, pubblicata senza aver prima informato l’amministrazione di New York, Amazon ha annunciato che «dopo molte riflessioni e deliberazioni, abbiamo deciso di non portare avanti i nostri progetti per la costruzione di un quartier generale per Amazon a Long Island City, Queens. (…) Alcuni politici statali e locali hanno chiarito che si oppongono alla nostra presenza e non lavoreranno con noi per costruire il tipo di relazioni necessarie per portare avanti il progetto che noi e molti altri abbiamo immaginato a Long Island City».

La vittoria contro Amazon segna un punto di svolta nelle lotte anti-gentrificazione «a causa delle dimensioni e della potenza di Amazon, e perché a essere contestata non era una fabbrica sporca e inquinante o un impianto di trasferimento dei rifiuti», ha detto a Vice Trina Hamilton, professore associato di geografia all’Università di Buffalo (SUNY). Lo sviluppo del secondo quartier generale era infatti stato presentato come un progetto altamente desiderabile per la comunità locale.

La gara per accaparrarsi il secondo quartiere generale di Amazon – il primo è a Seattle – è iniziata nel 2017 ed è terminata a novembre scorso quando l’azienda ha annunciato che si sarebbe insediata in due città diverse anziché in una sola – New York e Virginia, alla periferia di Washington DC. Ma a Queens, New York, la comunità locale non si è lasciata incantare dalla promessa di posti di lavoro, dopo anni di battaglie contro gli effetti di uno sviluppo immobiliare speculativo nella zona ex-industriale.

«Non lasceremo che a New York succeda quello che è successo a Seattle. Amazon non è benvenuto qui fino a quando a tutti i 68mila senza tetto dello Stato di New York non sarà data una casa» twittava Vocal New York, una delle organizzazioni che ha dato vita alla coalizione anti-Amazon.

«L’accordo con Amazon è stato solo l’apice di un lungo e violento processo pianificato di sviluppo tecno-finanziario, di espulsione della classe lavoratrice, di violenza razziale e di una riorganizzazione del settore immobiliare corrotta e guidata dalla corruzione, che ha avuto effetti disastrosi sui nostri quartieri per decenni» si legge nel comunicato  di Queens Anti-Gentrification Project, della coalizione Anti-Amazon.

«La sede di Amazon (HQ2) sarebbe dovuta sorgere di fronte al Queensbridge, il più grande complesso residenziale pubblico dell’emisfero occidentale, gestito dalla New York City Housing Authority  – l’ente gestore delle case popolari. Per anni molti degli edifici gestiti da NYCHA sono rimasti senza riscaldamenti, senza ascensori funzionanti e in condizioni generali di non-abitabilità. I politici si stanno lentamente muovendo per privatizzare NYCHA, consegnando la manutenzione degli alloggi popolari, gestita con un programma sotto-finanziato e carente di personale, agli stessi immobiliaristi che stanno gonfiando i prezzi degli affitti a NYC» prosegue la nota.

I timori sono ben fondati. «New York sta attraversando un’emergenza umanitaria» ha scritto Michael Greenberg in un approfondito articolo sul New York Review of Books. «É un’emergenza complessa creata dall’uomo e plasmata da una combinazione di forze che hanno portato all’espulsione su vasta scala di popolazione dalla propria casa». 127mila uomini, donne e bambini senza tetto hanno dormito in uno dei 661 edifici del sistema di accoglienza comunale nel corso del 2016. L’affitto di un monolocale a New York costa circa 3mila dollari al mese, e i prezzi continuano a salire.

«A New York ci sono oltre 8 milioni di abitanti e alcuni dei più potenti motori economici del mondo» recita il comunicato degli attivisti del QAGP. «L’accordo con Amazon non era per 20-40.000 posti di lavoro, ma per consegnare il governo delle nostre città a una classe di immobiliaristi che esige un’espansione costante, il cui prezzo è pagato proprio da quelle cose che hanno fatto grandi le nostre città: le persone, le comunità, la vivibilità. Non è finita con Amazon, e non finirà se non ci opponiamo. Adesso è il momento di festeggiare, ma è anche il momento di restare organizzati, di sfruttare questo slancio e passare all’offensiva! Dobbiamo continuare il nostro lavoro a New York City opponendoci al capitalismo tecnologico» conclude la nota.

La vittoria contro l’azienda più quotata del mondo, guidata dall’uomo più ricco del mondo, è stata salutata da Alexandria Ocasio-Cortez, eletta a novembre al Congresso per il distretto che confina con il Queens, con un tweet in cui dice che «tutto è possibile». In particolare Ocasio-Cortez, come Sanders prima di lei, si batte contro le politiche pubbliche che accompagnano la “creazione” di posti di lavoro con generosi incentivi fiscali. Amazon avrebbe beneficiato di 3 miliardi di fondi pubblici, 48mila dollari per ogni posto di lavoro creato, per realizzare la sua sede a Queens, bypassando completamente il processo urbanistico normalmente previsto per ogni nuovo sviluppo immobiliare, in deroga a tutte le normative locali. Nel 2017 Foxconn, il colosso di Taiwan, ha ricevuto 4 miliardi di dollari di incentivi fiscali grazie a un accordo, ampiamente pubblicizzato da Trump, per la creazione di un impianto manifatturiero nel Wisconsin e la creazione di 13mila nuovi posti di lavoro. Adesso, Foxconn ci ha ripensato.

L’opposizione a questi piani da parte di movimenti, sindacati, e della sinistra del partito democratico, rivendica un’idea di città molto diversa da quella raccontata dalla teoria del trickle-down economy, secondo cui i poveri finirebbero per beneficiare indirettamente dall’arricchimento di coloro che sono già ricchi. Del resto i dati parlano chiaro: per il secondo anno consecutivo Amazon non pagherà un centesimo di tasse federali nonostante abbia raddoppiato il proprio fatturato, passando da 5,6 miliardi a 11,2 miliardi nel 2018. Le contraddizioni sono evidenti: a marzo lo stesso Trump in un tweet ha lamentando il fatto che Amazon non paga le tasse, ignorando il fatto che è la sua stessa riforma fiscale a rendere questo possibile.

I fondi concessi come incentivi fiscali, ha spiegato Ocasio-Cotrez, dovrebbe essere investiti direttamente sul territorio. Insomma la creazione di posti di lavoro interamente finanziati dallo Stato non porta alcun beneficio alle città in termini di servizi e diritti – ospedali, scuole, affitti sostenibili – ma al contrario acuisce le dinamiche già in atto – gentrificazione, espulsione delle fasce a basso reddito, speculazione edilizia.

È però in relazione alla composizione della stessa sinistra che la vittoria di New York contro Amazon si rivela importante. Se fino a poco tempo fa il New York Times titolava «New York ha bisogno di Amazon» (l’editorialista ammette che l’accordo tra Amazon e la città «è assurdo» ma prosegue sostenendo che «i giochi sono questi»), il giorno dopo l’annuncio lo stesso giornale pubblica un articolo in cui «il corporate incentive game», il sistema di sovvenzioni alle multinazionali, ha ora una pessima reputazione – e ricorda che è da tempo che gli economisti mettono in guardia contro una simile dinamica.

È lo stesso governatore democratico Cuomo a rivelare il ruolo che hanno giocato i movimenti in quella che lui definisce una sconfitta: è stata una «minoranza del 20%» a mettere in crisi un progetto che era visto come positivo dall’80% della popolazione dello stato – i sondaggi parlano di un 77%  – e che è stata l’opposizione di un «piccolo gruppo» a far desistere Amazon. Si apre ora una fase di lotta interna al partito democratico, dopo che Cuomo ha accusato i nuovi eletti del partito democratico al senato di aver sabotato l’accordo.

In particolare, sarebbe stata la nomina del senatore democratico Michael Gianaris, rappresentante del Queens, a membro del Public Authorities Control Board, commissione sconosciuta fino a poco tempo fa che si occupa di approvare i finanziamenti e i progetti a costruire, a cambiare gli equilibri. Gianaris, inizialmente favorevole, è diventato uno degli oppositori più convinti dopo aver preso visione degli accordi (le offerte e le contrattazioni tra Amazon e le città in gara sono segrete). Strenuo difensore delle voci che dall’interno della sua comunità si levavano contro il progetto che avrebbe ridisegnato parte della città, Gianaris è stato accusato da Cuomo di «fare politica», di contrastare un investimento che da più parti veniva continuamente presentato come il frutto di un accordo non perfetto ma «inevitabile».

L’opposizione alla costruzione del quartiere generale di Amazon è stata infatti dettata anche da motivi politici. Gli attivisti chiedono che i tre miliardi di soldi pubblici vengano investiti in abitazioni, in servizi per la salute e l’educazione, e denunciano le politiche anti-sindacato portate avanti dal colosso economico. Ma denunciano anche il coinvolgimento di Amazon nei programmi di espulsione dei migranti di ICE, l’agenzia federale responsabile della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione, a cui l’azienda affitta server e vende software per il riconoscimento facciale – pare che gli arresti di immigrati irregolari sia aumentata del 42% a seguito dell’introduzione del software sviluppato da Amazon. In particolare, quello che emerge da una serie di inchieste è l’inquietante rapporto tra Amazon e le agenzie governative: Amazon, per esempio, ospita tutti i dati e gli algoritmi che alimentano il sistema che consente all’agenzia che lavora a contratto per ICE di creare profili dettagliati usati per rintracciare immigrati, e custodisce dati biometrici di 230 milioni di individui, impronte digitali, scansioni dell’iride, ecc, per conto del dipartimento per la sicurezza interna.

Una vignetta pubblicata ai tempi della gara tra le città in lizza mostrava gli Stati Uniti sotto a una cupola di vetro su cui campeggiava il nome dell’azienda. La didascalia spiegava che questa aveva deciso di non scegliere una città solamente ma di trasformare l’intero paese in una sua sede, tutti i cittadini americani erano ora dipendenti di Amazon.

Rispetto a una simile “potenza” la vittoria riportata a febbraio segnala– come era già successo quando il senatore Sanders aveva ottenuto che Amazon incrementasse il salario minimo dei suoi lavoratori – uno spostamento interno sulla scena politica americana. Per un verso la notizia è arrivata prima di quanto molti attivisti avessero sperato – Amazon semplicemente ha scelto di non ingaggiare battaglia, lasciando sia Cuomo che il sindaco de Blasio in una posizione per certi versi scomoda –; per altro appare chiaro che le istanze che emergono dai quartieri che fino a ieri erano ritenuti marginali nella determinazione degli interessi economici più ampi hanno acquistato una forza diversa. Si tratta di quegli stessi distretti venuti alla ribalta con l’elezione di Ocasio-Cortez a novembre, con la sconfitta del candidato democratico dato per vincente. Si tratta di un’alleanza vincente, con cui la sinistra liberale e conservatrice deve fare i conti, di una «minoranza» che non ha nessuna intenzione di patteggiare con la «realtà in cui viviamo», invocata da Cuomo, ma che intende al contrario ridisegnare le priorità e le politiche, le strategie, a partire da quelle che investono le città, spremute da anni di politiche neoliberiste.

https://www.dinamopress.it/news/new-york-vince-attivismo-amazon-ritira/

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza cookie indispensabili per il suo funzionamento. Facendo clic su Accetta, autorizzi l'uso di tutti i cookie.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy