L’attacco al convoglio della CRPF a Pulwama, Jammu e Kashmir.


Francesco Cecchini


Sono stato due volte, per lavoro, in Kashmir e arrivando a Srinigar da Delhi la sensazione è di essere arrivati in un paradiso terrestre, per il clima mite diverso dalla violenta umidità monsonica di Bombay dove vivevo, per i colori, per il paesaggio.
Dovevo andare in un cantiere della ferrovia Srinigar-Jammu per offrire assistenza tecnica per ingegneria del suolo. Terminato il lavoro ritornerò a Srinigar e prenderò l’aereo per Leh. Appena fuori Srinigar sul pendio di una collina dei ragazzi di un villaggio giocavano a cricket. Non hanno divise per distinguere una squadra dall’altra, le mazze sembrano fatte in casa con legno degli abeti del vicino bosco. Hanno la palla, ma non i guantoni. Soldati indiani armati sono gli spettatori. Il cricket in India è lo sport che unisce tutti dal Punjab al Kerala. Forse solo in Ladakh non si gioca. Durante la riunione sono stato informato che nella collina dove i ragazzi giocavano a cricket c’è stato uno scontro a fuoco tra militanti kashmiri e soldati indiani, con morti. La strada che conduce a Srinigar è bloccata dall’esercito. Non ho con me il passaporto, ma solo la carta d’identità italiana, buona in circostanze normali. Non posso rischiare un fermo fino a che recupero il passaporto. Possono trascorrere giornate. Raggiungo Jammu in qualche ora attraverso un paesaggio di valli verdi e montagne bianche per prendere l’aereo per Delhi. Il pezzo di Tibet in terra indiana, rimarrà, per me, un tentativo fallito di viaggio.
Pramod un amico indiano che mi accompagna mi disse citando una frase di Mughal Jahangir Bhanu. “A volte il paradiso si infiamma e diventa un inferno” Il Kashmir è un paradiso infernale.
Lo afferma anche il Jammu Kashmir Liberation Front (Jklf). Lorganizzazione è una delle 26 realtà che compongo la cosi chiamata Hurriyat kashmira, la conferenza che si batte per lautodeterminazione di questa terra spartita fra India e Pakistan.

NON INDIA NON PAKISTAN, VOGLIAMO IL KASHMIR LIBERO.
Lo scorso giovedì 14 febbraio c’è stato l’ultimo capitolo del paradiso infernale. L’attacco terroristico al convoglio della CRPF a Pulwama (Jammu e Kashmir), ha ucciso 40 soldati delle forze paramilitari e ha causato ondate di shock in tutto il mondo. L’attacco è arrivato in un momento cruciale di incertezza politica in J & K, le prossime elezioni generali in India e gli incontri programmati in connessione con l’apertura del corridoio di Kartarpur per l’agevolazione dei pellegrini con il 550 ° anniversario della nascita di Guru Nanak, un mistico indiano, fondatore del sikhismo e primo dei Guru sikh. L’attacco è stato rivendicato dal Jaish-e-Mohammad (JeM) con base in Pakistan, che ha scatenato simili campagne terroristiche in diversi luoghi come Uri, e si ritiene che sia stato un associato dell’attacco del Parlamento indiano nel 2001. La mente di questi attacchi è Maulana Masood Azhar, che è stato arrestato dall’India negli anni ’90 ma, in seguito, rilasciato come parte di uno scambio di ostaggi sulla scia dell’alto sollevamento di un volo della Indian Airlines a Kabul nel 1999.
L’ attentato ha provocato la crisi tra Pakistan e India, che alternano guerre e tentativi di pace da 70 anni. Il premier indiano Narendra Modi ha accusato i responsabili dell’attacco di Pulwama di legami con i servizi segreti pakistani e dichiarato che darà al vicino una dura risposta sia sul piano politico che su quello economico. Inoltre ha rafforzato la presenza militare in Kashmir e quindi la repressione.
E’ intervenuto il Partito Comunista Indiano (Marxista),CPI (M), esprimendo seria preoccupazione per attacchi contro lavoratori e studenti in varie parti del Kashmir e per il coprifuoco. Bene, ma il cuore del problema è un altro.
Da tempo la scrittrice Arundhaty Roy continua il suo impegno politico militante per un Kashmir indipendente. Nel suo ultimo romanzo, Il Ministero della Felicità parla di persone che proveniendo dal Kashmir hanno attraversato un feroce confine nazionale. In molte occasioni la scrittrice ha affermato IL KASHMIR NON E’ MAI STATO PARTE DELL’ INDIA, NE’ TANTOMENO. E’ LA STORIA A DIRLO.

Di Francesco Cecchini

Nato a Roma . Compie studi classici, possiede un diploma tecnico. Frequenta sociologia a Trento ed Urbanistica a Treviso. Non si laurea perché impegnato in militanza politica, prima nel Manifesto e poi in Lotta Continua, fino al suo scioglimento. Nel 1978 abbandona la militanza attva e decide di lavorare e vivere all’estero, ma non cambia le idee. Dal 2012 scrive. La sua esperienza di aver lavorato e vissuto in molti paesi e città del mondo, Aleppo, Baghdad, Lagos, Buenos Aires, Boston, Algeri, Santiago del Cile, Tangeri e Parigi è alla base di un progetto di scrittura. Una trilogia di romanzi ambientati Bombay, Algeri e Lagos. L’ oggetto della trilogia è la violenza, il crimine e la difficoltà di vivere nelle metropoli. Ha pubblicato con Nuova Ipsa il suo primo romanzo, Rosso Bombay. Ha scritto anche una raccolta di racconti, Vivere Altrove, non ancora pubblicata. Traduce dalle lingue che conosce come esercizio di scrittura. Collabora con Ancora Fischia IL Vento. Vive nel Nord Est

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