In questo articolo, apparso su “The Intercept”, Naomi Klein commenta il Green New Deal della deputata Ocasio Cortez e la radicale necessità di rivoluzionare il nostro rapporto con l’ambiente e tra esseri viventi a causa dei cambiamenti climatici.

di Naomi Klein

«Non mi piacciono per nulla le loro politiche di portarti via la macchina, portarti  via il tuo volo aereo e dirti di montare su un treno per la California oppure dirti “non ti è più permesso di avere le tue vacche”». Così l’amato presidente Donald Trump a El Paso, Texas, nel suo primo attacco in stile di campagna contro la risoluzione (resolution, una sorta di proposta legislativa comprensiva di una serie di linee da seguire, ndr) per un Green New Deal della deputata Alexandria Ocasio-Cortez e il senatore Ed Markey. Ce ne saranno di sicuro molti altri di attacchi simili.

Vale la pena segnare questo passaggio. Queste potrebbero essere le ultime parole famose di un presidente eletto una volta sola, poiché sottostimano tremendamente il desiderio della gente di agire con azioni trasformative sulla triplice crisi del nostro tempo: l’imminente disastro ecologico, la crescente disuguaglianza economica (che include anche la differenza economica per etnia e genere) e l’emergente suprematismo bianco.

Oppure queste parole potrebbero essere l’iscrizione sulla tomba del clima vivibile, in un contesto in cui le bugie e le spaventose tattiche di Trump riescono a calpestare questa impostazione disperatamente necessaria. Se ciò accadesse, potrebbe aiutarlo a essere rieletto o farci avere un timido democratico alla Casa Bianca, senza né il coraggio né il mandato democratico per questo tipo di cambiamento profondo. Entrambi gli scenari implicano farci soffiare via i pochi anni rimasti per mettere in moto le trasformazioni necessarie per mantenere le temperature sotto livelli catastrofici.

Tornando indietro a ottobre scorso, l’IPCC (Panel Intergovernativo delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico) ha pubblicato un report che ha lasciato il segno e che ci ha detto che le emissioni mondiali devono essere dimezzate in meno di 12 anni, un obiettivo che semplicemente non si può raggiungere senza che l’economia più grande al mondo attui una leadership tale da cambiare le regole del gioco. Se ci fosse una nuova amministrazione pronta a cogliere questa sfida, nel gennaio 2021 centrare quegli obiettivi sarebbe comunque enormemente difficile ma tecnicamente possibile, specialmente se grandi città e stati come la California e New York diventassero fin da ora più ambiziose. Perdere altri quattro anni con un repubblicano o un democratico legato alle multinazionali e ricominciare di nuovo nel 2026 sarebbe semplicemente una presa in giro.

Così, o Trump ha ragione e il Green New Deal è una questione politica perdente e possiamo dimenticarci della sua esistenza, oppure ha torto e un candidato che faccia del Green New Deal il pezzo centrale della sua piattaforma prima vincerà le primarie democratiche e poi caccerà via a calci Trump. Lo farà con un chiaro mandato democratico per introdurre livelli di investimento pari a quelli in tempi di guerra per combattere la triplice crisi sopra descritta e fin dal primo giorno. Questo potrebbe ispirare il resto del mondo, finalmente, a seguire una politica sul clima coraggiosa, che darebbe a tutti noi una possibilità di lottare.

Queste sono le crude opzioni che abbiamo davanti. Il risultato che avremo dipende dalle azioni intraprese dai movimenti sociali nei prossimi due anni. Queste infatti non sono domande che avranno risposte solo con le elezioni. Nel profondo, sono domande riguardanti la costruzione del potere politico e sono sufficienti a cambiare il calcolo su cosa sia possibile.

Quella era la lezione del New Deal originale, sarebbe saggio ricordarlo ora.

La deputata Ocasio-Cortez ha scelto di modellare il Green New Deal seguendo lo storico programma del presidente Franklin D. Roosevelt, comprendendo fin troppo bene che un compito centrale è assicurarsi che la mobilitazione non ripeta i modi in cui, nel suo nome, si sono esclusi e ulteriormente marginalizzati molti gruppi vulnerabili.

Per esempio, i programmi e le protezioni dell’epoca del New Deal hanno lasciato a terra i lavoratori agricoli e domestici (molti di loro neri) gli immigrati messicani (quasi 1 milione di questi ha rischiato la deportazione negli anni ‘30), e indigeni (che ottennero alcuni vantaggi anche se i loro diritti sulla terra furono violati da progetti di infrastrutture massicce e da alcuni sforzi di conservazione del territorio).

Al contrario la risoluzione chiede di imparare a cambiare direzione a partire da queste e altre violazioni, includendo, nella lista come uno dei suoi obiettivi centrali «fermare l’attuale oppressione verso gli indigeni, le comunità di colore, le comunità di migranti, le comunità deindustrializzate, le comunità rurali spopolate, i poveri, i lavoratori a basso reddito, le donne, gli anziani, i senza casa, le persone con disabilità e i giovani». Al tempo stesso chiede di «impedire che questa oppressione accada in futuro e ricompensare per quanto accaduto in passato».

Ho già scritto sul perché il vecchio New Deal, nonostante le sue pecche, rimanga un’utile pietra di paragone per il tipo di crescenti mobilitazioni per il clima, che sono la nostra unica speranza di ridurre le emissioni in tempo. In gran parte questo accade perché ci sono pochi precedenti storici a cui guardare (che non siano le mobilitazioni dall’alto al basso guidate da militari) che mostrino come ogni settore della vita, dalle foreste all’educazione all’arte, fino all’abitare e all’elettrificazione possa essere trasformata sotto il cappello di una singola missione grande quanto la società.

Questa è la ragione per la quale è così centrale ricordare che nulla sarebbe successo senza pressione massima da parte di movimenti sociali. Roosevelt produsse il New Deal nel mezzo di una storica ondata di instabilità sul fronte lavorativo: c’era stata la ribellione dei Teamsters e lo sciopero generale di Minneapolis nel 1934, la chiusura per 83 giorni della costa occidentale da parte dei portuali in quello stesso anno, e gli scioperi con picchetto dell’industria automobilistica a Flint nel 1936 e 1937.

In quello stesso periodo movimenti di massa, che reagivano alla sofferenza della Grande Depressione, chiedevano programmi sociali radicali, quali la Sicurezza Sociale e l’assicurazione per la disoccupazione, mentre i socialisti argomentavano che le fabbriche abbandonate avrebbero dovuto essere consegnate ai loro lavoratori e trasformate in cooperative. Upton Sinclair, l’autore di The Jungle si era candidato a governatore in California nel 1934 con una piattaforma che sosteneva che la chiave per mettere fine alla povertà fosse il totale finanziamento statale alle cooperative di lavoratori. Ha ricevuto circa 900.000 voti ma dopo esser stato attaccato duramente dalla destra e venutogli meno il sostegno da parte dell’establishment democratico, si fermò a pochi passi dal vincere la partita elettorale.

Tutto questo è per ricordarci che il New Deal fu adottato da Roosevelt in un momento di tale militanza a sinistra che i suoi programmi – che appaiono radicali con gli standard di oggi – sembrarono al tempo l’unico modo per trattenere una rivoluzione a tutti gli effetti.

Vale la pena ricordare che il New Deal era un processo in costante cambiamento ed espansione in risposta alla pressione sociale da destra e da sinistra.

Per esempio un programma quale i Corpi Civili di Conservazione iniziò con 200.000 lavoratori ma quando divenne popolare crebbe fino a 2 milioni. Ecco perché il fatto che ci siano debolezze nella risoluzione di Ocasio-Cortez e di Markey – e ce ne sono alcune – è meno interessante del fatto che in molto altro invece ci azzecca. C’è un sacco di tempo per migliorare e correggere un Green New Deal una volta che inizi a svilupparsi (ha bisogno di essere più esplicito sul mantenere il carbone sotto terra, per esempio, e rispetto al fatto che nucleare e carbone non diverranno mai puliti). Tuttavia abbiamo solo una possibilità di cambiare queste cose e procedere avanti.

La realtà che fa più riflettere è che il tipo di potere di massa che ha portato alle vittorie dell’epoca del New Deal andava ben oltre qualunque cosa posseduta dagli attuali movimenti progressisti, anche quando si combinassero gli sforzi di tutti. Questo è il motivo per il quale è urgente utilizzare la cornice del Green New Deal come un potente strumento per costruire quel potere – una visione finalizzata a unire i movimenti e al tempo stesso a espanderli in modo esponenziale. Parte di questo include cambiare quella che attualmente è considerata la “lista della spesa” della sinistra o “la lista dei desideri” nella indispensabile storia del nostro futuro, unendo i punti tra le molte parti della nostra vita che hanno bisogno di essere trasformate, dalla sanità pubblica all’occupazione, dalle cure giornaliere alle celle di prigione, dall’aria pulita al tempo libero.

Oggi, il Green New Deal sembra una lista perché tali sembrano le risoluzioni alla Camera – sequenze sparse di “nel caso in cui” e “deciso che”. Sta caratterizzandosi come un’accozzaglia eterogenea solo perché la maggior parte di noi è stata allenata ad evitare un’analisi sistemica e storica del capitalismo. Siamo abituati a dividere ogni crisi che il nostro sistema produce in settori sigillati – dalla diseguaglianza economica alla violenza contro le donne alla supremazia bianca fino alle lotte senza fine contro il disastro ecologico. Da una simile prospettiva rigida si rischia facilmente di mettere da parte la visione complessiva e intersezionale e intendere quindi il Green New Deal come una lista della spesa di tutto quanto la sinistra ha sempre desiderato.

Ora che la risoluzione è lì, chiunque la sostenga ha il compito di spiegare che le nostre crisi sono invero connesse in modo inestricabile e possono essere superate solo con una visione olistica di trasformazione sociale ed economica. Questo sta già iniziando ad accadere. Per esempio Rhiana Gunn-Wright, che sta guidando le politiche per un nuovo think tank per lo più fondato sul Green New Deal, recentemente ha fatto emergere che, proprio come migliaia di persone si sono trasferite per lavoro durante la mobilitazione economica della seconda guerra mondiale, così dovremmo attenderci che altrettante si muoveranno per partecipare alla rivoluzione delle rinnovabili. E quando lo fanno «slegando l’occupazione dalle cure sanitarie», significa che si muovono per lavori migliori, fuggendo i peggiori effetti del clima e rientrando nel mercato del lavoro senza perderci.

Investire molto nella sanità pubblica è pure cruciale alla luce del fatto che, a prescindere da quanto velocemente riusciamo a ridurre le emissioni, sarà più caldo e le tempeste saranno più drammatiche. Quando queste tempeste si scatenano in contesti di spese sanitarie e gestione della rete elettrica sfibrati da decadi di austerità, in migliaia pagano il prezzo con le loro vite, come è tragicamente accaduto dopo l’uragano Maria a Porto Rico.

Ci sono molte connessioni da stabilire. Quelli che si lamentano per politiche sul clima a cui è data meno importanza di richieste di accesso a cure sanitarie ed educazione (erroneamente non correlate ad esse) dovrebbero ricordare che le professioni di cura – la maggior pare delle quali è svolta da donne –richiedono un basso consumo di carbone e possono richiederne ancora di meno. In altre parole, meritano di essere viste come “lavori verdi” con le stesse tutele, investimenti, stipendi, di forza lavoro svolta dagli uomini nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica o nel settore del trasporto pubblico. Nel mentre, come fa emergere Gunn-Wright, per rendere questi settori meno dominati da uomini, i permessi familiari e l’equità nei pagamenti sono obbligatori, ragion per cui entrambi questi temi sono inclusi nella risoluzione. Tracciare queste connessioni in modo che colpiscano l’immaginazione pubblica richiede un esercizio massiccio di democrazia partecipativa.

Un primo passo da fare è per ogni settore toccato dal Green New Deal – ospedali, scuole, università e altro – attuare piani per decarbonizzare rapidamente mentre avanza la missione del Green New Deal di eliminare la povertà, creare buoni lavori e lottare contro ineguaglianze etniche e di genere.

Il mio esempio favorito di come dovrebbe apparire tutto ciò viene dal sindacato canadese dei lavoratori postali, che ha sviluppato un piano importante per rendere ogni ufficio postale in Canada un hub verso una transizione in termini di giustizia climatica. Pensare a pannelli solari sul tetto, stazioni di ricarica elettrica in fronte, una flotta di veicoli elettrici con i quali i membri del sindacato non solo consegnano la posta ma anche prodotti locali e medicine, il tutto supportato dai ricavi dell’attività bancaria della posta.

Per permettere un Green New Deal – che esplicitamente richiede una tale leadership democratica e decentralizzata – ogni settore negli USA dovrebbe sviluppare simili piani visionari per i propri luoghi di lavoro fin da ora. E se questo non motiva i propri membri ad accorrere ai seggi elettorali del 2020, non so cosa mai lo possa fare.

Siamo stati abituati a vedere le nostre questioni per settori separati, ma in realtà questi non ci sono mai stati. Infatti l’impatto del cambiamento climatico su ogni parte delle nostre vite è troppo ampio e esteso per esaurirlo qui.

Ma c’è bisogno che io menzioni un paio di altre connessioni illuminanti che ancora mancano.

La garanzia del lavoro, lungi da essere qualcosa di socialista aggiunto pretestuosamente, è una parte cruciale per conseguire una rapida e giusta transizione. Riuscirebbe ad abbassare immediatamente l’intensa pressione sui lavoratori a prendersi lavori che destabilizzano il nostro pianeta, perché tutti sarebbero liberi di prendersi il tempo necessario per licenziarsi e cercare lavoro in uno dei molti settori che si stanno espandendo in modo significativo.

Questo in cambio ridurrà il potere di attori negativi, come il sindacato internazionale dei lavoratori del Nord America (LIUNA), che sono determinati a dividere il movimento dei lavoratori e sabotare le prospettive di questo storico sforzo. Strano ma vero, il LIUNA è arrivato ad opporsi al Green New Deal, nonostante quest’ultimo contenga protezioni maggiori per i sindacati e il diritto a organizzare più di qualunque cosa sia uscito da Washington in tre decadi, incluso il diritto dei lavoratori nel settore carbonifero a partecipare democraticamente alla loro trasformazione e avere lavori in settori puliti con gli stessi salati e benefit di prima.

Non c’è in nessuna ragione razionale per un sindacato che rappresenta i lavoratori edili per opporsi a quello che sarebbe il più grande progetto di infrastruttura del secolo, a meno che LIUNA non sia davvero quello che sembra essere: un gruppo di lobbisti a favore dei combustibili fossili mascherato da sindacato o, nel migliore dei casi, un sindacato padronale. Queste sono gli stessi leader sindacali, ricordiamolo, che si sono schierati con i tanks e i cani da attacco a Standing Rock, che hanno lottato senza sosta per la costruzione dell’oleodotto Keystone XL capace di destabilizzare il pianeta, e che (assieme a molti altri capi sindacali) si sono allineati con Trump dal suo primo giorno in carica, sorridendo in una foto alla Casa Bianca, dichiarando quel giorno «un gran giorno per uomini e donne lavoratrici».

I leader di LIUNA hanno richiesto a gran voce solidarietà incondizionata al resto del movimento dei sindacati. Tuttavia, ancora una volta, non hanno offerto nulla in cambio se non il più gretto proprio interesse, indifferenti alla sofferenza dei migranti lavoratori che hanno visto la loro terra di origine devastata. È giunto il momento per il resto del movimento sindacale di opporsi e isolarli prima che facciano danni ulteriori. Questo vuol dire che i membri di LIUNA che non vogliono che il Green New Deal li lasci indietro, mettano da parte i propri leader. Oppure potrebbe concludersi con il LIUNA che viene espulso dall’AFL-CIO per cattive pratiche verso il pianeta.

Settori più sindacalizzati quali insegnamento, lavoro di cura, manifatture fanno propri il Green New Deal, mostrando quanto può trasformare al meglio i loro luoghi di lavoro e quanto più tutti i leader sindacali fanno crescere gli iscritti favorevoli al Green New Deal, tanto più saranno forti per questo confronto inevitabile.

Un’ultima connessione da citare è quella con con il concetto di “riparare”. La risoluzione chiede di creare lavori ben pagati per «restaurare, proteggere gli ecosistemi minacciati, messi in pericolo e fragili» così come «pulire i siti esistenti dai rifiuti pericolosi, assicurando sviluppo economico e sostenibilità agli stessi». Ci sono molti luoghi negli USA, interi paesaggi che sono stati abbandonati alla distruzione dopo che non erano più utili a fracking, miniere e trivelle. Questo ha a che vedere con il modo in cui questa cultura tratta le persone. È ciò che è stato fatto a tanti lavoratori nel periodo neoliberale, usandoli e poi abbandonandoli a dipendenze e disperazione. È proprio quello che ha a che vedere con l’intero sistema carcerario: rinchiudere ampi settori della popolazione che sono più utili come lavoratori in prigione e numeri sui bilanci di prigioni private di quanto non siano come lavoratori liberi. Lo aveva fatto pure il vecchio New Deal lo ha fatto, scegliendo di escludere e scartare tanti lavoratori e lavoratrici afroamericane.

C’è una grande storia da raccontare rispetto al dovere di riparare – riparare le nostre relazioni con la terra e tra gli uni e gli altri, guarire ferite profonde che risalgono alla fondazione del paese. Perché mentre è vero che il cambiamento climatico è una crisi prodotta da eccesso di gas serra nell’atmosfera, è anche, in un senso più profondo, una crisi prodotta da una mentalità estrattivista – un modo di vedere il mondo naturale e la maggior parte dei suoi abitanti come risorse da utilizzare e poi scartare. La chiamo la economia “usa e getta” e credo fermamente che non usciremo dalla crisi senza un cambiamento nel modo di vedere il mondo, da un “usa e getta” a una visione etica di cura e riparazione. Visto che questi tipi di connessioni più profonde tra persone divise e un pianeta che si scalda rapidamente vanno ben oltre l’obbiettivo dei politici, vale la pena ripensare al ruolo assolutamente centrale degli artisti nell’epoca del New Deal.

Drammaturghi, fotografi, muralisti e romanzieri furono tutti parte di un rinascimento artistico al tempo stesso realista e utopico. Alcuni hanno rispecchiato la miseria disperata che il New Deal voleva alleviare. Altri hanno aperto spazi per persone distrutte dalla depressione perché immaginassero un mondo oltre quella miseria. Entrambi hanno aiutato il lavoro svolto in modi che è impossibile quantificare. In un modo simile c’è molto da imparare dai movimenti indigeni in Bolivia ed Ecuador che hanno posto al centro delle loro richieste la trasformazione ecologica del concetto del “buen vivir”, l’attenzione sul diritto a una buona vita opposto a forme di inarrestabile consumo senza fine, quelle così facilmente personificate dall’attuale residente alla Casa Bianca

Il Green New Deal avrà bisogno di essere sottoposto a costante vigilanza e pressione da parte di esperti che comprendono esattamente che porterà a diminuire le nostre emissioni rapidamente come la scienza richiede e da movimenti sociali che hanno decenni di esperienza e sono stati scottati da false soluzioni climatiche – siano esse l’energia nucleare, la chimera della cattura e immagazzinamento del carbone o le quote di compensazioni dal carbone. Ma nel rimanere vigili dobbiamo anche fare attenzione a non seppellire il messaggio globale: c’è una potenziale ancora di salvezza che abbiamo tutti la sacra e morale responsabilità di afferrare.  I giovani che organizzano il Sunrise Movement, che hanno fatto così tanto per galvanizzare il movimento del Green New Deal parlano del nostro momento collettivo pieno di “promesse e pericoli”. È proprio così. E qualunque cosa accada, d’ora in poi dovrebbe restare in mano nostra.

Articolo apparso in inglese sul sito The Intercept

Traduzione italiana a cura di DINAMOpress

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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