da Mario Lombardo

Anche se l’autore della strage di venerdì scorso nelle due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, sembra avere agito senza complici o appoggi specifici, le sue azioni non possono essere in nessun modo isolate o ricondotte a un semplice disagio individuale. L’ambiente in cui il delirio razzista e anti-sociale di Brenton Tarrant si è trasformato in un orrendo crimine di massa è infatti ben noto e sta ricevendo da tempo una più o meno esplicita legittimazione da parte delle classi politiche di molti paesi occidentali.

Il governo neozelandese ha annunciato in queste ore di volere aprire un’indagine per scoprire se, effettivamente, gli organi di polizia non avevano in mano alcun indizio sulle inclinazioni e sui progetti omicidi del 28enne nativo dell’Australia. Le prime dichiarazioni ufficiali hanno appunto lasciato intendere che non ci siano state avvisaglie in merito a quanto stava per accadere e la stessa indagine ufficiale finirà con ogni probabilità per dare credito alla versione del “lupo solitario” di fatto impossibile da intercettare preventivamente.

Dalle notizie circolate su Tarrant e dal “manifesto” che quest’ultimo ha recapitato a decine di destinatari prima di agire, tuttavia, quello che emerge chiaramente è un’attività e un lungo elenco di contatti nel circuito della destra neo-fascista e del suprematismo bianco a livello internazionale.

Tarrant aveva frequentato questo sottobosco di estrema destra in vari paesi dell’Europa dell’est, ma anche in Spagna e altrove prima di tornare in Australia e spostarsi infine in Nuova Zelanda. In Francia, ad esempio, sarebbe stato spinto verso l’azione dopo la sconfitta di Marine Le Pen nel secondo turno delle presidenziali del 2017, mentre in seguito avrebbe intrattenuto rapporti con un’organizzazione estremista già collegata all’omicida di massa norvegese Anders Behring Breivik.

Questi ambienti si muovono in effetti relativamente ai margini della società e del sistema mediatico. I proclami e i “manifesti” politici che talvolta producono e cercano di diffondere includono quasi sempre descrizioni di scenari apocalittici, con una società occidentale sull’orlo del collasso sotto la spinta della barbarie islamista o ebraica. Gli echi del “Mein Kampf” hitleriano sono ricorrenti, così come gli inviti o le minacce a usare violenza indiscriminata per “salvare” la civiltà cristiana occidentale.

Gli aspetti più estremi o, per meglio dire, i risvolti pratici di una simile spazzatura sono ovviamente esclusi dal dibattito “mainstream” in Occidente, ma le idee che li alimentano fanno parte da tempo del patrimonio ideologico di movimenti politici ormai sdoganati un po’ ovunque. Anzi, la retorica ultra-nazionalista e la demagogia populista di destra sono abbracciate anche da politici e partiti centristi o, comunque, considerati solitamente appartenenti a una destra moderata e democratica.

La guerra fatta a parole e con leggi sempre più autoritarie contro l’immigrazione è l’ambito principale nel quale viene coltivata – deliberatamente o meno – una galassia neo-fascista che, quasi inevitabilmente, non può che contribuire a produrre, in casi al limite del patologico, eventi tragici come quello di Christchurch.

Gli appelli alla conservazione dell’identità cristiana dell’Occidente, alla difesa dei confini nazionali da presunte invasioni di stranieri, quasi sempre di fede musulmana, dipinti come criminali, e alla creazione di barriere legali a quello che viene caratterizzato come uno sfruttamento di ciò che resta del welfare da parte degli immigrati fanno parte del vocabolario quotidiano di politici quasi di ogni schieramento.

Nei fatti se non nella retorica, questi principi xenofobi o apertamente razzisti guidano sempre più le classi politiche occidentali nella formulazione di politiche migratorie reazionarie. Basti pensare a quelle dell’Unione Europea, costate migliaia di vittime tra coloro che tentano di raggiungere il continente dall’Africa e dall’Asia, o, per raccontare di una realtà vicina a quella dell’autore della strage di Christchurch, dei governi australiani, di fatto volte a chiudere i confini e a segregare i migranti in vere e proprie strutture-lager.

A tutto ciò vanno aggiunte dichiarazioni, prese di posizione e interventi vari che tendono a minimizzare e, quindi, in un certo senso a legittimare i movimenti di estrema destra o i crimini passati del nazi-fascismo. I responsabili sono da ricercare non solo in partiti come la Lega, l’ex Fronte Nazionale in Francia o l’Alternativa per la Germania (AfD), ma, come già anticipato, anche tra leader e formazioni più moderate. Il ministro dell’Interno tedesco, Horst Seehofer, ad esempio, qualche mese fa aveva difeso apertamente una manifestazione neo-nazista dai risvolti violenti nella ex Germania Est, mentre il presidente francese Macron in un recente discorso pubblico aveva espresso parole di stima per il maresciallo Philippe Pétain, antisemita e leader del regime collaborazionista di Vichy durante la seconda guerra mondiale.

Proprio in Nuova Zelanda, d’altra parte, nel governo a guida laburista della premier Jacinda Ardern il partito nazionalista New Zealand First detiene i ministeri della Difesa e degli Esteri. I suoi esponenti chiedono da tempo lo stop all’immigrazione, soprattutto cinese e dai paesi musulmani, e fanno spesso ricorso a una retorica non lontana da quella dell’estremismo di destra o del suprematismo bianco.

L’esempio più lampante dello spostamento a destra del baricentro politico occidentale è ovviamente rappresentato dal presidente americano Trump. Molto si è gia discusso dopo la strage di Christchurch dell’influenza su individui come Brenton Tarrant della campagna anti-migranti del presidente e delle politiche della Casa Bianca influenzate da consiglieri neo-fascisti, dal dimissionato Stephen Bannon a quello ancora in carica, Stephen Miller.

Lo stesso Tarrant nel suo “manifesto” descriveva infatti Trump come un “simbolo della rinnovata identità bianca”. Questo riferimento non è casuale né attribuibile a una mente deviata, dal momento che il presidente USA è stato citato in altre occasioni come modello o semplicemente con ammirazione da personaggi legati, tra l’altro, al Ku Klux Klan e ai gruppi neo-nazisti americani.

Trump, da parte sua, non ha quasi mai smentito questi legami ambigui. Nell’estate del 2017 aveva di fatto sminuito pubblicamente gli scontri provocati dai suprematisti bianchi a Charlottesville, in Virginia, in seguito ai quali era morta un’attivista di sinistra. Dopo il massacro di 50 persone in Nuova Zelanda, inoltre, il presidente americano ha affermato che, per quanto lo riguarda, i suprematisti bianchi non rappresentano alcuna minaccia reale in quanto sono soltanto “un piccolo gruppo di persone” a livello globale.

Un paio di giorni prima degli eventi neozelandesi, Trump aveva anche rilasciato un’intervista al sito web di estrema destra Breitbart esprimendosi con toni particolarmente accesi, quasi a chiamare a raccolta i propri sostenitori neo-fascisti e invitandoli a essere “più duri” nei confronti dei suoi oppositori. Oltre a ciò, va ricordata naturalmente anche la campagna in atto da mesi per la costruzione di un muro di confine con il Messico, basata sulla criminalizzazione di stranieri e migranti, dipinti indistintamente come assassini, stupratori o trafficanti di droga.

Il clima tossico internazionale all’interno del quale rischiano di moltiplicarsi azioni come quella di Brenton Tarrant è in definitiva il risultato degli sforzi delle classi dirigenti in tutto il mondo di coltivare forze reazionarie, ultra-nazionaliste e xenofobe per contrastare e reprimere la crescente opposizione popolare contro la deriva anti-democratica e gli effetti devastanti della crisi del capitalismo internazionale.

http://www.altrenotizie.org/primo-piano/8383-nero-di-nuova-zelanda.html

Di L.M.

Appassionato sin da giovanissimo di geopolitica, è attivo nei movimenti studenteschi degli anni novanta. Militante del Prc, ha ricoperto cariche amministrative nel comune di Casteldelci e nella C.M. Alta Valmarecchia. Nel 2011 crea il blog Ancora fischia il vento.

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