Giugno 3, 2020

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25 anni fa il genocidio in Ruanda. Alcune fotografie di Sebastião Salgado.

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Francesco CecchIni

“In Rwanda vidi la brutalità totale, vidi la gente morire a migliaia al giorno. Persi la fiducia nella nostra specie. Non credevo che fosse più possibile per noi vivere.” Sebastião Salgado

Sebastião Salgado nel 1994 fu testimone dellesodo della popolazione tutsi dal Rwanda verso la Tanzania, ma anche verso Burundi, Congo, Uganda. Percorse le strade piene di gente in senso inverso, circa 150 Km di strada, e di morti per arrivare alla periferia di Kighali. In pochi giorni si formò una gigantesca tendopoli nella savana, che ammassò quasi un milione di persone. Lesercito hutu al potere fu sconfitto e a questo punto furono gli stessi hutu (in pochi giorni più di 2 milioni di persone) a fuggire dai tutsi in Congo (Regione di Goma) e la gente cominciò a morire per il colera, 12-15.000 morti al giorno. La sua fotografia diventa così testimonianza umana e politica della condizione umana: tutti devono vedere con i propri occhi lorrore della nostra specie, racconta. Nel 1995 ritornò in Rwanda per seguire gli hutu che rientravano in patria. La sua fotografia è un documento storico eccezionale che descrive la banalità del male: ancora tende di rifugiati e morti ammazzati, persino nelle chiese e nelle scuole.

Il 6 aprile 1994, l’areo nel quale viaggiava il presidente del Ruanda Habyarimana si sfracellò al suolo, abbattuto da un missile terra-aria di origine ignota. Fino ad allora si sapeva poco del paese Ruanda e delle due etnie, Hutu e Tutsi, che lo abitavano, ma quello che accadde dopo non verrà mai più dimenticato. Gli Hutu incolparono i Tutsi dell’assassinio di Habyarimana e nellarco di poco tempo, soli cento giorni, un numero spropositato di persone, Tutsi, vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco ma soprattutto con machete e bastoni chiodati. Le vittime furono non meno di 800 mila, uomini ,donne e bambini.

Questa storia non iniziò con lo schianto di un aereo, ma molto prima. La minoranza etnica Hutu era stata dominante nel paese fino a quando, nel 1959, un colpo di stato sconfisse la monarchia Hutu alleata con il potere coloniale belga (il Belgio ricevette dalla Società delle nazioni il mandato su questa ex colonia tedesca nel 1923), portando migliaia a rifugiarsi in Uganda. Negli anni trenta i belgi introdussero in Ruanda la carta di identità e da allora in poi il riferimento etnico fu specificato su ogni libretto: hutu, tutsi o twa. Nel 1994 questi documenti erano ancora in uso e per i tutsi sottoposti ai controlli di frontiera avranno le stesse conseguenze della stella gialla che marchiava gli ebrei: una condanna a morte.

Fu in Uganda che si formò il Fronte Patriottico Ruandese, FPR, composto dai rifugiati Hutu. Il Il 1 ottobre 1990 il FPR oltrepassò il confine tra Uganda e Ruanda, ma venne fermato dall’esercito ruandese, con l’aiuto dello Zaire di Mobutu Sese Seko e dei belgi. La pressione internazionale portò a un accordo pace, l’accordo di Arusha del 1993. Questo accordo prevedeva un governo di transizione multipartitico, elezioni libere, l’instaurazione dello stato di diritto e il ritorno dei rifugiati. Niente di tutto ciò accadde. Il presidente Habyarimana, condizionato dalle pressioni dei paesi neo-coloniali da un lato e dall’influenza interna della corrente più estremista del regime, ostacolò la sua attuazione. Né la forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, composta principalmente da soldati belgi, spinse nella direzione di messa in pratica il contenuto dell’accordo. Lo schianto dell’aeroplano Habyarimana fu quindi solo il pretesto che fece sì che i sostenitori della Potenza Hutu mettessero fine al processo di pace e iniziassero la soluzione finale. Il genocidio era già stato preparato meticolosamente. C’erano elenchi di persone da eliminare consegnati alle milizie di Interahamwe e Impuzamugambi, le armi erano state distribuite in anticipo e la propaganda di odio era stata preparata in dettaglio. Un ruolo decisivo nella preparazione e nella gestione del massacro fu Radio Televisione Libera Mille Colline, RTLMC. Il culmine della propaganda di odio razziale della radio era il documento I dieci comandamenti hutu che fu levoluzione del Manifesto Bahutu verso la soluzione finale. CoLoro che fondarono la RTLMC attivarono altre due radio con lobiettivo di diffondere il più possibile lodio razziale sullintero territorio nazionale: la Radio Rutomorangino e la Radio Democrazia.
Di fronte al genocidio, l’RPF entrò nel territorio ruandese con il sostegno dell’esercito ugandese. Arrivò nella capitale, Kigali, il 4 luglio. Ne seguì un nuovo esodo, questa volta da parte dei responsabili degli omicidi e dei gruppi etnici degli hutu che temevano rappresaglie. Due milioni di persone hanno passato il confine fino allo Zaire. Gli assassini si nascondevano tra gli autentici rifugiati. Il bilancio fu quindi assolutamente tragico: circa il 70% della popolazione di Tutsi ruandese fu assassinata in quei 100 giorni.
Complicità occidentale.
Già nel 1995, un anno dopo il genocidio, lo storico Gérarad Prunier, nel suo lavoro History of a Genocide, aveva dedicato un capitolo, una ventina di pagine, allOpération Turqoise. Lanciata il 22 giugno 1994, lOpération Turqoise, francese, oltre a obiettivi umanitari, indubbiamente sono state salvate vite umane, ha avuto anche lobiettivo di combattere il Fronte patriottico ruandese (RPF), la ribellione, essenzialmente Tutsi, che stava combattendo contro le forze governative hutu responsabili per il genocidio. Inoltre la Francia ha riarmato riarmato lex esercito delle Forze armate ruandesi in esilio dopo il genocidio dei Tutsi. Vennero date decine di migliaia di armi, abbiamo trasformato i campi profughi dello Zaire, ora Congo, in basi militari.
Nel 2008, l’attuale governo ruandese accusò i francesi non solo di conoscere i preparativi per il genocidio, ma anche di aiutare a formare le milizie. “Gli amici mi avevano spiegato che gli istruttori, in alcuni casi francesi, mostravano loro come uccidere con un’arma, tagliare la carotide o recidere i tendini; mi sono rifiutatadi crederci”, scrisselette Braeckman, una giornalista che all’epoca era in Ruanda . Per comprendere quanto la questione ruandese risulti delicata in Francia, si deve tornare al luglio del 2017, al momento, cioè, della nomina del generale François Lecointre a capo di Stato maggiore dellesercito francese. Lecointre, allepoca capitano di fanteria, partecipò allOperation Turquoise e le polemiche, in verità subito abortite, seguite alla sua designazione, vertevano, appunto, sul suo ruolo in quel contesto. Le forze di pace delle Nazioni Unite in Ruanda hanno assistito al genocidio. La missione UNAMIR si è dichiarò impotente ad agire e, in pratica, si ritirò in seguito alla morte di dieci soldati belgi. Non si può dire nemmeno che siano stati presi alla sprovvista: il comandante di dell’UNAMIR, Roméo Dallaire, aveva mandato nel gennaio del 1994 un fax alle Nazioni Unite in cui informava dei preparativi del massacro. Gli fu impedito di intraprendere qualsiasi azione per contrastare ciò che era noto accadesse. Inoltre vi è la responsabilità della Chiesa Cattolica. Preti notoriamente implicati nel genocidio continuarono a vivere in Vaticano o altrove, continuando ad esercitare le loro funzoni di pastori cattolici.
Commemorazioni.
Domenica scorsa, in Ruanda è iniziata una settimana di commemorazioni per ricordare l’anniversario di questa tragedia. Il presidente del Ruanda, Paul Kagame, ha partecipato ieri all’illuminazione di una fiamma nel principale memoriale di Kigali, , e ha guidato una marcia moltitudinaria verso lo stadio nazionale in ricordo delle vittime. Il Capo dello Stato francese , Emmanuel Macron, ha ricevuto venerdì i rappresentanti di Ibuka France, un’associazione di sostegno per le vittime ed i sopravvissuti al genocidio, ma non ha partecipato alla celebrazione a Kigali. Ha inviato a Kigali in sua rappresentanza Gazigwa Hervé, un ruandese scampato alla strage quando aveva 4 anni, ora Hervé Belville deputato della repubblica francese, eletto nella stessa lista di Emanuel Macron. Comunque è importante che la Francia riconosca le proprie responsabilità nel genocidio e gli errori. Il caso ruandese è stato gestito dall’Eliseo, dal 1990 al 1994, senza alcun controllo del parlamento e senza informare l’opinione pubblica. A questo scopo Macron ha nominato una Commissione d’inchiesta sulle responsabilità.