Novembre 29, 2020

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Ecologismo e marxismo

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* Tratto da Samir Amin, La loi de la valeur mondialisée (Le temps de cerise – édition Delga, Paris, 2013), pp. 102-105.

Il punto di vista delle correnti dominanti dell’ecologismo, in particolare naturalmente quello dell’ecologismo “fondamentalista”, non è quello del marxismo, benché entrambi denuncino, giustamente, gli effetti distruttori dell’attuale “sviluppo”.

L’ecologismo attribuisce questi effetti distruttori all’adesione della “modernità” a una filosofia definita come “eurocentrismo” o “prometeismo” secondo la quale “l’essere umano” non farebbe parte della natura ma pretenderebbe sottometterla al soddisfacimento dei propri bisogni. Questa tesi porta con sé un corollario culturalista fatale. Poiché essa incita all’adesione a “un’altra filosofia” che metta l’accento all’appartenza dell’umanità alla natura, sua “madre”. In quest’ottica, e per contrasto alla filosofia considerata come “occidentale”, viene fatto l’elogio di filosofie che si pretendono alternative e migliori, come ad esempio quella ricavata da una lettura particolare dell’induismo. Un elogio sconsiderato, il quale ignora come la pratica della società “induista” non sia stata (e non è) differente da quella delle società dette “occidentali”, né per quanto riguarda l’uso della violenza (la società induista è tutto tranne “non violenta” come essa pretende) né per quanto riguarda la sottomissione della natura al suo sfruttamento.

Marx sviluppa la sua analisi su tutt’altro terreno. Egli attribuisce il carattere distruttivo dell’accumulazione del capitale alla logica della razionalità del capitalismo, mosso esclusivamente dalla ricerca del profitto immediato (la redditività a breve termine). Marx lo dimostra esplicitamente nel Libro I del Capitale.

Questi due metodi di lettura della storia e della realtà determinano giudizi differenti sul “che fare” per affrontare la sfida degli effetti distruttori dello “sviluppo”. Gli ecologisti sono portati a “condannare il progresso” e raggiungono così i post-modernisti nel loro giudizio negativo rispetto alle scoperte scientifiche e ai progressi tecnologici. Tale condanna ispira a sua volta una maniera a dir poco irrealistica di immaginare il futuro. Essi costruiscono infatti delle proiezioni sull’esaurimento di tale o tal altra risorsa naturale (le energie fossili ad esempio), e generalizzano la validità di tali conclusioni, giocoforza allarmiste, con l’affermazione, giusta in principio ma irrilevante come principio operativo, che le risorse del Pianeta non sono infinite.  Ignorano così deliberatamente le scoperte scientifiche possibili in futuro che potrebbero vanificare questa o quella conclusione allarmista. Beninteso, il futuro remoto resta ignoto e la garanzia che “il progresso” permetterà sempre di trovare la soluzione delle sfide sconosciute che ci attendono non esisterà mai. La scienza non è un sostituto della fede nell’eternità (religiosa o filosofica). Porre su questo terreno il dibattito sulla natura delle sfide ecologiche e dei modi per fronteggiarle non porta da nessuna parte.

Invece, se collochiamo il dibattito sul terreno approntato da Marx – l’analisi del capitalismo – siamo in grado di avanzare anche nell’analisi delle sfide che ci attendono. Sì, ci saranno ancora, in futuro, delle scoperte scientifiche a partire delle quali delle nuove tecnologie di gestione delle ricchezze della natura potranno essere derivate. Tuttavia, quel che possiamo affermare con certezza è che, fintantoché la logica del capitalismo impone alla società la sottomissione delle sue scelte alle esigenze esclusive della redditività a breve termine (che la valorizzazione del capitale implica), le tecnologie che saranno messe in opera per l’applicazione dei nuovi progressi tecnologici non saranno scelte se non in base alla loro conformità alla redditività a breve termine, e dunque porteranno a un rischio sempre più elevato di insostenibilità ecologica. Sarà dunque solamente quando l’umanità avrà costruito un metodo di gestione della società che terrà conto, come suo principio fondativo, dei valori d’uso e l’avrà sostituito all’attuale gestione incentrata sul valore di scambio associato alla valorizzazione del capitale, che saranno riunite le condizioni per una migliore gestione dei rapporti tra l’umanità e la natura (1).  […]

La scelta degli ecologisti di un terreno sbagliato per dibattere di tali questioni conduce a un’impasse non solamente teorica, ma soprattutto politica. Poiché questa scelta permette la manipolazione da parte delle forze dominanti del capitale di qualunque proposta politica che ne derivi. Sappiamo infatti come l’allarmismo permetta alle società della triade imperialista(2) di conservare i loro privilegi di accesso esclusivo alle risorse del pianeta e di impedire ai popoli delle periferie di poter far fronte alle esigenze del loro sviluppo – sia esso “buono” o “cattivo”. D’altra parte, non si controbatte correttamente ai discorsi “anti-allarmisti” segnalando il fatto – incontestabile – che essi siano prodotti dalle “lobbies” (come ad esempio quella dell’automobile). Il mondo del capitale funziona così da sempre: le lobbiesche difendono gli interessi particolari di segmenti del capitale si affrontano senza fine. Alle lobbies dei partigiani delle scelte energivore si contrappongono ormai le lobbiesdel capitalismo “verde”. Gli ecologisti non potranno uscire da questo labirinto se non comprendendo che devono diventare… marxisti.


1) Come esempio concreto di calcolo e analisi razione condotto in termini di valore d’uso (dunque di finalità sociale) su cui basare politiche ecologiche alternative per lo sfruttamento delle risorse del Pianeta, Samir Amin indica l”impronta ecologica” la cui unità di misura è l’ettaro-globale e non la moneta. Cf.pp.98-99 

2) Per triade imperialista Amin intende USA-Europa-Giappone, ovvero l’insieme dei paesi dove si collocano gli oligopoli finanziari dominanti