Luglio 8, 2020

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Da Bella Ciao al MES: il PD rimane lo stesso. Non avere il coraggio di una svolta.

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Da #BellaCiao al #MES: il PD rimane lo stesso

Anche sul MES il PD dimostra di non avere il coraggio di una #svolta. Non a caso Gualtieri e renziani suonano lo stesso disco rotto che ha portato al #fiscalcompact e all’introduzione del pareggio di bilancio in #Costituzione.
Ancora una volta al fumo non corrisponde all’arrosto. Il ministro Gualtieri aveva esordito con la chitarra cantando Bella Ciao, ma poi rimane l’ex-europarlamentare che era stato allineato con le politiche di massacro sociale dell’UE. Se deve fare il ministro dell’ordoliberismo tedesco è meglio che lasci perdere le canzoni partigiane.
Si riempiono la bocca del pericolo delle “democrature” ma nell’Unione Europea sono anni che si procede attraverso quelli che Luciano Gallino definiva “colpi di stato di banche e governi” e una governance non certo democratica. Ora sarebbe un reato di lesa maestà chiedere di discutere nelle aule parlamentari del MES. Come abbiamo sempre contestato troppe decisioni dal devastante impatto sono state assunte senza il dovuto confronto pubblico e all’insaputa dei cittadini.
E’ un fatto dunque positivo che finalmente se ne discuta e si litighi. Il MES fu ratificato nel 2012 da una larghissima maggioranza che andava dal PD al centrodestra durante il governo Monti nel clima di larghe intese che solo noi contestammo nelle piazze oscurati da media bipartisan.
Non è il caso di auto-infliggerci ora pure una sorta di fondo monetario europeo sul modello dell’Fmi che intervenga direttamente con piani di aggiustamento strutturale del debito pubblico dei paesi come l’Italia. Trasferire poteri decisionali al MES significa rendere ancor di più autoritario il quadro europeo sotto la copertura di un organismo tecnico.
Quelli che insistono per la firma, e soprattutto invocano la “fretta”, come ennesima prova masochistica di fedeltà all’UE sono gli stessi che hanno avallato politiche antipopolari che hanno impoverito il nostro paese aprendo la strada prima al M5S e poi alla Lega.

Maurizio Acerbo