Le rivolte e le lotte popolari, femministe, indigene e studentesche nel continente stanno costruendo nuove trame comuni aprendo un nuovo spazio-tempo e trasformando le forme dell’antagonismo sociale e politico della resistenza al neoliberismo.

Una esplosione di immagini, sguardi, parole, sensazioni, rabbia, speranza, dolore e dignità emergono tra le pieghe delle rivolte popolari che stanno ridefinendo giorno dopo giorno lo scenario dei conflitti nella regione. Dalle grandi città ai territori metropolitani fino a quelli rurali e indigeni le manifestazioni, le barricate, le cucine popolari, le assemblee e le prime linee di scudi sostengono la resistenza alla repressione delle forze poliziesche e militari, mentre la straordinaria intensità e la significativa estensione delle rivolte ridisegnano lo spazio-tempo della resistenza contro il neoliberismo in America Latina.

Le immagini delle piazze contro il paquetazo del presidente ecuatoriano Lenin Moreno tra fine settembre e i primi di ottobre hanno fatto il giro del mondo: le donne indigene che affrontano gli idranti e i lacrimogeni; la whipala, bandiera dei popoli originati, che sventola di fronte alla polizia militare; le carovane di auto, moto e camion che portano migliaia di indigeni dai loro territori fino alla capitale; la Comuna di Quito; la vittoria parziale con l’annullamento del decreto contestato. Ma anche la durissima repressione cha ha causato tredici morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti. La partita con l’Fmi e il governo è ancora aperta, la tensione resta altissima così come la persecuzione politica e giudiziaria contro i movimenti.

Nelle stesse settimane, Haiti insorgeva di nuovo contro l’Fmi e la miseria imposta dal neoliberismo: più del 50% di disoccupazione; corruzione dilagante come modalità di gestione del privilegio; impoverimento continuo e saccheggio delle risorse comuni, oltre 42 morti causati dalla polizia e dai militari del presidente filo statunitense Moise. Nell’isola della prima rivoluzione anticoloniale della storia, dopo oltre due mesi le mobilitazioni sono ancora in corso.

A ottobre, poi, sono esplose le proteste contro l’aumento del costo dei trasporti a Santiago del Cile: le immagini dei tornelli saltati da studentesse e studenti sono state presto sostituite da quelle dei fumi dei lacrimogeni e delle durissime repressioni dei carabineros. «Non sono 30 pesos, ma 30 anni» è uno degli slogan che spiegano meglio la rivolta contro tre decenni di miseria, sfruttamento e repressione.

Foto di Pablo Mardones, Santiago del Cile.

Nel “paradiso del neoliberismo” imposto con la dittatura militare di Pinochet e dei Chicago Boys, i militari sono tornati a occupare le strade, a imporre il coprifuoco, con il carico drammatico di desaparecidos e torture. È questa la risposta dello Stato alle proteste di massa che da oltre sessanta giorni continuano senza sosta. «Alla normalità non torneremo mai più, perché la normalità era il problema», hanno scritto su un palazzo della capitale cilena.  Lo slogan echeggia le piazze moltitudinarie che reclamano un processo costituente per aprire un nuovo cammino. Strada che tutti i partiti stanno cercando di chiudere con un accordo per una nuova Costituzione tutto interno al sistema politico esistente. Un modo per escludere ancora una volta la maggioranza del paese, le donne, gli indigeni, gli studenti, i precari, i contadini, i lavoratori e le lavoratrici che continuano a inondare le piazze.

Le tensioni attorno alle elezioni boliviane di fine ottobre e il golpe civico militare consumatosi a partire dal 10 novembre contro il governo di Evo Morales, segnano, come scrive l’antropologo Miguel Mellino, «un preoccupante punto di inflessione in tutta la regione, un evento-spartiacque che costringe tutti i movimenti a pensare seriamente sulla nuova congiuntura politica». La resistenza al colpo di stato si è estesa ben oltre i sostenitori di Morales, nonostante i massacri dell’esercito che a Cochabamba e a Senkata hanno colpito le manifestazioni popolari contro l’autoproclamata presidenta Añez e il golpista Camacho, sostenuti dagli Stati Uniti. La persecuzione continua, così come la resistenza in un paese attraversato da una profonda tensione in attesa di nuove elezioni e della riorganizzazione della resistenza popolare al golpe.

Così i colpi di stato delle destre sono tornati a colpire in America Latina. Dai tentativi, mai riusciti, di golpe militare in Venezuela a quelli parlamentari che dall’Honduras al Brasile hanno preparato le vittorie elettorali delle formazioni reazionarie. Proprio mentre la parabola discendente del ciclo progressista nella crisi globale del capitalismo mostrava limiti e contraddizioni di quei governi che sulla spinta delle lotte sociali avevano, in modi differenti, aperto un nuovo ciclo regionale con significativi processi di redistribuzione della ricchezza e democratizzazione.

In questa congiuntura, lungo tutto il continente sono esplosi nuovi movimenti: da quelli femministi a quelli indigeni e territoriali contro l’estrattivismo. Movimenti che oggi si devono confrontare con una torsione autoritaria e reazionaria della regione. Infatti, il golpe in Bolivia rappresenta anche un segnale contro il movimento in Cile, contro la vittoria del peronismo progressista in Argentina, contro le insorgenze indigene in Ecuador.

Sciopero del 21 novembre a Bogotà, Colombia. Foto CoopDocs Cooperativa Audiovisual

Muovendosi verso nord si incontrano le grandi mobilitazioni che stanno scuotendo la Colombia. Il 21 novembre nel paese che affaccia su due oceani è stato proclamato uno sciopero generale contro le riforme neoliberali, la privatizzazione di imprese pubbliche e il continuo genocidio di leader sociali, indigeni ed ex-guerriglieri delle Farc dopo la firma degli accordi di pace, con circa settecento leader assassinati in poco meno di due anni.

Nella marea che ha invaso le strade di tutte le città e i territori rurali del paese risuonano le lotte cilene, ecuadoriane, argentine di questi anni e si incontrano gli studenti in lotta da mesi contro i tagli al sistema di istruzione e il debito studentesco, al fianco di indigeni, afrodiscendenti, contadini, pensionati e lavoratori. Ma nei giorni successivi al 21 novembre il movimento esplode nel paese, a Cali e poi a Bogotà lo sciopero non si ferma: nonostante il terrore e la violenza di Stato, migliaia di cacerolas battono il tempo nelle notti di coprifuoco, nelle piazze nascono assemblee popolari. La difesa degli accordi di pace con le Farc come spazio di possibilità di una nuova fase nel paese, contro il ritorno alla logica della guerra, vede una nuova generazione che sfida il governo dei paracos (i paramilitari), la paura e l’indifferenza.

«Che l’indifferenza non sia ereditaria» si legge su un cartello, mentre intorno i manifestanti cantano: «Perché continuano ad assassinarci, se siamo la speranza dell’America Latina?».

Dopo oltre un mese, continuano le mobilitazioni, nella notte di Capodanno sono previste nuove proteste e cacerolazos e per fine gennaio è stata convocata una nuova assemblea nazionale all’università di Bogotá dove definire la strategia di lotta, nei territori indigeni e rurali si organizza la resistenza mentre paramilitari, esercito e narcos continuano a uccidere giorno dopo giorno.

Cile, repressione in piazza. Foto Telesur

STRATEGIE DI CONTRO-INSORGENZA

In questo contesto regionale complesso, tumultuoso e ambivalente assistiamo al dispiegarsi simultaneo di processi ed eventi drammatici e di altri particolarmente significativi, potenti ed entusiasmanti: la riorganizzazione della contro-insorgenza in forma di violentissima repressione e il ritorno dei golpe militari e del terrorismo di Stato si accompagnano a dispositivi neoliberali di competizione e paura con l’obiettivo di frammentare le relazioni sociali comunitarie, mentre al tempo stesso straordinarie esperienze di autorganizzazione e di lotta popolare mettono al centro la dignità, la solidarietà, la ribellione, il desiderio di libertà e di autonomia.

Uno degli aspetti comuni ai diversi paesi del continente in questi mesi è stata la risposta repressiva brutale che ha causato decine e decine di morti, migliaia di feriti e di arresti, l’imposizione del coprifuoco, le dichiarazioni di stato di emergenza, l’invio dell’esercito nelle strade: tutti elementi che mostrano la logica di guerra con cui i diversi governi si rivolgono al conflitto sociale.

Dai carabineros di Piñera all’ESMAD colombiano, dalle repressione in Ecuador fino al golpe militare in Bolivia con l’esercito che apre il fuoco sui manifestanti, l’arrogante e violenta strategia statale e parastatale di contro-insorgenza fa saltare ogni mediazione politica.

Non si tratta di una novità in assoluto, né per quanto riguarda gli ultimi anni né rispetto alla storia recente della regione, quanto piuttosto di una intensificazione di quanto già visto con la polizia militare nelle favelas di Rio de Janeiro in Brasile, della persecuzione contro i mapuche in Cile e Argentina, dei massacri contro i leader sociali in Colombia.

Come segnalano Rita Segato e Verónica Gago, finanza, forza militare (ma anche paramilitare e narco) e fondamentalismi religiosi sono articolazioni complementari dell’offensiva autoritaria, reazionaria e neoliberale nel continente. Di una nuova contro-insorgenza che combina il sostegno delle ambasciate degli Stati Uniti con le chiese evangeliche e il narcotraffico, la finanza e il Fondo Monetario Internazionale contro le lotte popolari e femministe, sindacali e studentesche, contro i/le migranti e popolazioni afro e indigene che si rivoltano contro lo sfruttamento e l’eco-genocidio dell’Abya Yala, come il continente americano veniva chiamato dal popolo Kuna prima della conquista coloniale.

La Primera Linea in Colombia

SOGGETTIVITÀ E RIVOLTE

In questi ultimi mesi la rivolta, nelle sue forme eterogenee, sta diventando lo spazio della soggettivazione politica di nuove generazioni di giovani e giovanissim* e di soggettività impreviste che emergono dall’insieme di conflitti che hanno segnato con differenti intensità lo scenario regionale negli ultimi anni.

Un aspetto caratteristico di queste rivolte è infatti il protagonismo giovanile che si combina con quello femminista e indigeno con tutto il loro portato di rottura rispetto all’ordine e alla logica neoliberale.

Lo vediamo nelle strade e nelle piazze, nelle pratiche, nelle rivendicazioni, nell’immaginario, nella capacità di trasformare le pratiche politiche della vita quotidiana. Le battaglie contro lo smantellamento dell’istruzione, l’indebitamento studentesco e i tagli a scuole e università così come il rifiuto della diminuzione del salario minimo e della precarizzazione del lavoro e della vita sono rivendicazioni decisive dei movimenti studenteschi nella regione.

Ecuador ottobre 2019. Foto di CoopDocs Cooperativa Audiovisual

Le lotte femministe mettono al centro l’autonomia dei corpi e delle relazioni sociali, dalla battaglia per l’aborto legale e contro i femminicidi fino a quella contro l’indebitamento, le attività non retribuite e non riconosciute e la precarizzazione del lavoro. Al tempo stesso, le lotte indigene contro la devastazione e il saccheggio ambientale e culturale del territorio emergono come soggettività parziale ma si dimostrano capaci di una vocazione maggioritaria nel panorama dei conflitti in corso: le bandiere wiphala sventolano in tutta la regione dopo il golpe in Bolivia, quelle mapuche in Cile, gli indigeni guidano la rivolta in Ecuador, la Minga afro-indigena e contadina assume un ruolo centrale in Colombia. Immergendosi nelle piazze di questi mesi, queste parole, questi immaginari e queste rivendicazioni emergono nelle pratiche quotidiane di vita e di lotta.

In relazione a questi aspetti, occorre sottolineare anche la capacità organizzativa che i settori popolari, i movimenti femministi e indigeni dimostrano a partire da processi di lungo corso che riguardano le modalità di autorganizzazione del lavoro e le trame sociali e politiche delle economie popolari e comunitarie.

Queste variegate esperienze hanno un ruolo centrale tanto in Argentina come in altri paesi del continente per la capacità di creare forme di welfare e istituzionalità dal basso, di sostenere e sviluppare processi di autogestione nei territori urbani e rurali, dove l’elaborazione di rivendicazioni comuni si combina con la sperimentazione pratica di nuove forme di organizzazione della vita in comune, di nuove pratiche di sindacalismo e negoziazione sociale, di rinnovate dinamiche di conflitto e di lotta.

Foto CoopDocs Cooperativa Audiovisual, Quito ottobre 2019.

DALLO SCIOPERO AL CONTROPOTERE

In questo contesto lo sciopero assume una dimensione centrale e significativamente rinnovata, radicale, di massa, riproducibile, imprevista: con il cammino aperto dallo sciopero globale femminista dell’8 marzo, diventa una pratica che si estende nei vari paesi ed assume molteplici forme. Un pratica di lotta popolare di cui le moltitudini si riappropriano reinventandola, che assume caratteristiche nuove, una lotta non burocratica ma socialmente estesa a soggettività non inquadrate in organizzazioni o sindacati: lo sciopero contro il paquetazo in Ecuador, contro l’aumento dei trasporti in Cile e contro le misure neoliberali del governo Duque in Colombia diventa immediatamente metropolitano, situato nei territori e, al tempo stesso, si dispiega immediatamente su un piano transnazionale, superando i confini nazionali e sociali perché capace di diventare una pratica di lotta di massa contro lo sfruttamento di corpi e territori. Lo sciopero diventa indefinito proprio perché esteso nel tempo e nello spazio: è uno sciopero contro il capitalismo, contro la paura, la precarietà la violenza del capitale e dello Stato.

Negli scioperi che diventano rivolte emergono nuove connessioni e strategie intersezionali delle lotte antirazziste/anticoloniali, antipatriarcali e anticapitaliste, che si confrontano nei territori con l’estrattivismo del capitalismo contemporaneo, intenso tanto come intensificazione estrattiva di materie prime e saccheggio dei territori, quanto come l’estensione dei processi di sfruttamento della cooperazione sociale e del lavoro.

Uno sfruttamento che si estende al di fuori della mediazione salariale attraverso dispositivi di indebitamento, precarizzazione e sfruttamento che agiscono simultaneamente ai processi di spossessamento e smantellamento dei servizi di base, combinandosi con la finanziarizzazione della vita quotidiana. È in questo senso che il femminismo, le lotte indigene, quelle studentesche, le lotte delle economie popolari e dei lavoratori precari costruiscono nuove trame comuni contro l’avanzata neoliberale, connettendo lotte differenti a partire dalla capacità di tessere relazioni tra la dimensione quotidiana, la riproduzione della vita e il conflitto sindacale, sociale e politico.

Queste lotte eterogenee e molteplici che emergono nelle rivolte latinoamericane in Ecuador, Cile e Colombia, nelle resistenza al golpe militare in Bolivia, così come nel ciclo di lotte anti-neoliberali in Argentina e la resistenza al bolsonarismo in Brasile, seppure in situazioni eterogenee  e profondamente complesse e articolate, permettono una riapertura dal basso del contropotere inteso come potere di veto.

Una serie di sperimentazioni pratiche e concrete, situate e molteplici, aperte e tuttora indefinite, cariche di potenzialità e di punti di limite si dispiegano nel continente negli ultimi mesi aprendo spazi per un  contropotere inteso come dispiegamento del conflitto attorno ai limiti dell’appropriazione capitalistica della vita, delle risorse, dei territori, a fronte di condizioni di miseria crescente e drammatica legata al saccheggio neoliberale della vita e finanche di un futuro possibile.

In questo contesto possiamo comprendere perché, nelle strade cilene e colombiane, dove cortei moltitudinari promettono di continuare a “lottare fino a che valga la pena vivere”, risuona con sempre maggiore forza lo slogan “Per non tornare mai più alla normalità”: perché, se la normalità è il capitalismo che saccheggia e devasta vite e territori, nelle strade, nelle piazze, nelle case e nei territori indigeni inizia a battere il tempo nuovo delle moltitudini che ritengono indegna, insopportabile e insostenibile la normalità del capitale.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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