I cento giorni della rivoluzione libanese

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Dopo oltre tre mesi di mobilitazioni le piazze di Beirut e del resto del paese riprendono vigore e raddrizzano gli obiettivi, tenendo alta la pressione su Hezbollah e i suoi alleati

Un ragazzo conta i giri di bicicletta intorno al monumento di piazza dei Martiri realizzato nel 1960 dallo scultore italiano Marino Mazzacurati. La ruota davanti è senza copertone, soltanto un cerchione mezzo arrugginito che sferraglia sui ciottoli intorno alle sculture di bronzo. Fa un rumore infernale. Ma il ragazzo tiene duro e al centesimo giro si lancia come una pallina da flipper verso la grande piazza che circonda il monumento.

Cento giri, come i giorni della rivoluzione libanese che cadono in un sabato di anniversari. Quello delle cosiddette primavere arabe di nove anni fa, innanzitutto, con quella egiziana in piazza Tahrir, con le sue rivendicazioni soffocate ma passate negli anni di mano in mano per poi riemergere a mille chilometri di distanza ancora e ancora. E come non pensare a Giulio Regeni, a quattro anni dal suo rapimento, che quelle istanze le ha studiate con passione, ucciso, proprio per questo, “come un egiziano”.

Cento giri, cento giorni. È sabato sera, la folla assedia ancora una volta il Parlamento. Da un furgone, un ragazzo scandisce canti di sostegno anche alle altre popolazioni del Medio Oriente in rivolta. Siria e Iraq i paesi più menzionati, la Palestina quello per cui la moltitudine si accalora di più. La gente lo segue, ripetendo a tempo le sue rime. Ma la scena viene rapidamente rubata dagli epiteti e dalle ingiurie rivolti in sequenza all’ex ministro Gebran Bassil, a Nabih Berri e via via alla folta schiera di politici accusati di aver gettato il Libano nel baratro economico.

Il nuovo governo non è stato giudicato dalla piazza sufficientemente indipendente rispetto ai partiti che lo hanno espresso. «È un governo di impiegati, non di ministri», dice un giovane che brandisce con rabbia la bandiera libanese. «Facce nuove, sì, ma al servizio degli stessi partiti che hanno governato finora». In realtà la geografia politica del Parlamento libanese e la composizione della maggioranza di governo sono cambiate non poco. Le dimissioni di Hariri, vero alleato dell’Occidente e in particolare di Francia e Stati Uniti, hanno aperto la porta a un governo “monocolore” dominato da Hezbollah (che tuttavia esprime direttamente solo due ministri) e dagli alleati del partito cristiano Movimento Patriottico Libero del presidente Aoun. Un governo sostenuto quindi dalle due minoranze nel paese: quella sciita e quella cristiana (ma non tutta).

Sebbene il movimento di protesta abbia superato trasversalmente le appartenenze sociali, culturali e religiose (“Jesus is my comrade” uno dei graffiti più fotografati…), c’è da aspettarsi che anche la composizione del movimento di protesta possa nuovamente cambiare in un paese dalle identità multiple dove non è sempre così semplice tracciare linee di demarcazione netta tra le varie comunità. Il movimento della tawra è stato finora eterogeneo, con una forte componente giovanile percentualmente rilevante anche nelle statistiche di un paese anagraficamente molto giovane. «Le tasse universitarie sono insostenibili. Non tutti possono studiare in Libano. Le migliori università sono private, con rette fuori portata per molte famiglie e il ministro dell’istruzione che le ha innalzate è oggi il primo ministro di questo nuovo governo. Possiamo accettare tutto questo?», dice una ragazza attrezzata con casco, maschera antigas e guanti.

A farle eco è una professoressa della Lebanese American University, che va in piazza tutti i giorni, appena termina le lezioni ai suoi studenti. Le sue ragioni sono diverse: «per trent’anni ho aspettato di vedere il popolo libanese così unito e oggi vedo che finalmente la gente si esprime con una sola voce. Questo è emozionante. Il nuovo governo è espressione della vecchia élite che ha distrutto nuovamente il paese dopo la guerra civile, li vogliamo mandare via». Le ragioni della protesta non finiscono mai: a ogni domanda posta si crea un capannello spontaneo di gente, ognuno vuole dire la propria. È calata la sera in questo sabato di anniversari e il Parlamento è ora completamente circondato sul lato di piazza Riad Sohl. Bandiere, candele accese, un dj set improvvisato, ragazzi che provano a rompere le barriere a protezione del Parlamento. La polizia risponde coi cannoni ad acqua e i ragazzi scherniscono gli agenti «ancora! ancora!». Un vecchio signore si avvicina: «fate sapere all’Europa e al mondo cosa sta accadendo qui, quello che chiediamo e come viene repressa la voce del popolo libanese». Parla in arabo, qualcuno lo traduce in inglese. Poi arrivano altri giornalisti e a quel punto attacca un lungo monologo.

L’Europa e il mondo. Il vecchio arabo in qualche modo centra il tema. Sarà questa infatti una delle prime prove del nuovo governo: acquistare credibilità presso finanziatori, cancellerie e istituzioni economiche mondiali. Il Fondo Monetario Internazionale non ha perso tempo e ha già incontrato il nuovo ministro delle finanze. Ci sarà bisogno di negoziare un debito pubblico enorme, la maggior parte del quale nelle mani delle banche libanesi a cui il governo ha concesso in cambio tassi elevati sui titoli. Oltre a questo, sono in scadenza a marzo 1,2 miliardi di dollari di eurobond. E poi il sistema di approvvigionamento energetico, quello elettrico, quello della raccolta dei rifiuti, quello delle telecomunicazioni, quello sanitario. Tutto da riformare, ma se sarà tramite l’aumento dell’Iva, la fine del sistema dei sussidi nel settore energetico o altre misure dettate dall’Fmi, è probabile che a risentirne saranno i cittadini più vulnerabili, visti gli enormi divari socio-economici che caratterizzano il paese.

Le riforme in vista, tuttavia, non saranno meramente volte a rassicurare istituzioni finanziarie e mercati, ma anche le potenze che li dominano e che hanno obiettivi strategici e geopolitici nell’area. La nuova situazione del Libano, infatti, si inserisce in un quadro regionale di tensione tra Stati Uniti e Iran dopo l’uccisione del generale Soleimani. Un governo apertamente filo-iraniano a Beirut sarebbe mal visto non soltanto dalle cancellerie occidentali, ma anche dagli attori regionali che vorrebbero indebolire l’influenza sciita nella mezzaluna che unisce Beirut a Teheran. Le prime dichiarazioni del segretario di Stato americano Mike Pompeo e dell’ambasciatore europeo in Libano sono state orientate al pragmatismo, con la manifestazione di una volontà a collaborare con il nuovo governo, purché attui le riforme necessarie.

Hezbollah e i suoi alleati, dopo aver rafforzato negli anni il loro profilo anche all’interno delle istituzioni rappresentative, sono dunque attesi alla prova definitiva, schiacciati tra l’incudine di ottenere credito presso attori esterni e il martello della piazza che, almeno per ora, non vuole concedere tregue o alibi al nuovo governo.

Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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