Luglio 8, 2020

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10 FEBBRAIO, GIORNO DEL RICORDO. BORIS PAHOR E SERGIO ENDRIGO

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Contadini sloveni fucilati a Dane, Slovenia, il 31 luglio 1942 dal Regio Esercito Italiano d’occupazione.


Francesco Cecchini


Questa foto è stata diffusa come esempio delle violenze subite dalla popolazione italiana, mentre si tratta esattamente del contrario.

Ogni anno, prima e dopo il 10 febbraio,
molti sono i commenti su una storia complessa come quella del Confine Orientale nel secolo scorso. Non è facile trovare informazioni corrette ed
abbondano semplificazioni e deformazioni interpretative. Il Giorno del Ricordo è un’opportunità per ricordare al servizio della verità storica, che è sempre rivoluzionaria, secondo Gramsci.
L’ esodo di italiani dall Istria e dalla Dalmazia ed altro sono impossibili da comprendere isolandoli e non prendendo in considerazione il fascismo, e prima di lui la politica imperialista dei governi liberali, la guerra mondiale con i suoi crimini, le stragi di civili e la guerra di liberazione in quelle terre. Purtroppo viviamo in tempi di mistificazione diffusa, che va da lavori pseudo storici come gli scritti di Arrigo Petacco, a romanzi come Foiba Grande di Sgorlon o al recente Terra Rossa di Mario Tonino, a film come Porzus, alla telenovela Il Cuore nel pozzo o anche il musical di Cristicchi e Bernas, Magazzino 18 che propone in musica un luogo comune che in questi anni viene diffuso con impegno, quello di centinaia di migliaia di italiani dell Istria e Dalmazia che di fronte all odio etnico nazionalista del comunista Tito ed alla minaccia di finire nelle famigerate foibe diedero vita ad un esodo di dimensioni bibliche.
La verità storica, però, è che vi fu anche molto altro che foibe ed esodo e che ciò ha radici lontane.
Le ferite che il fascismo inflisse alla Jugoslavia e ai suoi popoli furono immense.
Contro la minoranza slovena il fascismo, per esempio, ha compiuto una delle violenze più dure: vietare subito l’uso della propria lingua materna quindi cancellare l’identità.


BORIS PAHOR.

Boris Pahor


Significativo è quanto ha scritto, scrive, lantifascista sloveno e triestino Boris Pahor scrittore di lingua slovena, partigiano, deportato, nato a Trieste 26 agosto 1913. Ha attraversato quindi tutto il secolo breve vivendo la repressione fascista, la ribellione a questa,la deportazione e linternamento in campi nazisti, e i problemi legati al confine orientale, nel secondo dopoguerra.
La sua vita è stata segnata prima dal fascismo e poi dal nazismo. Nel 1920 a Trieste i fascisti hanno dato alle fiamme il Narodni Dom (Casa della Cultura slovena) su cui scrive in Rogo nel porto e in Piazza Oberdan. Boris Pahor ha vissuto in prima persona da bambino questo evento drammatica. “Piazza Oberdan era piena di gente che gridava in un alone di luce scarlatta. Tutta Trieste stava a guardare lalta casa bianca, dove le fiamme divampavano a ogni finestra. Fiamme come lingue taglienti, come rosse bandiere. Gli uomini neri intanto gridavano e ballavano come indiani che, legata al palo la vittima, le avessero acceso sotto il fuoco”.

Narodni Dom

Costruito nel 1904, il Narodni Dom era il cuore della comunità slovena di Trieste. Il palazzo era costituito da un albergo, lHotel Balkan, un teatro, alcune abitazioni private ed era la sede di numerose organizzazioni e da sedi di varie organizzazioni politiche economiche e culturali slovene, ma anche croate, serbe ceche e slovacche. Narodni Dom era il simbolo della presenza slovena a Trieste che prima della guerra del 15-18 era di circa 60.000 persone, il 25% della popolazione. Durante tumulti anti-slavi, il 13 luglio1920 ledificio fu distrutto da squadre fasciste che appiccarono il fuoco e impedirono lintervento dei pompieri. Lintento era quello di eliminare ciò che per loro costituiva un affronto allitalianità della città e incendiare, insieme al palazzo, gli archivi che raccoglievano la memoria della comunità slovena triestina. I responsabili del rogo non furono mai processati, né i proprietari risarciti. Successivamente, laffermarsi del regime fascista comportò la completa negazione dei diritti e dellidentità delle minoranze e nel 1927 si giunse alla chiusura definitiva di tutte le organizzazioni slovene.
Quindi non vanno ricordate solo la fuga dall’Istria e dalla Dalmazia di qualche decina di migliaia di italiani o le foibe, ma anche tutti i crimini fascisti in Africa ed in Europa. Tra questi l’ oppressione con massacri del popolo slavo. Emblematico di quello che avvenne nelle terre acquisite dal trattato di Rapallo fu il discorso di Benito Mussolini, tenuto a Pola il 22 settembre 1920:Di fronte ad una razza inferiore e barbara come quella slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone … i confini dellItalia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani. Seguirono giorni di grande umiliazione per il popolo sloveno narrati anche in Piazza Oberdan. Infine vi furono gli anni terribili della seconda guerra mondiale con l’ invasione della Jugoslavia. Ma per avere una prima idea è sufficiente la sintesi, fornita dallo storico Angelo Del Boca, del bilancio delle vittime civili in 26 mesi, dal 1941 al 1943. di terrore italo-fascista nella sola provincia di Lubiana:
Ostaggi fucilati per rappresaglia: 1.500 Fucilati sul posto durante i rastrellamenti: 2.500 Deceduti per sevizie: 84 Torturati e arsi vivi: 103 Uomini, donne e bambini morti nei campi di concentramento: 7.000 Totale: 11.100 Se si contano i circa 900 partigiani catturati e passati per le armi sul posto, nonché le 83 sentenze di morte emesse dal tribunale militare di guerra di Lubiana (che comminò anche 434 ergastoli e 2695 altre pene detentive per un totale di 25.459 anni) le vittime furono più di 12.000. I villaggi completamente devastati furono 800 e più di 3000 le case saccheggiate e distrutte col fuoco. Tutta la Slovenia, il Friuli Venezia Giulia ed anche il Veneto vennero disseminati di campi di concentramento per sloveni e slavi. Il campo di concentamento dell isola di Arbe aveva una mortalità giornaliera superiore al lager di Buchenwald.”

Testa per dente

Borid Pahor nel 1940 fu arruolato nel Regio Esercito e inviato al fronte in Libia. Dopo larmistizio dell’ otto settembre tornò a Trieste, occupata dai nazisti. Decise di unirsi alle truppe partigiane slovene, al Fronte di liberazione sloveno, che operava in Slovenia e a Trieste, Venezia Giulia. Nel 1955 descriverà quei giorni decisivi nel romanzo Mesto v zalivu , Città nel golfo.
Nel 1944 fu catturato dai nazisti e internato in vari campi di concentramento in Francia e in Germania. Ha scritto Necropolis, un titolo fondamentale della letteratura sugli stermini nazisti. Ci sono libri magnifici e che cambiano i lettori. A questa categoria appartiene Necropoli. Lo pubblicò nel 1966, in sloveno (Non mollare mai le tue origini e la tua lingua è una sua affermazione). Lopera è rimasta in penombra per oltre 20 anni, fino a quando è stata scoperta dal mercato italiano e sono arrivate le traduzioni internazionali. La sua lezione è più forte che mai. In Necropoli scrive che tutto divenne ancora più mostruoso quando a decine di migliaia di persone furono cambiati il cognome e il nome, e non soltanto ai vivi ma anche agli abitanti dei cimiteri.
Boris Pahor ha sconfitto fascismo e nazismo, che non hanno potuto eliminarlo, ancora vive e scrive! Ha avuto ed ha un ruolo nel superamento del confine orientale tra i popoli italiano, sloveno e croato.


SERGIO ENDRIGO

Sergio Endrigo

Il link con la canzone 1947 di Sergio Endrigo è il seguente:

Da quella volta
non l’ho rivista più,
cosa sarà della mia città.
Ho visto il mondo
e mi domando
se sarei lo stesso
se fossi ancora là.
Non so perché stasera penso a te,
strada fiorita della gioventù.
In 1947 il cantante canta la giovinezza e la città dove ha trascorso l adolescenza Pola o Pula o Pulji, lasciata quando i suoi genitori scelsero di venire in Italia. Poi ritrovata perché Sergio Endrigo non ha mai voluto assumere il ruolo del fuggiasco e tagliare i legami con la sua terra. Internazionalista fu un italiano amico di tutti i popoli, anche degli slavi del sud, oltre il confine.
Sergio Endrigo, è stato un comunista che con passione ha vissuto, scritto e cantato la vita, la passione, i conflitti e le contraddizioni del proprio tempo. Significativa del suo impegno è la canzone,
LA BALLATA DELL’EX: Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano La notte solo il vento gli faceva compagnia Laggiù nella vallata è già pronta l’imboscata Nell’alba senza sole eccoci qua Qualcuno il conto oggi pagherà Andava per i boschi con due mitra e tre bombe a mano Il mondo è un mondo cane ma stavolta cambierà Tra poco finiranno i giorni neri di paura Un mondo tutto nuovo sorgerà Per tutti l’uguaglianza e la libertà…
Parlando di questa canzone il cantautore ha detto: È nata dalle letture di Calvino, Pratolini, il Cassola della Ragazza di Bube ed esprime lamarezza di quanti avevano creduto nella grande rivoluzione che doveva avvenire nel dopoguerra e che ovviamente non cè stata. Negli anni Sessanta la canzone venne anche censurata .