Luglio 8, 2020

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Patrick Zaky: dopo Giulio Regeni, un altro studioso torturato dal regime egiziano

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Patrick George Zaki è un attivista egiziano di 27 anni, studente dell’Università di Bologna in Women’s and Gender Studies. Alle quattro del mattino di venerdì scorso, come riporta il suo legale, è stato arrestato all’aeroporto del Cairo dalle forze di sicurezza egiziane con l’accusa di aver diffuso false notizie e di attentare alla stabilità nazionale, incitamento a manifestazioni senza permesso, tentativo di rovesciare il regime, uso ‘improprio’ dei social network per danneggiare l’immagine del regime e propaganda per gruppi terroristici e uso della violenza. Accuse che in Egitto possono valere l’ergastolo.

Il giovane si apprestava a trascorrere un periodo di vacanza nel paese natale dove, a Mansura, vivono i genitori.

Patrick, irrintracciabile per 24 ore e condannato da una sentenza-lampo a 15 giorni di carcere, è stato sottoposto a un interrogatorio di 30 ore: bendato, ammanettato, colpito ripetutamente con botte e scariche elettriche; così riportano i genitori in un’intervista a Repubblica, dove affermano che i suoi carcerieri volevano conoscere «i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Ma lui non sa nulla di tutto questo». Anche Hoda Nasrallah, del team di avvocati che segue il caso, conferma che «È stato sottoposto a scosse elettriche e colpito, ma in maniera da non far vedere tracce sul suo corpo».

Una procedura simile a quella subita da un amico di Zazy, Amr, 29enne egiziano che vive a Berlino da tempo, che all’ANSA ha dichiarato di essere stato rapito dalle forze di sicurezza egiziane, interrogato per 35 ore, bendato, legato, picchiato e privato del sonno.

Patrick è incarcerato da sabato in una camera di sicurezza del commissariato di polizia Mansoura-2, a 120 chilometri a nord del Cairo, la sua città natale.

Immediata è partita la campagna di solidarietà internazionale per il rilascio di Patrick e contro le violazioni dei diritti umani da parte dello Stato egiziano: a Bologna per quattro giorni consecutivi si è tenuto un presidio in piazza Nettuno, così come a Grenada, sede centrale del programma europeo di master “Gemma” a cui è iscritto il giovane, si susseguono le iniziative.

Un regime in difficoltà dietro la facciata repressiva

I metodi e le accuse sono le stesse e non è un caso che, soprattutto dopo le proteste del 20 settembre 2019, il regime egiziano abbia stretto ancor di più la morsa su attivisti e social network. I video diffusi dall’autoesiliato imprenditore egiziano, nei quali si denunciavano la corruzione e le malefatte della borghesia militare al governo su appalti e finanziamenti, hanno di fatto spinto il regime a controllare ancor più capillarmente i network degli attivisti.

In un Medio Oriente in pieno fermento politico e sociale, come dimostrano le proteste di piazza in Libano, Sudan, Iraq, Algeria e, in parte, in Libia, il regime egiziano mantiene una facciata di stabilità interna funzionale all’accrescimento del giro di affari nel paese da parte del capitale occidentale.

In una delle sue ultime interviste all’agenzia di stampa DIRE, Patrick Zaki affermava di come l’Egitto fosse un paese tutt’altro che stabile. nell’intervista si legge: “L’Egitto non è affatto un Paese stabile, né dal punto di vista socio-economico né delle libertà fondamentali. La gente non trova lavoro, il costo della vita continua ad aumentare e il governo fa di tutto per limitare gli spazi del dissenso“.

C’è da dire che la spietata repressione del dissenso, nonostante l’apparente forza del regime nel garantire ‘ordine e sicurezza’ nel paese, non è nient’altro che una dimostrazione di quanto il sistema securitario di Al-Sisi sia politicamente debole.

Come dimostrato dalle proteste dello scorso settembre, la tanto sbandierata crescita economica del paese pesa, ancora una volta, sulle spalle dei lavoratori, della classe operaia egiziana.

Le politiche di austerità, nonostante deboli aperture da parte del regime riguardo ai sussidi, e i dettami del FMI hanno ridotto alla fame circa il 40% degli egiziani. È in questo quadro che la repressione del regime golpista di Al-Sisi opera indisturbata con la benedizione di Unione Europea ed Italia.

Secondo i dati, il nostro paese tra armi, gas e turismo ha aumentato il proprio interscambio con il regime a 4.5 miliardi nel 2019 con un incremento delle esportazioni di petrolio e gas (rispettivamente +31% e 200%). Non fanno eccezione l’export di armi (passato dai 7 milioni nel 2018 ai 69 del 2019) e il turismo con un aumento di circa il 40% nello scorso anno.

Un toccasana per il capitalismo italiano che, ENI in primis, fa affari d’oro con il suo ‘ineludibile partner’ legittimandolo sia a livello nazionale che internazionale.

Non sorprende infatti la timida reazione delle istituzioni italiane all’arresto del giovane studente e che, ancora una volta, si fanno convinte che il regime di Al-Sisi agisca nel pieno rispetto della persona. Infatti, l’idea di monitorare il processo del giovane con osservatori europei è di fatto l’ennesimo assist alla dittatura.

In questo caso, la forza del regime egiziano sta nel fatto che esso agisce nel pieno rispetto delle leggi del paese. Tutto sembra, anche se non lo è, nella norma e nel rispetto delle leggi dello Stato. Le accuse mosse con il giovane studente, seppur ridicole, dimostrano di come lo stato legittimi di fatto questo modo di agire.

Ecco che si spiega la reazione stizzita del ministero dell’interno egiziano, che su Twitter, rivendica di fatto la legittimità del governo egiziano di arrestare chi e come e quando voglia.

Patrick, così come altri, è soltanto l’ennesima vittima di un regime malato che, non essendo in grado di risolvere i problemi cronici del paese, tortura, incarcera e uccide in nome della stabilità della regione con il beneplacito di Italia e Unione Europea.