Maggio 25, 2020

AFV

Libera la tua mente

Le storie di Adelaide (X). Il mondo dopo la pace

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Adelaide ama perdersi da sola per le strade strette dell’Altstadt. Lo faceva anche a Bologna. Ma Adelaide sa sempre dove si trova: ha imparato a orientarsi a Zurigo come se fosse ancora a San Giovanni in Persiceto. Adelaide ama le finestre, le piace immaginare chi abita quella casa, cosa stanno preparando in quella cucina, a cosa stanno giocando in quella stanza, chi la sta osservando dietro quelle tende. Non è curiosa, e neppure invidiosa delle vite degli altri, semplicemente le piace lasciare andare la fantasia, perché dietro ogni finestra c’è una storia, una storia che qualcuno dovrebbe prendersi la briga di raccontare.
Adelaide… Una voce trafelata la scuote da questi pensieri, mentre fissa un bovindo. Scusi, Adelaide, credo di essermi perso. Un’altra volta. 
La giovane non riesce a trattenere un sorriso. Signor Zweig, uno che ha girato il mondo come lei non può perdersi nel centro di Zurigo. Andiamo, la accompagno, non vorrà arrivare tardi per pranzo. Il signor Kammerer detesta che a mezzogiorno non si possa cominciare a mangiare.
Me ne sono accorto.
I due cominciano a camminare. Adelaide affronta con sicurezza ogni svolta. Allora, signor Zweig, le piace Zurigo? Ormai è qui da qualche mese.
Ricordo ancora il momento in cui ho varcato il confine, quando sono arrivato nella piccola stazione di Buchs. Solo pochi minuti di viaggio dall’ultima stazione austriaca eppure mi è sembrato di entrare in un altro mondo. Sono stato preso da una sorta di ebbrezza. Ricordo l’impressione che mi ha fatto trovare al buffet le arance: non ne vedevo da due anni. E ancora giornali francesi, inglesi, italiani e la possibilità di mandare telegrammi in ogni parte del mondo. Nei paesi in guerra sono proibite le cose lecite, che qui finalmente ho riconquistato. Non mi sono sentito straniero, come mi sentivo ormai nel paese in cui sono nato. E poi arrivare finalmente qui a Zurigo, sono tornato un uomo libero. Ritrovare qui il mio caro amico Romain Rolland, passeggiare liberamente con lui, comunicare senza censure, anche se i nostri paesi sono in guerra. Ho vissuto in questa euforia per qualche mese.
Mi sembra stia per arrivare un “ma”.
La guerra si combatte tutt’intorno a noi e fatalmente anche qui, nella neutrale Svizzera. Un cameriere che indugia troppo mentre ti serve un caffè, una donna misteriosa che ti sorride nella hall dell’albergo, un pacifista zelante che ti assilla per avere la tua firma sotto un appello possono essere spie. E spesso lo sono. E così ho limitato di molto la cerchia dei miei rapporti. E ho affittato la stanza del signor Kammerer. Non mi piace la Zurigo delle spie.
Anch’io potrei essere una spia.
Zweig sorride. Non credo, e sono certo che neppure la signora Kammarer lo sia.
E poi, cara Adelaide, sopporto a fatica anche la Zurigo dei rivoluzionari. Mi pare che le loro discussioni siano sempre più sterili, ogni gruppo tende a chiudersi in se stesso. Qui ho conosciuto troppi rivoluzionari di professione, uomini mediocri, aggrappati ai loro piccoli dogmi, che non avrebbero il coraggio di passare all’azione, capaci solo di parlare.
Adelaide pensa a quelli che lei ha conosciuto. Certo Lenin ha avuto il coraggio di partire, adesso è là, costretto a  fuggire dalla polizia del suo paese. Ma tanti sono come quelli descritti da Zweig. Pensa alle interminabili e verbose riunioni, in cui sono sempre gli stessi quelli che si arrogano il diritto di parlare e in cui loro devono solo ascoltare. Pensa alla fatica con cui Nadja, lei e le altre compagne hanno fatto accettare agli uomini di costituire la scuola serale per le donne. Una cosa inutile per tanti di loro, anche Giulio non l’ha sostenuta in quella scelta. Lei invece pensa che sia necessario far studiare le donne. È una cosa importante quella che stanno facendo, una cosa che servirà dopo la guerra.
Non la voglio annoiare, cara Adelaide, con il mio pessimismo. Stefan interrompe i pensieri della giovane.
No, non mi annoia affatto, che mondo ci sarà dopo la guerra? Che mondo troveranno i bambini a cui io insegno?
Non credo di essere la persona più adatta per rispondere a questa domanda. Certo noi abbiamo conosciuto l’inferno. Penso che quando finirà ci illuderemo che possa nascere un mondo nuovo. Io, cara Adelaide, sono nato nel 1881 a Vienna e sono cresciuto in quello che mi sembrava il centro del mondo. Certo sono stato fortunato, la mia famiglia era ricca, ho viaggiato, ho visto le automobili e gli aeroplani, il cinema e il telefono. Era un tempo felice, un’età dell’oro. Non credevamo alle guerre, così come non credevamo ai fantasmi. Sono cresciuto in un mondo in cui pensavamo che i confini, le differenze tra le nazioni e le religioni avrebbero finito per confondersi in un comune senso dell’umanità, concedendo a tutti la pace. E invece sono stato testimone della caduta dell’umanità nella barbarie. Ho visto la guerra. Quella pace ci ha condotto alla guerra. Dove ci condurrà la prossima pace?
Sono arrivati sulla Spiegelgasse.
Salgono le scale. Capisco quello che sente e temo di condividere il suo pessimismo. Però, con tutto il rispetto, se è vero che oggi viviamo tutti all’inferno, nel mondo di prima della guerra era diverso essere un uomo, in una famiglia ricca nella felix Austria ed essere una donna in una famiglia di contadini a San Giovanni in Persiceto. Io quelle donne le ho conosciute. Mi creda: nessuna di loro pensava di vivere un’età dell’oro.     

continua… 


per chi se le ha perse, ecco la “puntate precedenti“…