Maggio 31, 2020

AFV

Libera la tua mente

le storie di Adelaide (XI). Uno sciamano

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Adelaide è incuriosita da quel locale, non solo per lo spettacolo di poche sere prima, di cui è stata l’involontaria protagonista. Giulio, tu ci sei andato?
Sì, un paio di volte, con qualche compagno. Speravamo di coinvolgere qualcuno di loro nelle nostre attività. Dicono di essere rivoluzionari, di essere contro la guerra, di essere contro il sistema, ma sono davvero troppo anarchici per entrare nella nostra organizzazione. Non vogliono educare le masse. Alla fine sono solo borghesi che si baloccano con quella che loro chiamano arte.
Ma i loro spettacoli? Ti sono piaciuti? Cosa fanno?
Mah, sinceramente nessuno di loro dimostra un qualche talento.
Adelaide non è molto convinta di quel giudizio.

Ti stai preparando? Dove vai a quest’ora? Giulio si sta mettendo la giacca per andare a una riunione del partito e si stupisce vedendo che la sorella sta indossando il soprabito e il cappello.
Vado al Cabaret Voltaire. Ho letto che stasera c’è uno spettacolo di poesia. 
Contenta tu. 
Appena si entra c’è una sala più grande con il bancone del bar, gli sgabelli e gli stretti tavolini accostati alle pareti. Dietro c’è una stanza più piccola, in fondo c’è un piccolo palco occupato per almeno un terzo dal pianoforte verticale e chiuso da due quinte che sembrano stiano per cadere. E i tavolini sono tutti ammassati lì davanti, in maniera disordinata. Ci sono anche alcune sedie sparse. Adelaide, attraverso il fumo che riempie la sala, ne trova una libera.
Un uomo suona il pianoforte, o meglio ad Adelaide sembra che scelga i tasti a casaccio. Non c’è nessuna armonia in quella musica. Un altro uomo, che indossa un elegante monocolo che però viene quasi coperto da un ciuffo di capelli neri, sistema sul palco tre leggii e su ciascuno mette un foglio. Adelaide vede che quei fogli sono scritti con un vivido inchiostro rosso. Poi all’improvviso il pianista smette di suonare e si spengono le luci. C’è confusione sul palco. Adelaide sente i rumori dei passi di un paio di uomini che sembrano portare qualcosa sulla pedana. Quando finalmente le luci vengono riaccese in mezzo al palco, dietro ai leggii sembra esserci una specie di colonna. Ma è un uomo che indossa intorno alle gambe un cartone blu lucido, aderente fino ai fianchi. Non può muoversi ed evidentemente lo hanno portato su di peso. Poi indossa un enorme collo a mantellina, anch’esso di cartone, dipinto di scarlatto all’interno e d’oro all’esterno. Adelaide nota che se l’uomo muove i gomiti sembra che abbia due ali. Sembra una strana specie d’insetto. Infine ha un cappello da mago, lungo, a cilindro, blu con le strisce bianche.
Nella sala adesso c’è un silenzio d’attesa. L’uomo osserva i fogli, e legge, ma dalla sua bocca escono parole senza senso. Adelaide capisce che non è nessuna lingua. Zimzim urallala zimzim urullala zimzim zanzibar, non significa nulla, in nessuna lingua del mondo. Eppure c’è qualcosa in quei suoni. Ad Adelaide ricordano le litanie che ha sentito da bambina quando la nonna la portava in chiesa. E c’è qualcosa di sacro in quell’uomo che, nonostante il pubblico rumoreggi, rimane impassibile e solenne. Nella sala cresce il trambusto. Qualcuno da dietro urla di smetterla, qualcun altro usa un linguaggio un po’ più colorito, un boccale vuoto scagliato da dietro si rompe sul palco, proprio nel momento in cui le luci vengono spente. Adelaide sente le sedie muoversi intorno a lei, qualcuno prova ad alzarsi e la urta. Cade.
Si riaccendono le luci e un giovane le sta porgendo la mano. Scusi, signorina, ma queste serate spesso finiscono in maniera caotica. Credo dovremo trovare una sala un po’ più grande.
O un poeta un po’ meno oscuro. Grazie.
Il giovane sorride. È la prima volta che vede uno spettacolo di poesia di Hugo Ball?
Sì.
Spero non sia l’ultima. Intanto il giovane ha trovato, Adelaide non sa da dove, una sedia. Buonasera, mi chiamo Hans Richter. Sono anch’io un artista dada.
Adelaide Lechner. Molto lieta. Dada? Un’altra parola senza senso.
È vero, non vuol dire nulla. Oppure vuol dire tutto. Dada è il temporale che finalmente si abbatte sull’arte del nostro tempo.
E volete fare tutto questo con parole senza senso?
Pensi ai danni che fanno le parole, le parole di chi ci ha portato in guerra, che ci spingono ogni giorno a combattere, le parole con cui ci convincono a essere sottomessi. Con queste poesie vogliamo rinunciare per sempre a questa lingua serva del conflitto.
Però con le parole si fanno anche le rivoluzioni.
E anche noi vogliamo fare la rivoluzione, vogliamo stravolgere tutte le convenzioni, noi stiamo costruendo l’arte del futuro.
Anche lei è un poeta?
No, io dipingo. E allo stesso modo nei nostri quadri l’immagine dell’uomo scomparirà e ci saranno solo oggetti decomposti.
Io credo che l’arte rappresenti sempre l’uomo. E la donna.
Però noi lo faremo in maniera diversa che dal passato. E poi voglio fare dei film, perché la nuova arte sarà la pittura che si muove.
I suoi film racconteranno storie?
Ancora non lo so, i miei film dovranno essere diversi, perché dada è anti-arte. Voglio raccontare le forme che si muovono, immagino ritmi di colore e luci di musiche.
Credo che per essere anti-artisti prima occorra essere artisti. 
Penso piuttosto che occorra avere la fantasia dei bambini, essere liberi dagli schemi, dalle convenzioni che acquisiamo quando cresciamo. Loro quando disegnano non si fanno problemi se una cosa è più grande o più piccola o se il mare è rosso e l’erba blu. In fondo dada è la prima parola che pronuncia un bambino. 
Adelaide sorride.
Di bambini un po’ me ne intendo ed effettivamente avete molto in comune. 

continua… 


per chi se le ha perse, ecco la “puntate precedenti“…