IL PARLAMENTO SI PUÒ E SI DEVE RIUNIRE. ALTROVE

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630 e 315. Non sono numeri da giocare al Lotto. Del resto, neppure si può in questi tempi di chiusura totale (che ora va di moda chiamare “lockdown“). Sono deputati e senatori che non possono riunirsi nelle rispettive Camere perché le normative sul distanziamento sociale, dettate dall’emergenza del Coronavirus, lo impediscono. La condizione di eccezionalità è tale che mai si era presentata in 74 anni di vita repubblicana l’impossibilità di svolgere i lavori parlamentari per motivi di salute pubblica.

Leggo e ascolto pareri che invitano ad un contingentamento del numero dei deputati e dei senatori, una sorta di rappresentanza proporzionale nei due rami del Parlamento: una “ridotta“. Se hai duecento deputati, ne andrà un decimo in Aula e così per i senatori. Una scala di riduzione delle presenze per consentire alle Camere di funzionare e di non lasciare da solo il governo a gestire questa situazione che si protrarrà nel tempo più di quanto possiamo al momento immaginare.

Tutto ciò pone problemi non solo di natura burocratica ma anche di stretta osservanza delle norme costituzionali, poiché i numeri delle Camere saranno anche variabili per coloro che vogliono stravolgere il ruolo centrale del Parlamento nella vita della Repubblica, ma, per chi ha a cuore la democrazia e la piena espressione che ne deriva dall’ampiezza della rappresentanza territoriale, sembra opportuno trovare il modo di consentire a tutti i deputati e a tutti i senatori di poter intervenire su qualunque tema sia posto o proposto dall’esecutivo o da altri membri del Parlamento stesso.

La rappresentanza in scala della rappresentanza da suffragio universale non è prevista dalla Costituzione e per ridurre i ranghi del Parlamento serve una legge costituzionale stessa che potrebbe essere pure sottoposta al giudizio del popolo italiano. Cosa ad oggi impossibile da realizzarsi, visto che pende sulle due Camere ancora il referendum che si sarebbe dovuto tenere di qui a pochi giorni, il 29 marzo, per decidere se tagliare o meno il numero dei rappresentanti della nazione secondo la riforma approvata scelleratamente dalla maggioranza di governo.

Dacché l’Italia è diventata una nazione, un Paese unificato rocambolescamente, ma comunque unito, il Parlamento si è riunito, col trasferimento della capitale da Firenze a Roma, a Palazzo Montecitorio e a Palazzo Madama. Tutte le strutture per il corretto funzionamento delle due Camere si trovano nei due storici edifici romani. Ma la Costituzione non obbliga il Parlamento a ritrovarsi in quei palazzi sempre e comunque.

In momenti di emergenza mondiale e nazionale, come quelli in cui stiamo vivendo, si può anche prendere in considerazione di trasferire le riunioni del Parlamento in ambienti consoni al rispetto delle norme attualmente in vigore per contenere l’espansione del Covid-19.

Abbiamo nella capitale strutture come fiere, ampi spazi dove possono provvisoriamente riunirsi tanto 630 deputati quanto 315 senatori, senza dover per questo ricorrere ad una amputazione della rappresentanza tramite lo strumento imprevisto (nel senso proprio di “non previsto“) della delega sulla delega, della riduzione proporzionale al fine di sfoltire il numero dei presenti nelle aule e permettere comunque alle Camere di funzionare.

Ma il senso della partecipazione, quindi il potere di libertà di azione del Parlamento, sta nella collegialità che lo compone: far venire meno questo principio che si esprime tanto nel singolo rappresentante della nazione quanto nella collegialità del voto su singoli provvedimenti anche (e soprattutto) di natura governativa, significa ridurre il Parlamento ad un mezzo-Parlamento, ad un “rump parliament” come ai tempi della Rivoluzione civile inglese.

Non sarebbe, infatti, la prima volta nella storia delle democrazie che governi e parlamenti sono costretti a riunirsi in condizioni di assoluta straordinarietà: l’esempio del Parlamento tronco inglese, dei tempi di Cromweel, si inserisce in un contesto ben diverso. C’è una guerra che contrappone due fazioni distinte: da una parte il re Carlo I e dall’altra proprio il Parlamento.

Qui non si tratta di epurare deputati e senatori per ragioni politiche, ma, nella proposta che è stata avanzata da colonne di giornali e programmi televisivi, di consentire ad una rappresentanza dei rappresentanti di poter avere una delega per potersi esprimere a loro nome nelle rispettive Camere e consentire così al poter legislativo di legiferare anche in tempi eccezionali.

In altri momenti della storia, non solo i parlamenti ma anche i governi sono dovuti ricorrere a riunioni che addirittura erano fatte da un esilio non certo cercato o voluto: la Polonia invasa da Hitler e occupata per il resto da Stalin, trasferì i suoi organismi statali in Inghilterra e da lì il governo e il Parlamento polacco continuarono, per quanto possibile, a riunirsi e ad organizzare la resistenza, dando un contributo notevole alla lotta di liberazione dell’Europa dal nazifascismo.

Anche per i francesi la situazione fu analoga: tralasciando il collaborazionista Stato francese retto dal governo del Maresciallo Philippe Pétain (la cosiddetta “Francia di Vichy“, la città dell’Alvernia dove si tenevano le sedute dell’esecutivo filo-nazista), il generale De Gaulle stabilì, esattamente come i polacchi, non avendo alcuna alternativa un gabinetto di guerra francese a Londra.

Tempo prima, crollata sotto i colpi dei cannoni francesi la Repubblica Romana del 1849, Mazzini scrisse accoratamente nell’ultimo appello ai romani che, dovendo fuggire dall’Urbe per l’arrivo delle truppe di Oudinot, “La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla“. Si stabiliva, del resto, nella Costituzione approvata proprio il giorno della caduta della Repubblica, al Titolo III, articolo 22 che: “L’Assemblea si riunisce in Roma, ove non determini altrimenti, e dispone della forza armata di cui crederà aver bisogno.“.

Prevedendo che sarebbe potuto accadere facilmente che le potenze europee avrebbero aggredito la Repubblica Romana, ispiratrice del sogno di una Italia finalmente unita e non più soggiogata dalle monarchie, i costituenti di allora inserirono una clausola di libertà di riunione dell’Assemblea legislativa, ovunque fosse necessario. Non solamente in Roma.

Prendendo esempio, da questa grande storia, facendo di necessità virtù, il Parlamento della Repubblica Italiana si deve riunire e deve dare continuità alla regime democratico esistendo pienamente e completamente, senza amputazioni di rappresentanza, organizzandosi per sedute in luoghi che siano altri da Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama, auspicando di tornarvi quanto prima, quando l’emergenza Coronavirus sarà passata, quando burocrazia e politica potranno ritrovarsi nei due storici emicicli.

Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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