Maggio 28, 2020

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Il Washington Post ammette che i sondaggi mostrano che la Crimea preferisce far parte della Russia

La gente prende parte ai festeggiamenti per l’anniversario del ritorno della Crimea nella Federazione Russa a Sebastopoli.

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Il Washington Post rompe con i media americani e inglesi e AMMETTE che i sondaggi mostrano che la Crimea preferisce stare parte della Russia

Il Washington Post rompe con i media americani e inglesi e AMMETTE che i sondaggi mostrano che la Crimea preferisce stare parte della Russia
Washington Post breaks ranks with other US & UK media, ADMITS polls show Crimeans prefer to be part of Russia
La gente prende parte ai festeggiamenti per l’anniversario del ritorno della Crimea nella Federazione Russa a Sebastopoli.

Una delle cose curiose sulla copertura mediatica occidentale della Crimea dal 2014 è stata la narrazione coerente che il riassorbimento della penisola da parte della Russia è stato condotto contro la volontà della gente del posto.

Guardate, potete fare legittime argomentazioni sul diritto internazionale e sul modo in cui il processo si è svolto. Ma i tentativi di dare l’impressione che Mosca abbia in qualche modo trascinato i residenti scalciando e urlando nella Federazione Russa sono sempre stati ridicoli.

La stragrande maggioranza degli abitanti della Crimea vuole far parte della Russia. Questo fatto non è contestato da alcun esperto credibile dello spazio post-sovietico, ed è confermato anche da un sondaggio d’opinione [in inglese], comprese le indagini condotte da società americane e tedesche.

Per provare quale parte si sente più fiduciosa della sua versione degli eventi, guardate gli atteggiamenti per ottenere l’accesso della stampa in Crimea in Ucraina e Russia. Per quanto riguarda Mosca, se un giornalista – o chiunque altro, del resto – vuole visitare la penisola, tutto ciò di cui ha bisogno è un visto russo standardizzato, e ci va. Tuttavia, Kiev ha chiarito che qualsiasi giornalista che viaggerà in Crimea senza il suo permesso sarà bandito dall’Ucraina; un grave impedimento per chiunque lavori per una fonte occidentale.

Farsi dare il via libera dagli ucraini non è facile. Innanzitutto, è necessario andare a Kiev, quindi richiedere di persona un permesso, prima di attendere alcuni giorni per l’approvazione. Se la otterrete, allora vi aspetta un viaggio di undici ore, su strade pessime per gran parte del percorso, fino a Sinferopoli. Questo perché l’Ucraina ha chiuso tutti i collegamenti ferroviari e aerei.

Ora, siamo onesti, se Kiev avesse la sensazione che la maggior parte dei locali vuole tornare sotto il suo controllo, non avrebbe eretto queste barriere. Al contrario, i funzionari incoraggerebbero ogni Tizio, Caio e Sempronio a vagare liberamente per la Crimea e riferire di quanto la gente del posto vuole essere liberata dalle catene di Mosca.

Ma, in realtà non è così, e gli ucraini lo sanno. Ed è per questo che rendono così difficile per gli stranieri andare lì, e vederlo con i propri occhi.

Questa settimana un giornale ha rotto i ranghi, almeno fino a un certo punto. Il Washington Post ha pubblicato un op-ed [in inglese] sotto il titolo: “Sei anni e 20 miliardi di dollari in investimenti russi dopo, gli abitanti della Crimea sono contenti dell’annessione russa”. Naturalmente, i redattori stanno sostanzialmente cercando di insinuare che Mosca ha portato dalla sua parte la gente del posto, ma almeno è uno spiraglio di luce in oltre mezzo decennio di oscurità.

Gli autori indicano un sondaggio di Levada di dicembre che hanno commissionato, che ha mostrato che l’82% dei locali sostiene ancora l’ingresso nella Russia, praticamente invariato dal 2014. Tuttavia, la loro scoperta più significativa è che il 58% dei tartari è ora soddisfatto del controllo russo, rispetto al 39% di sei anni fa. I tartari sono un gruppo Musulmano che costituisce circa un ottavo della popolazione della penisola. Levada, per la cronaca, è una società di sondaggi indipendente.

La ragione per cui è così interessante è che l’intera narrativa dei media e degli esperti occidentali sulla Crimea dipende dal fatto che Mosca sta opprimendo i tatari; ed è anche la base principale della propaganda di Kiev sulla situazione. A proposito, il sospetto tartaro nei confronti di Mosca è perfettamente comprensibile, dato il modo in cui furono trattati in passato dall’Impero russo e dall’Unione Sovietica. Ma questi, come si suol dire, sono tempi diversi.

Gli autori – Gerard Toal, John O’Loughlin e Kristin M. Bakke, tutti accademici – concludono osservando come la “visione della Crimea come “territorio occupato” non è sincronizzata con le realtà materiali e attitudinali della Crimea contemporanea”.

A Toal, O’Loughlin e Bakke deve andare il merito per il loro lavoro, e anche il Washington Post ha diritto a dei complimenti per averlo pubblicato. Tuttavia, purtroppo, cambierà poco, perché gli influencer occidentali non sono interessati a valutare la Russia in modo equo, in generale, né sono pronti a valutare onestamente le ripercussioni del Maidan di Kiev del 2014.

Anche se questo evento è stato in gran parte alimentato dalle circostanze sul terreno in Ucraina, non sarebbe potuto accadere senza il sostegno e l’incoraggiamento occidentali, e nessuno sembra disposto a riconoscerlo. Invece, viene detta la solita mera: la Russia sta “occupando” la Crimea e gli ucraini sono “sulla strada verso l’Europa”. Frasi a effetto convenienti, ma anche assolute ca*ate.


Articolo di Bryan MacDonald pubblicato su Russia Today il 19 marzo 2020
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per Saker Italia.