Maggio 25, 2020

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TRA VIRUS, FAME E MODERNI “ESPROPRI PROLETARI”

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La parola “fame” sembrava consegnata all’oblio della storia nel civilissimo e modernissimo “occidente” capitalistico. Invece, riflusso del flusso emergenziale sanitario globale, di una pandemia senza precedenti da inizio ‘900 ad oggi, ricompare con inaspettata prepotenza e mette a nudo l’imperatore della propaganda della ricchezza fintamente tale.

Le pubblicità televisive, che inframezzano tra un programma e un altro che parlano sempre e solo di Coronavirus, non riescono a sovrastare l’evidenza dell’avanzamento di una povertà – soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia – che è figlia del lavoro nero, di un esercito di centinaia di migliaia di cittadini privi di qualunque occupazione anche solamente precaria, che già ben prima della vicenda del Covid-19 si affidavano alla Caritas o ad altre strutture di sostegno anche comunali per riuscire a sopravvivere.

Prova dell’emergenza sociale, di moderni “espropri proletari“, che seguono e si sommano all’allarme sanitario, diventando quindi una potenziale emergenza di ordine pubblico e di stabilità dell’osservanza di quelle regole che ci sono state date per fronteggiare l’espandersi dell’epidemia, sono i tentativi di assalto ai supermercati che in Sicilia si stavano organizzando con  un coordinamento di chat su WhatsApp per recarsi in massa nei centri di distribuzione alimentare e, praticamente, fare la spesa “gratis“.

Indubbiamente è illegale, è rubare, è sottrarre anche agli altri cittadini beni essenziali che, se accaparrati sia legalmente (quindi pagando) sia illegalmente (quindi facendone incetta “gratuitamente“), rischiano di mandare in crisi la filiera di rifornimento dei beni di prima necessità. Senza ombra di dubbio nessuna emergenza consente di saltare un’altra filiera, una catena di comando che già ha sospeso molte garanzie democratiche, pur affermando di voler continuare a giurare fedeltà alla Costituzione e alla Repubblica.

Ma, pur con tutti i se e i ma, il problema della vasta indigenza, della vera e propria povertà non soltanto nel nostro Sud ma nei tanti Sud del mondo, rimane: che accadrà nelle zone asiatiche e africane più depresse economicamente – quindi socialmente prive di qualunque tutela minima in campo sociale, assistenziale e sanitario – quando il Coronavirus si diffonderà e metterà in scacco la fragile barriera che potranno opporre le nazioni subsahariane o il subcontinente indiano?

Al momento, il virus si è diffuso, dopo il contagio di partenza dalla zona di Wuhan in Cina, nelle altre due zone più ricche del pianeta: l’Europa e gli Stati Uniti. Alcune sottozone di questi due enormi concentrazioni di popolazione (300 milioni nel Vecchio Continente e 250 milioni negli USA) sono diventati focolai epidemici enormi: la zona lombardo-veneta e piemontese per l’Italia (quindi praticamente quasi l’intero Nord della Penisola), Madrid per quanto riguarda la Spagna, la Baviera, Amburgo e altre importanti città della Repubblica federale tedesca e una diffusione piuttosto omogenea per quanto riguarda la Francia.

Negli Stati Uniti è – data l’alta densità di popolazione – la Grande Mela ad essere il centro di espansione dell’epidemia con aggiunti alcuni Stati della costa orientale.

Auguriamoci che non accada, ma il virus sta iniziando a penetrare anche laddove la ricchezza non sembra combaciare con l’evolversi della pandemia: non vi è più un solo Stato africano che sia privo di contagi e, se al momento il contenimento pare tenere, non è dato sapere quale sia il motivo che stia risparmiando da una vera e propria strage la fragilità delle zone al di sotto dell’Equatore.

Il nord ricco, opulento, quello che ha reso il mercato capitalistico, lo sfruttamento intensivo della forza-lavoro moderna una caratteristica globale del liberismo diffuso su tutto il pianeta, è la zona più flagellata dal Covid-19. Qui le ipotesi si sprecano, senza alcuna evidenza scientifica: sarà proprio a causa dell’industrializzazione, della produzione di emissioni che avvelenano l’aria e producono livelli di inquinamento insopportabili per qualunque specie, oltre quella umana che ne è la fautrice? Sarà per motivi meteorologici? Per il freddo che ancora regna nella parte superiore della Terra? Il caldo potrà essere una barriera nei confronti del virus? Nessuno lo sa con certezza. Si rimane nel campo delle ipotesi.

Ma intanto tutte le contraddizioni di un capitalismo omicida, veramente assassino, che proprio a causa dello sfruttamento intensivo delle foreste, delle coltivazioni, delle risorse idriche per alimentare un mercato delle carni in espansione che, a sua volta, non fa che peggiorare la salute umana, annientare molte specie animali, tanta parte della vita vegetale e consentire così una “rivolta” della natura, di quel “grande equilibrio” di Gaia (della Terra) che non può permettersi di sacrificarsi in base alla nostra sete di profitto, di scontro tra esseri umani proprietari dei mezzi di produzione e esseri umani largamente inconsapevoli di essere solo un altro tipo di merce nelle mani di questi padroni, di questi profittatori.

Soffermandoci un attimo proprio sul “grande equilibrio” naturale che oggi – proprio come la fame umana – viene a galla in tutta la sua terribile visione, vanno riprese le parole di una grande scrittrice italiana, Anna Maria Ortese, che vinse il Premio Strega con “Poveri e semplici“. Scriveva a proposito del rapporto tra umanità e resto della natura: «Penso alle mucche, ai vitelli, al toro; capre e pecore e perfino […] all’umile maiale, come a rappresentazioni celesti: mansuete, dolorose sempre, benevole sempre, magnifiche. Non vedo perché l’uomo debba pensare che gli appartengono, che sono suoi propri, che può distruggerli, usarli. Concetto tra i più barbari e nefasti, da cui procede tutta la immedicabile violenza umana, l’essere micidiale della storia, la cui meta sembra solo l’accrescimento di sé, tramite il possesso e la distruzione dell’altro da sé. […] Più uccidiamo e più siamo uccisi. Più degradiamo e più siamo degradati».

La povertà umana, materiale, etica, civica, viene fuori con il Coronavirus tutta quanta e nessuna pubblicità televisiva potrà lavare a chissà quanti gradi i panni sporchi del sistema capitalistico che non ha morale perché non può averla, perché l’unica missione che conosce è l’accumulazione delle ricchezze in un sempre minore numero di padroni, speculatori e finanzieri che mettono avanti alla salute pubblica e al benessere comune di tutti gli esseri viventi il profitto, la condotta economica nella tragedia mondiale, affinché non vada perso un nichelino…

Ma la fame avanza, prepotentemente: lunghe file di indigenti, di proletari moderni, sono fuori dalle chiese americane per chiedere un pacco di sussistenza, un pasto caldo, un minimo di sostegno da parte di uno Stato che ha sempre e soltanto pensato al dominio mondiale forgiato tramite gli “interventi umanitari” con eserciti di ogni tipo, per “esportare la democrazia“, e facendo di ampie zone del Pianeta un grande cimitero.

Da Palermo a New York, l’altra globalizzazione, quella chiamata “pandemia“, si impone ora sui capricciosi espedienti dei governi per difendere una economia che traballa sempre più ma che non cadrà mai a causa del Coronavirus senza una ulteriore spallata sociale, coscienziosa, consapevole del ruolo storico che i popoli hanno nel sovvertire questo ordine costituito, che ammazza ogni giorno – Coronavirus o non Coronavirus – milioni di persone ridotte allo stremo da guerre, carestie, indebitamenti tra Stati. L’importante è che si salvino i patti economici tra i governi e che si tenga fede alle promesse sui debiti.

Su questo, ancora ieri, la Commissione Europea di Ursula Von der Leyen, è stata perentoria: la condivisione di un debito comune nell’area dell’Unione (quindi del “Patto di stabilità“, del “Trattato di Schengen“) può essere una “opzione in campo“, ma l’ultima a cui ricorrere volontariamente. L’Europa ricca non vuole saperne di condividere la sorte di chi oggi affronta tutta la potenza dirompente del Coronavirus. Sarà quest’ultima soltanto a far cambiare idea ai falchi di Bruxelles e di Strasburgo, se non ci riusciranno Giuseppe Conte, Emmanuel Macron (che non sono proprio dei bolscevichi, dei sovvertitori dell’ordine economico europeo…) e Pedro Sanchez (che almeno è un socialista, seppure riformista), ossia l’asse che richiede con forza i cosiddetti “coronabond“.

La fame avanza, le rivolte sociali sono alle porte. Il governo italiano pare essersene accorto e, tuttavia, invece di stabilire misure come uno speciale “reddito di quarantena” come sostegno provvisorio per tutta una fascia di popolazione completamente indigente, elargisce ai comuni forme di aiuto economico per prevenire il panico, per limitare i disordini, per fare in modo che tutte e tutti abbiano un qualche sostentamento.

E’ troppo poco. Non sarà sufficiente sul lungo periodo. Comunque è qualcosa. Per evitare che le mafie spingano la popolazione disperata tanto dall’emergenza sanitaria quanto dalla fame ad arruolarsi nelle fila della criminalità organizzata, occorre che il gabinetto di salute pubblica diventi un anche governo di emergenza sociale e non presti alcun orecchio alle amenità renziane sul “riapriamo le librerie“, sul fare “ripartire l’Italia“.

Cosa ripartirebbe se non il contagio esponenziale del virus? Per questo il governo deve prendere come bussola soltanto il bene comune e socializzare quanta più ricchezza è possibile, trasferendola dalle grandi accumulazioni profittuali al bisogno reale di milioni di cittadini che devono poter contare sul sostegno della Repubblica. Almeno questo, come diritto democratico, come fondamento costituzionale, è un principio che non può essere “sospeso“, proprio perché rientra nella lotta in prima fila all’emergenza stessa.

Non si tratta di realizzare il socialismo, ma di far fare i sacrifici a chi fino ad ora si è riempito le tasche grazie allo sfruttamento di milioni di proletari moderni che, prima o poi, i supermercati li assalteranno se saranno trattati come individui anonimi, privi di una dignità civile e sociale.