Ottobre 30, 2020

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La Cina non è capitalista

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Alberto Gabriele and Elias Marco Khalil Jabbour

El Pais ha recentemente pubblicato un articolo di Branko Milanovic (Es China realmente capitalista?, 15-04-2020), che è ed estratto dal suo libro del 2019 Capitalism, Alone: ​​The Future of the System That Rules the World, Harvard University Press. Questo articolo è un esempio paradigmatico di fraintendimento di quali siano le differenze davvero importanti tra capitalismo e socialismo (nel mondo reale). In questa breve nota, cerchiamo quindi di dimostrarne l’infondatezza.

Secondo Milanovic,

Per essere capitalista, una società dovrebbe essere caratterizzata dal fatto che la maggior parte della sua produzione viene effettuata utilizzando mezzi di produzione di proprietà privata (capitale, terra), la maggior parte dei lavoratori è salariata (non è legalmente vincolata alla terra e non è costituita da lavoratori autonomi che utilizzano il proprio capitale), e la maggior parte delle decisioni relative alla produzione e ai prezzi è presa in modo decentralizzato (cioè non è imposta alle imprese dallo Stato). La Cina soddisfa tutti e tre i requisiti per essere considerata capitalista.

Per quanto riguarda la terza condizione, Milanovic pensa di dimostrare la sua tesi affermando che:

All’inizio delle riforme, lo Stato fissava il 93% dei prezzi agricoli, il 100% dei prezzi industriali e il 97% dei prezzi al dettaglio. A metà degli anni ’90, queste proporzioni erano state invertite: il mercato determinava il 93% dei prezzi al dettaglio, il 79% dei prezzi agricoli e l’81% dei prezzi dei materiali di produzione …. Oggi, una percentuale ancora più elevata dei prezzi è determinata dal mercato.

Questi numeri (a differenza di altri citati nell’articolo) sono corretti, ma non dimostrano la tesi di Milanovic. Al contrario, sono pienamente coerenti con l’essenza del modello socialista di mercato cinese. In effetti, il governo non fissa il prezzo dei gelati. La pianificazione è compatibile con il mercato, e si concentra piuttosto su obiettivi strategici chiave, come la promozione degli investimenti, l’accumulazione di capitale, la (quasi) completa occupazione, l’innovazione e il progresso tecnico, la protezione dell’ambiente e l’attuazione di mega-progetti a lungo termine come la Via della Seta e il Made in China 2025. Forse Milanovic è teoricamente troppo ingenuo per comprendere questo punto, anche se è più probabile che faccia il finto tonto.

Passiamo ora agli errori più palesi. Milanovic afferma che:

 è altamente improbabile che il ruolo dello Stato nel PIL totale, calcolato in termini di produzione, superi il 20%, mentre la forza lavoro impiegata nelle società pubbliche e in quelle di proprietà collettiva rappresenta il 9% dell’occupazione totale rurale e urbana. Prima delle riforme, quasi l’80% dei lavoratori urbani era impiegato in aziende pubbliche. Ora, dopo un calo che è continuato anno dopo anno, quella parte rappresenta meno del 16%. Nelle zone rurali, infatti, la privatizzazione delle terre nell’ambito del sistema di responsabilità familiare ha trasformato quasi tutti i lavoratori rurali in agricoltori del settore privato.

Queste affermazioni non sono vere.

Non c’è stata privatizzazione della terra in Cina. La terra è ancora di proprietà statale e – ammette lo stesso Milanovic – “Gli agricoltori non sono lavoratori salariati, ma principalmente lavoratori autonomi, inquadrati in quella che la terminologia marxista chiama “semplice produzione di merci”, e quindi non legati a relazioni socioeconomiche capitalistiche.

Per quanto riguarda le aree urbane, le statistiche ufficiali dipingono un quadro molto diverso. L’Annuario Statistico della Cina (ASC) presenta i dati annuali su tutte le imprese industriali al di sopra di una certa dimensione per stato di registrazione. Includono due grandi rubriche, imprese nazionali e imprese straniere. Le imprese nazionali comprendono le imprese pubbliche, i collettivi, le cooperative, le società a responsabilità limitata (SRL) le società per azioni (SPA) e le imprese private (IP). Alcune SRL sono di proprietà totalmente pubblica, ma la maggior parte sono classificate in una sottorubrica come Altre SRL.

Le imprese straniere comprendono le imprese di Hong Kong, Macao e Taiwan (IHKMT) e le imprese del resto del mondo (IRM). Esistono quindi tre gruppi di imprese capitaliste in Cina: IP, IHKMT e IRM. Per ciascuno di essi, l’ASC distingue anche vari sottogruppi. Per le IP, in particolare, ce ne sono cinque: imprese interamente private, società di partenariato privato, SRL private, SPA private e altre imprese private. Per ciascuna voce (numero di imprese, attività, produzione, utili, ecc.) la somma di queste cinque sottorubriche corrisponde esattamente alla cifra attribuita alle IP nel loro insieme, indicando quindi inequivocabilmente che tutte le altre imprese non sono considerate appartenenti al settore privato nazionale. 

L’unica plausibile interpretazione delle statistiche industriali cinesi sulle imprese miste è che le imprese classificate come SRL e SPA tout court (senza indicare esplicitamente chi le controlla), non essendo controllate da privati, siano indirettamente controllate dallo Stato. In particolare, il sottogruppo Altre SRL (che comprende quasi tutte le SRL non private) ” … potrebbe includere qualsiasi grado di proprietà statale al di sotto della proprietà totale” (Hubbard P., 2015, Reconciling China’s official statistics on state ownership and control, EABER Working Paper Series Paper 120, p. 5). 

Quindi, la maggior parte delle SRL e delle SPA dovrebbe essere vista come costituita da imprese industriali miste controllate indirettamente dallo Stato. Sono il risultato del grande processo di trasformazione in società per azioni condotto dall’inizio di questo secolo, e costituiscono la componente più importante della strategia di sviluppo economico orientata al socialismo nell’ambito dell’evoluzione dei diritti di proprietà e delle strutture delle imprese. Pertanto, sono concettualmente imprese non capitaliste orientate al mercato (INCOM). Nel settore industriale, le INCOM comprendono sia società controllate direttamente (imprese pubbliche, collettivi, cooperative, società statali in comproprietà e società finanziate esclusivamente dallo Stato) sia società controllate indirettamente dallo Stato. 

Detto questo, che storia raccontano le statistiche ?

Il ruolo delle imprese straniere è rilevante, ma non di primaria importanza, ed è diminuito nel decennio scorso. Le IP si sono moltiplicate, e ora sono di gran lunga la categoria più numerosa nel settore industriale cinese. L’industria privata ha anche aumentato la sua quota relativa in termini di capitale e produzione, ma la maggior parte delle IP è ancora in media molto piccola. Tuttavia, grazie principalmente al loro numero, le IP rappresentano ora oltre ¼ della capitalizzazione e il 45% della  produzione industriale.

Le INCOM  industriali, tuttavia, hanno consolidato la loro posizione dominante in termini di capitalizzazione. La loro quota di produzione industriale è in calo, ma a un ritmo progressivamente decrescente, che sembra aver portato finora asintoticamente a una sostanziale stabilizzazione intorno al 48% del totale. Anche la loro quota di profitti e occupazione industriale si è stabilizzata a circa il 40%.

Semplici elaborazioni di altri dati ASC, inoltre, mostrano che il grado di capitalizzazione delle INCOM industriali è superiore a quello delle imprese straniere e più che doppio rispetto a quello delle IP. Dalla metà degli anni 2000 le INCOM superano anche le imprese capitaliste sia nazionali che straniere in termini di produttività del lavoro. Anche il loro livello di redditività media è buono, sebbene non tanto quanto quello delle imprese capitaliste. Questa performance complessiva delle INCOM è il risultato di tendenze abbastanza diverse manifestatesi nelle due sottocomponenti. Il rapporto capitale / lavoro delle imprese a controllo statale diretto è più che raddoppiato rispetto alla media dell’industria e ha continuato ad aumentare, poiché queste imprese hanno l’onere strategico di spingere l’accumulazione di capitale della Cina oltre la soglia che sarebbe normale in un paese capitalistico. Poiché devono portare questa croce per il bene di tutto il paese, le imprese controllate direttamente dallo Stato pagano un prezzo in termini di indicatori di produttività e redditività.

Al contrario, le imprese miste controllate indirettamente dallo Stato sono state dotate di ampi gradi di libertà per perseguire obiettivi commerciali. Pertanto, hanno ottenuto prestazioni migliori (a livello di impresa). Hanno investito molto e il loro tasso di crescita della produttività del lavoro è stato il più alto di tutta l’industria, superiore sia a quello delle imprese (totalmente) pubbliche che a quello delle imprese capitaliste. Le imprese miste controllate indirettamente dallo Stato hanno una redditività superiore a quella delle loro controparti controllate direttamente, anche se inferiore a quella delle società capitaliste che si dedicano esclusivamente alla massimizzazione del profitto. I dati sull’occupazione totale (industriale e di altri settori) confermano che la rilevanza quantitativa della componente capitalista dell’economia cinese non va sopravvalutata.

La percentuale di lavoratori urbani impiegati in imprese private (domestiche e controllate dall’estero) è in aumento, e nel 2016 ha costituito oltre 1/3 del totale urbano. Anche la percentuale di lavoratori rurali occupati dalle IP è aumentata, raggiungendo il 16% nel 2016. In complesso, la percentuale di lavoratori che lavorano per imprese capitaliste è costantemente aumentata, raggiungendo oltre ¼ del totale nazionale nel 2018. Tuttavia, oltre il 70% dei lavoratori cinesi sono ancora impiegati autonomamente, o in imprese non capitaliste e organizzazioni pubbliche non commerciali. Pertanto, la stragrande maggioranza dei lavoratori cinesi non è direttamente impiegata dai capitalisti (vedi Gabriele A., 2020, Enterprises, Industry And Innovation In The People’s Republic Of China – Questioning  Socialism From Deng To The Trade And Tech War, Springer). 

La Cina non è una società socialista perfetta. Da molti punti di vista, non è nemmeno socialista in senso compiuto (tenendo conto, ad esempio, dei risultati ancora inadeguati degli sforzi in corso per combattere la disuguaglianza e il degrado ambientale).

Ma, sicuramente, non è capitalista.