Maggio 24, 2020

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Abbas e Netanyahu: veementi dichiarazioni pro forma

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Riceviamo e pubblichiamo

mcc43

L’Annessione delle Colonie israeliane nei Territori Occupati è al centro di una ridda di voci internazionali, allarmate o consenzienti, secondo schieramenti  risaputi quanto gli annunci di Netanyahu “annetteremo dall’1 Luglio” e le reazioni di Abbas “recederemo da tutti gli accordi con Israele e Stati Uniti”. La fattibilità non consiste nel tono e tempestività del dichiarato, dipende dalla miriade di ostacoli concreti che fronteggiano entrambe le intenzioni.

-1 Netanyahu: criticità interne ed esterne -2 L’impasse di Abbas -3 Trump, ago di un’instabile bilancia

-Benjamin Netanyahu: criticità interne ed esterne

Se Israele ha oggi un governo di coalizione è in virtù dell’emergenza Covid19, non dell’Annessione delle Colonie. Sebbene l’idea abbia presa sulla maggioranza degli Israeliani, i due PM a rotazione hanno sulla questione idee non completamente convergenti; le carte del drammatico gioco sono in mano al PM in carica, pertanto la domanda è: Netanyahu vuole davvero l’Annessione subito? Avrebbe potuto chiederla fin dall’inizio della presidenza Trump, come sollecitato dalla lobby dei Coloni già nel 2016. Invece Netanyahu ha calato l’asso solo in campagna elettorale.
Ha già ottenuto da Trump tutto ciò a cui teneva: l’ambasciata a Gerusalemme, il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran, il  riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan, e alla fine di gennaio un papiro ricattatorio, a firma di Jared Kushner, pomposamente intitolato Peace to Prosperity: una visione per migliorare la vita dei palestinesi e del popolo israeliano. Di concreto, tale piano, aveva solo la creazione di un comitato misto per mappare “in poche settimane” i confini precisi delle aree che Israele avrebbe annesso e che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto come parte dello stato israeliano. Immediati gli intoppi: appena avviati i lavori, i Coloni supportati dai politici di estrema destra hanno esercitato pressioni per una definizione più ampia dei confini, tale da superare il 30 % della Cisgiordania previsto da Kushner.
Intanto, dopo aver ben riletto il testo del piano che prevede la cessione di territori a sud da annettere a Gaza, le comunità agricole della zona del Neghev, Ramat HaNegev Regional Council, sono entrate in agitazione. Il responsabile a Netanyahu: “Sfortunatamente, ho scoperto ieri sera che per preservare l’insediamento ebraico in Cisgiordania, sei disposto a rinunciare all’insediamento ebraico nel Negev. Lo diciamo semplicemente – con tutto il rispetto per la conservazione dell’insediamento ebraico in Cisgiordania – non a spese dell’insediamento ebraico nel Negev’.”
Queste le difficoltà interne provenienti dal campo favorevole al Piano, che si sommano a quelle frapposte dalle componenti sociali contrarie, ma ci sono le difficoltà  internazionali. Prima di tutti la grande incognita: se sarà rieletto Trump o se Israele dovrà vedersela con il democratico Joe Biden che dichiara: “Non sostengo l’annessione perché è un colpo basso alla pace.” e rincara, il 21 maggio, alla presenza di sostenitori ebrei, che, con lui alla Casa Bianca,  l’Annessione potrebbe costar cara a Israele.
L’Europa è nota per le proteste verbali inconcludenti, tuttavia l’Alto rappresentante della UE, Josep Borrell, è stato tempestivo “Come abbiamo detto più volte, l’annessione non è in linea con il diritto internazionale” e se Israele insisterà con il suo piano di annettere parti della Cisgiordania occupata “l’Ue agirà di conseguenza”. La successiva riunione dei Ministri degli Esteri europei si è limitata a sottolineare in video conferenza l’importanza della soluzione del conflitto israelo-palestinese, pertanto gli stati sono andati avanti in ordine sparso. Francia, Germania, Belgio, Estonia e Polonia in dichiarazione congiunta chiedono di soprassedere e offrono sostegno alla ripresa del dialogo. La Germania è andata oltre e  con l’Autorità Palestinese ha rilasciato una dichiarazione congiunta: “L’annessione di qualsiasi parte dei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme est, costituisce una chiara violazione del diritto internazionale e mina seriamente le possibilità di una soluzione a due stati all’interno di un accordo sullo status finale.”
Lavrov ha comunicato all’omologo israeliano la contrarietà della Russia, scontento il Canada, contraria la Turchia, furiosa la Giordania che minaccia di sospendere l’accordo di pace; la Lega Araba parla di destabilizzazione del Medio Oriente.
La prospettiva dell’Annessione spacca la Diaspora; Jstreet: “L’annessione unilaterale spingerebbe Israeliani e Palestinesi verso un cupo futuro di conflitto senza fine. Renderebbe formale e permanente il sistema legale disuguale e ingiusto di Israele in Cisgiordania. Invece di sostenere l’impegno dichiarato dei successivi governi israeliani di risolvere lo status di questi territori attraverso negoziati, una decisione del genere direbbe al mondo che Israele desidera conferire sistematicamente inferiorità legale a un’intera popolazione.”
L’AIPAC, American Israel Public Affairs Committee, da potente lobby americana cerca di barcamenarsi fra Democratici e Repubblicani; si mantiene sulle generali: “‘Alcuni hanno proposto di ridurre i nostri legami con Israele perché si oppongono alla potenziale decisione di estendere la sovranità israeliana a parti della Cisgiordania. Fare qualsiasi cosa per indebolire questa relazione vitale sarebbe un errore.”

In conclusione, considerando che Netanyahu ha 18 mesi certi di premierato (i suoi guai giudiziari dureranno anni prima di sfociare in un verdetto), che il paese affronta la crisi economica del coronavirus, che Gantz è alleato ob torto collo, seppur remissivo,  l’Annessione avverrà “se e quando” a Trump converrà, che Netanyahu la voglia o no. Ne è convinto anche Gideon Levy – ai microfoni di Haaretz Weekly- perché, avvenendo l’Annessione, Netanyahu diventerebbe “superfluo” per i Coloni e la destra politica, e tutto si può dire di Netanyahu tranne che aspiri a farsi da parte.

-L’impasse di Mahmoud Abbas

Da Ramallah l’annuncio è arrivato al termine della riunione d’emergenza. ‘L’Organizzazione per la liberazione della Palestina e lo Stato della Palestina si sciolgono,  da tutti gli accordi e le intese con i governi americano e israeliano e da tutti gli obblighi basati su tali intese e accordi, compresi quelli sulla sicurezza’. Questo l’incipit seguito da vari punti esplicativi della posizione già assunta, ma non realizzata, al tempo della pubblicazione del piano di Trump-Kushner.
La prima domanda è: potrebbe Abbas dichiarare qualcosa di diverso? No. Tutto l’ambito internazionale dei sostenitori della causa palestinese vuole la rottura degli accordi, talvolta accompagnandovi accuse di collaborazionismo. E’ certamente quello che si aspettavano i Profughi che con l’Annessione vedono diventare sempre più reale la loro definitiva esclusione dal Diritto al Ritorno.
L’opinione interna alla Cisgiordania  è difficile da conoscere, stante la sconfortante povertà di media palestinesi. Per Gaza ha parlato il leader di Hamas Ismail Haniyeh e  ha sottolineato la necessità che i movimenti di resistenza abbiano mano libera per contrastare l’espansionismo dell regime sionista, palese allusione  alle esistenti differenze  con Ramallah sui  modi per affrontare l’Occupazione.
La seconda domanda: può Abbas stracciare gli accordi esistenti? La risposta razionale è no. Gli accordi sono quelli di Oslo, promossi da Clinton nel 1995 nel quadro di un nascente “processo di pace”, firmati da Arafat e da Rabin, Testimoni: Stati Uniti d’America, Federazione Russa, Repubblica Araba d’Egitto, Regno hascemita di Giordania, Regno di Norvegia,  Unione Europea. Quell’accordo ha istituito un’autorità di auto-governo palestinese ad interim ovvero: l’Autorità Palestinese che Mahmoud Abbas presiede e che, denunciando gli accordi, legalmente potrebbe non esistere più. Le conseguenze nefaste per entrambi i popoli sono facilmente immaginabili.
Ritrarsi da un accordo garantito dagli Stati Uniti significa porsi al di fuori della loro teorica protezione. Come per l’occupazione marocchina del Sahara Occidentale,  gli Stati Uniti hanno sistematicamente impedito che l’Onu facesse rispettare le leggi internazionali al loro alleato, ma modificare la  situazione potrebbe indurli a minacciare interventi per garantire la sicurezza di Israele, strozzare le finanze delle organizzazioni che difendono i diritti dei Palestinesi o legittimare  qualsiasi misura vessatoria  di Israele e un nuovo dispiegamento dell’esercito.
Le più recenti notizie sembrano limitare la denuncia a un solo aspetto degli degli accordi di Oslo: Saeb Erekat, presidente del comitato esecutivo dell’OLP, ha informato la CIA che il coordinamento della sicurezza con Israele verrà interrotto, ma cosa significa questo in concreto per la sicurezza del Palestinesi non è dato capire. Da nessuna fonte del web, nemmeno ponendo la domanda a giornalisti palestinesi, e ci si scontra come in molti casi dell’informazione contemporanea di fronte a formule che evocano emozioni più che dare spiegazioni.

-Donald Trump, ago di un’instabile bilancia

Mike Pompeo, nel corso della recente visita in Israele ha detto che l’Annessione è nelle mani di Israele, dichiarazione bi-fronte: un via libera o un monito della straordinaria responsabilità che comporta questo passo.
Trump è condizionato  dai sondaggi elettorali, alle prese con l’evoluzione della pandemia e con lo scontro con la Cina. Gli occorre non sbagliare le previsioni: realizzare senza indugio l’Annessione giova alla rielezione oppure la spaccatura nella Diaspora, le reazioni internazionali e una possibile sollevazione dei Palestinesi risulterebbero esiziali? Insistere sui punti del suo Piano che consentono dilazioni sembra la tattica più ovvia. Chiaramente esplicitata da un alto funzionario americano a The National, il quotidiano dei paesi del Golfo Arabo: “L’amministrazione Trump si sta impegnando per un’accettazione condizionale dell’annessione israeliana prevista a luglio per le aree occupate in Cisgiordania e nella Valle del Giordano, nonostante gli avvertimenti degli stati arabi partner degli Stati Uniti […] Ma c’è un avvertimento importante: insiste sul fatto che qualsiasi riconoscimento di annessione sarebbe legato all’obiettivo di raggiungere uno stato palestinese nei prossimi quattro anni nel quadro del piano che i palestinesi hanno respinto come unilaterale e inaccettabile.”

Inimmaginabile un peggior coacervo di interessi in bilico che, drammaticamente, è spada di Damocle sulla sorte dei Palestinesi.

https://mcc43.wordpress.com/2020/05/22/abbas-e-netanyahu-veementi-dichiarazioni-pro-forma/amp/?__twitter_impression=true


Fonti
Why Netanyahu Will Never Annex West Bank Settlements and the Jordan Valley
Il Piano Kushner per la Palestina e il Giubileo mancato
Il mal_ Affare del Secolo a spese dei Palestinesi
Israelis in Negev protest Trump plan’s proposed land swaps
Biden says he opposes Israel annexing territory
Biden the ‘Mensch’ Fires Annexation Warning Shot Across Bibi’s Bow
L’Ue avverte Israele: ‘In caso di annessioni agiremo 
Video conference of foreign affairs ministers, 15 May 2020
5 pays européens appellent Israël à renoncer à l’annexion de la Cisjordanie
Germany, Palestinian Authority Release Joint Statement Against Israeli Annexation Plan
Jordan’s king warns of ‘massive conflict’ if Israel annexes land in West Bank
AMERICAN JEWISH ORGANIZATIONS REJECT NETANYAHU-GANTZ ANNEXATION PLANS, SUPPORT US LAWMAKERS SPEAKING OUT
Arab League chief warns against the annexation of occupied Palestinian territories
AIPAC: ‘Mistake’ if US changes relationship with Israel over annexation
Listen to Gideon Levy
President Abbas declares end to agreements with Israel, US; turns over responsibility on occupied lands to Israel
The Israeli-Palestinians Interim Agreements 
Palestinians Notified CIA About Stopping Security Coordination With Israel, Senior Official Says
Explained: The White House ‘conditions’ for Israeli annexation of Palestinian land
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