Settembre 28, 2020

AFV

Libera la tua mente

Nulla sarà come prima?

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Giulio Di Donato

Secondo alcuni – Giorgio Agamben su tutti[1] – l’ondata emotiva e le misure drastiche di contenimento dell’emergenza sanitaria mostrerebbero con evidenza che la nostra società non crede più in nulla se non alla ‘nuda vita’. Non abbiamo più cioè nessuna idea di cosa sia la vita, nel senso più pieno e ricco del termine. L’idea di salute sorpasserebbe qualunque altra, il puro sopravvivere sarebbe l’ultimo valore universalmente rimasto. Questo sarebbe il messaggio da trarre da queste settimane di quarantena. Ma è proprio così? C’è da dubitarne. Innanzitutto, come ha ben spiegato Luca Illetterati, quella che ad Agamben appare come la difesa della mera vita è in realtà protezione di quella medesima vita che si dà anche come vita sociale e quindi come vita politica (nel momento in cui la protezione di quella che viene considerata come la nuda vita è anche protezione della vita degli altri). Inoltre, quando diamo un giudizio sulla nostra esistenza lo facciamo sempre con riferimento ad un modello di vita ideale, mai prescindendone. Si tratta allora di pensare l’unità della nostra esperienza vitale di là delle astrazioni e delle unilateralità, senza separare artificialmente la dimensione naturale e quella sociale, come se nell’umano esistesse una vita ‘semplicemente naturale’ separata da una vita invece ’storica’ e ‘culturale’, dunque anche politica. Pensando (hegelianamente) la vita nella sua complessità, al di là delle distinzioni tra il ‘naturale’ e il ‘politico’, tra l’’organico’ e il ‘sociale’, senza tuttavia per questo annullarle[2].

Nel frattempo proprio durante queste settimane di isolamento forzato ci siamo resi conto di come la dimensione del ‘fuori’ sia necessaria per guardare avanti e costruire progetti. Per vivere questo presente ristretto dovevamo difatti supporre un ‘fuori’, inteso sia come il mondo esterno a cui eravamo abituati, sia come ‘dopo’, come momento in cui possiamo riprendere pienamente la vita di sempre. Il ‘fuori’ e il ‘dopo’ sono i punti d’appoggio per agire ‘qui’ ed ‘ora’. Ma erano e sono in buona parte finzioni. Il ‘fuori’ ora come ora esiste solo parzialmente, mentre il ‘dopo’ resta avvolto da un alone di imponderabilità, su cui possiamo solo fare ipotesi molto generali. E però l’elemento più interessante è che in questo tempo sospeso abbiamo avuto un bisogno vitale di immaginare questo ‘mondo di fuori’, un’ipotesi immaginaria ma assolutamente necessaria.

Molto probabilmente questa esperienza prolungata di confinamento domestico obbligatorio ci abituerà ad una restrizione delle relazioni sociali e degli spazi d’azione destinata a incidere sui nostri comportamenti a venire, spingendoci a preferire sempre più i rapporti di vicinato, la prossimità, la frequentazione di cerchie ristrette e dunque, in un certo senso, la stanzialità. Ci aspetta dunque un ritorno al localismo, riscoperto sempre più alla stregua di una dimensione virtuosa in ogni ambito, compreso quella politica (da qui la possibile spinta a ripensare l’autonomismo sul piano politico-istituzionale, ma ancora prima sul piano culturale e del sentimento collettivo).

Tornando alla provocazione agambeniana, se c’è una tendenza ad assolutizzare una sfera della vita umana a discapito di altre, questa però opera in una direzione diversa da quella criticata all’inizio. I segnali di impazienza e frenesia legati alla Fase 2 di riapertura e di convivenza col virus possono infatti essere interpretati anche nel modo seguente: ciò che solo sembra fornire frammenti di senso alla nostra vita ruota attorno alla dimensione dell’uomo privato con i suoi scopi privati, con il suo lavoro privato (perché svuotato di ogni rilievo pubblico), circondato dalle sue relazioni micro ridotte sempre più alla loro parvenza digitale. Insomma, l’immagine dell’uomo schiacciato su una dimensione soltanto, la dimensione – per dirla con Marx e Hegel – della libertà privata del membro della società civile. Fuori da questo terreno nulla sembra garantirci, come direbbe Woody Allen, l’’illusione del significato’.

Certo esagera chi pensa che la pandemia provocherà una qualche relativizzazione della vita umana per come ci ha avvicinato alla paura e alla morte, ricordandoci il senso del limite e la potenza dell’imprevisto[3]. In fondo – questa è l’opinione diffusa – i tassi di letalità provocati dal Coronavirus sono comunque bassi e prima o poi l’onnipotenza della scienza umana scriverà certamente la parola fine su questa dannata infezione.

Eppure la Storia ha bussato ancora una volta alle nostre porte (viviamo ‘tempi interessanti’ di cambiamenti epocali dagli esiti imprevedibili). Ma questo difficilmente cambierà il nostro punto di vista tutto ripiegato sul nostro presente particolare. La politica resterà per lo più qualcosa di distante e astratto, ridotta oggi più che mai al grado minimo hobbesiano della protezione della mera vita e del ‘godimento dei frutti dell’industria’.

Vale ancora quanto scriveva Susan Sontag: ‘viviamo sotto la minaccia continua di due prospettive egualmente spaventose, anche se apparentemente opposte: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile’[4]. Ora che abbiamo fatto esperienza a consumo ridotto di un evento terribile e minaccioso, per un po’ di tempo il nostro quotidiano verrà come riscattato dal rischio della banalità, riabilitandosi come unica destinazione della nostra ‘coscienza infelice’. E l’insocievole socievolezza del sistema egoistico dei bisogni, dove tende a prevalere quell’individualismo acquisitivo e utilitaristico che, come sapeva Gramsci, si risolve in ‘apoliticismo animalesco’, resterà l’unico orizzonte di senso possibile.


[1] https://www.quodlibet.it/giorgio-agamben-chiarimenti

[2] http://www.leparoleelecose.it/?p=38033

[3] http://cavevisioni.it/lo-dice-la-storia-le-pandemie-ce-la-rinascita/

[4] Susan Sontag, Contro l’interpretazione, 1965 (in Marco Belpoliti, L’età dell’estremismo, Guanda editore, 2014).