Confesso che è stato piuttosto faticoso arrivare alla fine della Traviata firmata da Sofia Coppola e dalla maison Valentino, tanto sontuosamente quanto inutilmente patinata. Non fosse stato per la musica di Verdi – che praticamente nulla riesce a rovinare – avrei cambiato canale.
Secondo questa versione Violetta Valéry sarebbe una donna parigina, molto bella e molto corteggiata, che rifiuta le attenzioni di un uomo ricco e potente per legarsi a un giovane innamorato e spiantato. Ma alla fine muore. Sipario. Un bell’applauso. Peccato che Verdi e Piave raccontino tutta un’altra storia. Violetta è una puttana, anzi la puttana più ricercata di Parigi, che, grazie al proprio lavoro, vive nella ricchezza, possiede una casa in città e una in campagna, si può permettere vestiti firmati e gioielli, organizza feste sontuose. E che a un certo punto decide di rinunciare a tutto questo per amore di un giovane che dice di amarla, ma che, non disponendo delle cospicue sostanze della propria famiglia, controllate dal padre, lei deve mantenere nel lusso. Visto che però, per amore, ha smesso di “esercitare”, i soldi rapidamente finiscono e soprattutto Violetta deve accettare la terribile malattia che per mesi ha cercato di nascondere agli altri e se stessa.
I versi di Piave, che pure scrive con grande cautela, dosando le parole, perché sa che devono superare una censura molto rigida e codina, non lasciano spazio a equivoci di sorta: Violetta fa quel mestiere, fino alla fine dei suoi giorni. E infatti i gestori della Fenice, nel 1853, quando lo spettacolo va in scena per la prima volta, nella locandina scrivono che la scena si svolge a “Parigi e vicinanze nel 1700 circa”. Marie Duplessis – la donna che Dumas chiama Marguerite Gautier e Piave Violetta Valéry – è morta da appena sei anni: Verdi e Piave stanno raccontando una storia d’attualità. Non nascondendo nulla, al massimo attenuandone alcuni aspetti.
Perché centosessantatré anni dopo una giovane e talentuosa regista non ha il coraggio di raccontare questa storia? Perché, tra l’altro avendo una fama che le permette di fare sostanzialmente quello che vuole, si censura in questo modo, anche così goffamente? Questa lussuosa versione della Traviata, anche se non ci racconta la vera storia di Violetta, ha comunque un merito: ci racconta, al di là delle intenzioni degli esecutori e dei “mandanti”, molto di noi, di questa nostra società così ottusamente maschilista e ipocrita. Ci dice che ci sono argomenti che non vogliamo affrontare – che neppure una donna se vuole avere successo deve affrontare – e soprattutto che non siamo pronti a raccontare una storia in cui una donna, una donna come Violetta, è la vera protagonista, indipendentemente dagli uomini che le girano intorno.
Si può raccontare in prima serata su Rai Uno la favola di una puttana “salvata” da Richard Gere. Ma è meglio non far vedere – neppure su Rai Cinque – la storia di una donna che non aspetta il suo cavaliere su un bianco destriero, ma è lei che rende migliori gli uomini che ne hanno conosciuto il valore. Il vecchio Germont è quello che più lucidamente, di fronte a Violetta che muore, confessa la propria meschinità. Forse dopo qualche mese si sarà dimenticato di quelle parole e tornerà a essere lo stronzo che abbiamo conosciuto nel secondo atto, ma in quel momento cade la sua maschera di ipocrita perbenista – di uno che ha speso soldi per donne così – e capisce che quella che lui ha sempre considerato un essere inferiore è migliore di lui. Non sappiamo se anche Alfredo in quel momento si renda conto di quale fortuna abbia avuto a essere amato, seppur per un breve periodo, da una donna come Violetta: in tutto il dramma non dimostra mai grande perspicacia ed è difficile immaginare che proprio adesso gli si svegli un neurone.
Di tutto questo immagino non si siano resi conto gli incolpevoli e inconsapevoli spettatori della prima, rigorosamente invitati dalla maison. Peccato, immagino che tra di loro fossero parecchi i “clienti” di professioniste come Violetta. E anche qualche ipocrita come Germont. Forse perfino qualche puttana è riuscita ad accaparrarsi l’ambito invito: comprensibile, visto che chi ha da vendere cerca sempre di andare dove ci sono quelli che comprano. 
No, meglio non raccontare questa storia, meglio far finta che sia un feuilleton ottocentesco, per non urtare la sensibilità del gentile pubblico, degli invitati illustri. E soprattutto perché così come l’hanno scritta Verdi e Piave non è rappresentabile. Meglio attenuarne la carica eversiva. Meglio sfumare se si vuole fare uno spettacolo di successo. Alla fine lei muore. Sipario. Un bell’applauso.
Traviata è l’unica opera in cui Verdi decide di mettere in scena direttamente il suo pubblico. Lo fa naturalmente in tutte le sue opere, anche in Rigoletto e nel Trovatore, anche quando la scena è ambientata in un tempo lontano, ma in Traviata lo fa senza alcuno schermo. È come se, alzato il sipario, ci fosse sul palco un enorme specchio: chiunque di voi, ci dicono Verdi e Piave, può partecipare a queste feste organizzate da Violetta e da Flora. Per tradire Verdi e Piave basta decidere di togliere quello specchio, come ha fatto Sofia Coppola, come ha fatto Liliana Cavani nella celebre edizione della Scala del 1990 – dove per sicurezza quest’opera non è stata rappresentata per quasi trent’anni – come fanno quasi tutti i grandi teatri – ma voglio citare la Traviata del Festival Verdi di Parma del 2007 in cui Violetta è una puttana senza infingimenti. Meglio raccontare soltanto una storia d’amore finita male.Invece abbiamo bisogno che quello specchio continui a riflettere le nostre meschinità, perché noi spettatori continuiamo a partecipare a quelle feste volgari, continuiamo a pagare per avere i corpi delle donne, che magari preferiamo chiamare escort – noi mica andiamo con le puttane – continuiamo ad avere una doppia morale, per cui di notte andiamo con quelle donne, ma di giorno ci scandalizziamo quando le vediamo nelle strade, non sia mai che nostra figlia “pura siccome un angelo” le veda, continuiamo a credere che le donne, puttane o mogli poco importa, debbano stare un gradino sotto o fare un passo indietro. E quando alzano la testa, le possiamo sempre picchiare. Sipario. Un bell’applauso.

se avete tempo e voglia, qui trovate quello che scrivo…

Di Luca Billi

Luca Billi, nato nel 1970 e felicemente sposato con Zaira. Dipendente pubblico orgoglioso di esserlo. Di sinistra da sempre (e per sempre), una vita fa è stato anche funzionario di partito. Comunista, perché questa parola ha ancora un senso. Emiliano (tra Granarolo e Salsomaggiore) e quindi "strano, chiuso, anarchico, verdiano", brutta razza insomma. Con una passione per la filosofia e la cultura della Grecia classica. Inguaribilmente pessimista. Da qualche tempo tiene il blog "i pensieri di Protagora" e si è imbarcato nell'avventura di scrivere un dizionario...

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