La crisi sanitaria che ha avuto il suo epicentro nella Regione Lombardia, ha messo in luce le carenze strutturali del modello sanitario lombardo. A queste, si sono poi sommati i gravi errori per far fronte all’emergenza da parte di Regione, Comune di Milano e Governo

Al di là delle responsabilità legate alla contingenza nell’ambito dell’emergenza sanitaria, questa crisi ha evidenziato delle enormi criticità strutturali insite nel sistema della sanità pubblica lombardo.

Innanzitutto, è doveroso sottolineare come decenni di aziendalizzazione delle strutture ospedaliere e di commistione col privato abbiano creato un sistema per cui la prestazione diventa un prodotto commerciabile e la prevenzione una pratica non proficua e, quindi, possibilmente non perseguibile. In condizioni straordinarie come quella che stiamo vivendo, in cui direttive governative possono ridurre i margini di azione commerciale, i medici operanti nel settore privato, che da subito volevano spendersi per contrastare la crisi sanitaria, hanno dovuto, in molti casi, prestare servizio nelle strutture pubbliche che, dall’inizio dell’emergenza, hanno concentrato le loro forze per combattere la Covid-19.

La seconda grossa falla del sistema sanitario lombardo è emersa in tutta la sua gravità in questa emergenza: l’assenza di una sanità di territorio coordinata. Non è un caso che qui la sanità territoriale abbia fallito. Per vent’anni la Regione si è preoccupata di costruire ospedali di “eccellenza”, accentrando le cure nei grandi ospedali dei centri urbani.

Mentre in questi ospedali si sventravano reparti per ricavarci terapie intensive, sui territori ci è mancato l’ossigeno, letteralmente, fino a morire.

Nelle notti più nere, paesi distanti chilometri dagli ospedali urbani hanno bruciato nel giro di poche ore tutte le scorte di ossigeno a disposizione delle farmacie. Medici di base e soccorritori hanno fatto l’impossibile e a mani nude.

La Germania ci ha insegnato che avere dei ricoveri di degenza in questi territori, anche piccoli, anche non “eccellenti”, ma con 30 letti e 30 erogatori di ossigeno, possono fare un’enorme differenza. Possono salvare vite ed evitare il disumano sovraffollamento dei reparti ospedalieri.

Medici di medicina generale e pediatri di libera scelta si sono trovati a farsi carico della Covid senza indicazioni profilattiche coordinate, senza dispositivi di protezione, senza un organico adeguato. Quest’ultima, una carenza denunciata da anni. Centinaia di migliaia di dimoranti, non avendo accesso alle cure dei mmg/pls perché non residenti, hanno potuto beneficiare solo nel migliore dei casi delle prestazioni di continuità assistenziale. A fronte dell’abilitazione di centinaia di medici, si sono costituite delle unità speciali per la continuità assistenziale che sono state attivate solo in un momento tardivo e in numero sottodimensionato all’impatto che l’emergenza ha avuto sul nostro territorio.

Se a questi elementi si aggiungono i tagli alla sanità pubblica, perpetrati sistematicamente negli ultimi decenni, e le enormi difficoltà ad assumere e contrattualizzare nuovi medici, abbiamo un quadro completo, seppur catastrofico, della situazione.

Per quanto riguarda, nello specifico, l’emergenza Coronavirus, le responsabilità vanno ripartite tra Governo, Regione e Comuni.

Parlando della parte istituzionale, il dibattito è da inserire in un contesto di campagna elettorale che vedrà Beppe Sala affrontare la destra che attualmente governa la Regione e, presumibilmente, l’assessore alla Sanità e al Welfare Giulio Gallera, la prima preoccupazione di Sala dopo è che Gallera abbia annunciato la sua candidatura.

Entrambi gli enti hanno la grave colpa di aver minimizzato il pericolo, dimostrando un profondo asservimento alle più feroci dinamiche produttivistiche e lavoristiche promosse da Confindustria. Il risultato delle campagne “Milano/Bergamo/Brescia non si ferma” l’abbiamo visto due settimane dopo nelle terapie intensive.

L’infame leva usata per non fermare il tessuto produttivo è senz’altro il ricatto salariale a cui tante fasce sociali sono soggette e la mancanza di ammortizzatori sociali in grado di colmare quel gap che separa la possibilità di stare a casa con la necessità di andare al lavoro per sfamare i propri cari. Infatti, se c’è qualcosa che questa crisi ci ha mostrato in maniera più che lampante, è senz’altro il fatto che stare a casa è un privilegio che la stragrande maggioranza degli italiani non si può permettere.

Per capire a chi è giusto attribuire le responsabilità concrete e comunicative del disastro che ci ha colpito e che rischia di investirci anche nel prossimo futuro, bisogna partire dal presupposto che la tutela della salute secondo la nostra Costituzione è una materia concorrente tra Stato e Regioni e che, in regime straordinario, i sindaci delle città, già autorità sanitarie, svolgono un ruolo centrale nella gestione dell’emergenza. Questo continuo negare di aver in mano i dati reali sul contagio da parte del Sindaco di Milano, che così cerca di svincolarsi dalle sue responsabilità, non è accettabile, anche in virtù del fatto che all’interno di ATS, l’Agenzia di Tutela della Salute, esiste un collegio dei sindaci di cui fa parte una persona a lui molto vicina che continua a fare gli interessi del partito a cui entrambi appartengono, Pierfrancesco Majorino. Non sarà certo un video motivazionale con un rapper idolo delle nuove generazioni a pulire un’immagine gravemente esposta dalla situazione attuale.

La più importante responsabilità del Comune è quella sociale. Spetta soprattutto al Comune farsi carico delle nuove (e delle vecchie) povertà durante questa emergenza, garantendo ad esempio i buoni spesa, che a Milano sono arrivati quasi un mese dopo per via della disorganizzazione di Palazzo Marino. È recente la notizia che la Giunta abbia deciso di non dare i buoni spesa alle famiglie in povertà che vivono in case occupate. Mentre la Giunta pensava agli interessi degli imprenditori e della finanza, una fitta rete di volontari si è occupata dei più fragili, salvando la città dalla più grossa crisi sociale del dopoguerra.

La questione riguardante le RSA, le Residenze Sanitarie Assistenziali, è cruciale in quanto l’Italia, ancor più del resto d’Europa, ha un’età media molto alta e sul terreno lombardo c’è la struttura più grande della penisola, il Pio Albergo Trivulzio, che ospita circa 1.400 persone anziane e che, a differenza dell’85% delle altre RSA che sono private, presenta una gestione concorrente tra Comune e Regione con una partecipazione privata. Cinque membri nel consiglio d’indirizzo, tre di nomina comunale e due di nomina regionale. Qui le gravissime mancanze emerse in chiave di negligenza e incompetenza sono indirettamente attribuibili alla Regione che, tramite ATS, avrebbe dovuto vigilare sul rispetto delle norme igienico-sanitarie. Detto questo, la situazione delle RSA è emblematica di come il settore pubblico affidi a quello privato intere strutture, trasformando un servizio fondamentale in un prodotto da ottimizzare in termini di speculazione economica.

In questa marea di intrecci più o meno istituzionali, il Governo ha delle responsabilità enormi. Le retorica securitaria, la finta interruzione delle comunicazioni con la Cina, un protocollo sanitario fallace, ci hanno fatto credere sicuri e invulnerabili mentre il virus circolava nelle nostre città (sicuramente a Milano almeno dal 26 gennaio).

La responsabilità esclusiva del Governo sulle attività produttive è stata esercitata nel totale interesse dell’imprenditoria. La bassa lodigiana e la Val Seriana erano due focolai ben visibili dalle notifiche dei parametri epidemici sin dall’ultima settimana di febbraio. Mentre però sulla prima, terra di agricoltura e di allevamento, si sono volute sperimentare le misure di tutela della salute (libertà di circolazione, di attività sportiva anche tra Comuni ma chiusura totale delle attività produttive), sul focolaio di Alzano e Nembro no.

Quel tratto di Val Seriana è un punto nevralgico del settore secondario, della produzione industriale del paese; lì si sono sperimentate le misure di tutela dell’economia: fabbriche aperte, libertà di circolazione solo per motivi lavorativi. In un primo momento molte aziende sono potute rimanere operative senza mai chiudere, grazie ad un semplice e banale escamotage: l’individuazione dei servizi essenziali è avvenuta tramite la pubblicazione di un elenco di codici ATECO, ossia un sistema di classificazione del settore produttivo e d’attività di ciascuna impresa; ciò che però non si è esplicitato nel dibattito pubblico è che tale codificazione non muta nel tempo e non viene aggiornata. Parecchie imprese pertanto sono rimaste aperte indisturbate senza svolgere alcuna attività realmente essenziale o avere alcuna utilità effettiva, poiché al momento della loro apertura anni addietro svolgevano tutt’altre mansioni, ora considerate tra quelle fondamentali per affrontare l’emergenza; da parte delle istituzioni non vi è stato alcun controllo per verificare se i codici ATECO originali corrispondessero davvero a una di quelle attività produttive indicate dal Governo come indispensabili per il funzionamento del paese.

Successivamente altre attività classificate come produzione non essenziale hanno riaperto con una semplice comunicazione alla prefettura che ne ha autorizzato la ripresa col meccanismo del silenzio assenso. Emblematico è stato lo sciopero di 11 giorni dei lavoratori della Lucchini, azienda che lavora l’acciaio nella bergamasca, riaperta in pieno lockdown.

In questo territorio, il Governo che non lavora nelle tenebre ha fatto una sola comparsa, pochi giorni fa, all’una di notte. I giornalisti hanno fatto notare a Conte la contraddizione di un territorio martoriato in cui 300mila lavoratori non si sono fermati durante il lockdown e il premier ha invitato la giornalista a fare lei decreti diversi, se mai dovesse prendere il suo posto.

Infine, nonostante fosse informato con largo anticipo di alcuni rischi di questa pandemia, il nostro paese si è trovato completamente impreparato ad affrontarne le conseguenze. In tutto il paese, soprattutto dove il virus ha colpito di più, il personale sanitario ha dovuto rischiare la propria incolumità lavorando, soprattutto all’inizio, senza dispositivi di protezione. La devozione al libero mercato ha reso impossibile reperire mascherine, camici, tute, guanti e quant’altro da parte della Protezione Civile che avrebbe dovuto rifornire le Regioni di dispositivi durante l’emergenza. Solo dopo diverso tempo è stato nominato un commissario al reperimento di questi dispositivi ma, come dimostrano i primi dati sui test anticorpali e gli ultimi sui decessi tra gli operatori sanitari, era già troppo tardi.

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Abbiamo scritto questo documento per diversi motivi. In primis ci premeva fare chiarezza sulle responsabilità dei diversi organi istituzionali coinvolti, in modo da non permettere loro di fare campagna elettorale sulla pelle delle fasce più deboli della popolazione, uniche vere vittime della Covid-19. Crediamo, inoltre, che questa emergenza abbia messo in evidenza gli enormi limiti di un sistema asservito alle logiche di profitto che permettono a pochi di arricchirsi mettendo a repentaglio la vita delle masse popolari. Solo tramite una seria messa in discussione della struttura politico-territoriale vigente, degli ambiti pubblici e dell’apparato di welfare, sempre più prede delle dinamiche aziendaliste promosse dal settore privato, si potrà immaginare un futuro in cui a pagare queste crisi non saranno solo anziani, precari, detenuti, senzatetto, disabili, nomadi e poveri in generale. Come Fuori Luogo continueremo la nostra battaglia per un sistema alternativo che miri a ridistribuire la ricchezza e a creare una cassa che possa garantire un reddito universale incondizionato in grado di dare dignità alla vita di tutti e tutte. Un’alternativa comunitaria all’interno della quale le responsabilità possano sempre essere collettive senza gravare sui singoli individui.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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