Ottobre 28, 2020

AFV

Libera la tua mente

Milano in piazza: «Il modello lombardo ha fallito, voltiamo pagina»

Sharing is caring!

di Francesco Brusa

Nella città capoluogo di regione tre grandi mobilitazioni mettono sotto accusa la gestione regionale dell’emergenza coronavirus, in uno dei territori più colpiti al mondo per numero di morti e persone contagiate. La cronaca dalla piazza delle realtà sociali

«Ci avete tolto anche la dignità di morire»: già sulla strada verso il palazzo di Regione Lombardia – all’incrocio fra via Melchiorre Gioia e via Filippo Sassetti – si incontrano alcuni striscioni che alludono alle responsabilità dell’assessore alla sanità Giulio Gallera e del presidente della regione Attilio Fontana, che intanto è in visita al Papa in Vaticano. Lungo l’ampio vialone che conduce dalla fermata metro al moderno centro direzionale, si incontrano numerose transenne e cantieri su cui vengono affissi cartelloni e slogan. La manifestazione “Vogliamo Giustizia!” è stata convocata nel capoluogo lombardo da una lunga lista di realtà sociali e autogestite. Tra queste: il Csoa Lambretta, la Camera del Non Lavoro, Zam, le Brigate Volontarie per l’Emergenza nate durante la pandemia Covid-19, il sindacato di base Cub. «Dalla Puglia alla Lombardia il lavoro uccide», si trova scritto su un primo striscione, mentre quasi metaforicamente alcune gru svettano sul retro. «La Lega nuoce gravemente al territorio», afferma un secondo cartello. «Buttiamo giù la cosca lombarda», recita infine un terzo, dichiarando esplicitamente l’obiettivo della piazza.Le richieste che si levano dalla contestazione milanese, a cui hanno preso parte migliaia di persone e in cui è confluito anche il Bike Strike di Fridays For Future Milano partito da Largo Cairoli, sono semplici: «Vogliamo le dimissioni di Gallera e Fontana e il commissariamento della sanità lombarda», si dice ripetutamente dal microfono. A un certo punto, il concetto viene ribadito in maniera ancor più forte e indelebile, con attiviste e attivisti che imprimono a vernice sull’asfalto: «Cacciamoli».

Se le rivendicazioni più concrete della manifestazione riguardano personalità precise, a essere messo in discussione dai collettivi e dalle persone accorse a contestare la giunta lombarda è un intero sistema di potere e di gestione territoriale: il “modello lombardo”. Lo ricordano fin dal principio dell’iniziativa alcune letture declamate con tanto di leggio sotto il palazzo della Regione, che scandiscono le ragioni delle realtà autogestite e dei sindacati di base: a salire sul banco degli imputati è la “logica del profitto” («Produci, consuma, crepa» è un altro slogan che compare su alcuni cartelli). «Confindustria ha costantemente messo il proprio guadagno davanti alla nostra salute», accusano dai microfoni mentre viene ripercorsa la cronologia dei fatti che hanno portato al collasso del sistema sanitario. «Gli unici diritti che sono stati tutelati sono quelli delle aziende, che hanno potuto continuare a produrre in deroga ai decreti ministeriali. “Milano non si ferma”, “Bergamo is running”: tutti ricordiamo la retorica utilizzata all’inizio dell’emergenza».

La Lombardia è una delle zone maggiormente colpite dal Covid-19 al mondo, con oltre 16mila decessi confermati. In particolare l’epidemia si è abbattuta sul “triangolo” fra il capoluogo di regione e le province di Bergamo e Brescia. «Non va dimenticata la catena di responsabilità che ha portato alla mancata zona rossa di Nembro e Alzano»: una delle testimonianze più dure della manifestazione viene infatti proprio da Bergamo, dove le responsabilità istituzionali sembrano essere numerose e pesanti (in questo momento è in corso un’indagine della magistratura proprio per accertare come mai non venne “messa in sicurezza” la zona prealpina vicina alla città governata da Giorgio Gori). «Non so se vedremo Fontana e Gallera dichiarati colpevoli in un’aula di tribunale. Vorrei però che, insieme, li dichiarassimo colpevoli di fronte al tribunale della storia». Uno scroscio di applausi accompagna queste richieste di giustizia, circostanziate da fatti che oramai tutti conoscono a memoria nei territori maggiormente colpiti dalla pandemia. Fatti e, ovviamente, nomi: oltre al presidente Fontana e all’assessore Gallera, vengono ricordate anche la fabbrica bergamasca Dalmine (che non si è mai fermata durante l’emergenza) e l’ospedale policlinico Humanitas. Sono entrambe sotto la medesima direzione aziendale in un esempio di accentramento decisionale e imprenditoriale abbastanza tipico del territorio lombardo.

Ma non sono solo accuse quelle che si alzano dalla piazza milanese. Il capoluogo lombardo è stato infatti uno dei centri maggiormente attivi per quanto riguarda il mutualismo e la solidarietà dal basso: nei vari quartieri della città e nelle aree limitrofe dell’hinterland sono nate le Brigate Volontarie per l’Emergenza che, dandosi nomi ispirati alla storia partigiana locale e fornendosi di una serie di strumenti per autogestirsi e organizzarsi in maniera capillare sul territorio, sono riuscite a far fronte alla crisi economica e sociale che si è diffusa tra le fasce più deboli della popolazione. Brigata Lena Modotti, Brigata Franca Rame, Solidarietà MiSud, Brigata Visone, Brigata Scighera, Brigata Cristei… un pullulare di simboli, casacche e colori, tutti presenti nel piazzale della Regione Lombardia per proporsi come “alternativa” allo stato di cose presente. «È questa la città che vogliamo e che è nata in questi giorni: autorganizzazione e solidarietà dal basso», affermano ai microfoni attiviste e attivisti che si sono impegnati nelle iniziative di mutuo aiuto e che, viene detto durante la manifestazione, «sono diventati in poco tempo più di mille».

Il loro è un impegno diventato anche “scoperta” e vera e propria inchiesta politica: nel corso del presidio sono lette le trascrizioni di alcune chiamate ricevute dai centralini di assistenza delle brigate, che raccontano le nuove vulnerabilità e precarietà presenti nel tessuto sociale cittadino. Migranti, lavoratori delle fabbriche o delle piattaforme, abitanti delle zone popolari: «La società che vogliamo garantisce i diritti per tutte e tutti e non solo per i pochi privilegiati». La direzione sembra chiara: occorre “assaltare e conquistare” le istituzioni, come viene simbolicamente ribadito da un corteo che dopo i numerosi interventi parte per circumnavigare l’intera sede della regione e fare infine ritorno nel piazzale principale. «Assomiglia davvero a una fortezza», commentano alcuni manifestanti guardando dall’alto in basso il grattacielo pieno di vetri a specchio. Sulle finestre si riflette il magenta dei fumogeni così come sugli scudi della polizia, schierata a protezione del palazzo accerchiato.

Nel frattempo anche piazza Duomo è gremita. Migliaia di persone hanno risposto anche lì alla convocazione di Milano 2030, Arci, Acli, I Sentinelli, Casa Comune, Medicina Democratica, Cittadini Reattivi, i Coinvolti e oltre 60 associazioni. Sul palco intervengono tanti infermieri e medici che sono stati in questi mesi la prima linea della lotta al Covid. Anche qui l’imputato principale è il “modello lombardo”. Tra le richieste ripetute con maggiore frequenza c’è il commissariamento della sanità lombarda