Luglio 6, 2020

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L’attualità della lezione civile di Rodotà

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Rodotà aveva una concezione esigente di democrazia: pur essendo consapevole dell’esistenza di vincoli realistici e dell’impossibilità di superare integralmente lo scarto tra ideale e reale, pensava che la spinta emancipativa insita nella promessa di democrazia non dovesse essere mai svilita, compressa. Pena una vera e propria crisi di legittimazione, lo svuotamento di senso della forma democratica stessa. Da questa “forma” vitale, esigente derivavano precisi corollari. Uno, ad esempio: per Rodotà era un principio irrinunciabile l’incompatibilità tra democrazia e arcana imperii. In quanto esercizio del potere in pubblico orientato all’ideale della trasparenza, essa non può conoscere accomodamenti con poteri occulti e smodati, manipolazione dell’informazione, plebiscitarismi, personalizzazioni ingannevoli. Rodotà ha tenuto ferma questa barra, a differenza di altri.

Per Rodotà la Costituzione è fondamentalmente un grande progetto politico e sociale aperto, plurale, che ha in sé tanto l’obiettivo prioritario di coinvolgere tutto il demos nella cosa pubblica, superando antiche e nuove cause di esclusione, quanto la previsione di un limite agli eccessi delle maggioranze, e di ogni potere che pretenda di agire incontrollato. Si tratta di un progetto di società che serve a dare sostanza alla democrazia, altrimenti questa diventa una forma vuota. Prendere sul serio l’articolo 3 della Costituzione (e gli altri connessi) significa precisamente realizzare effettivamente la forma di vita democratica, creare le condizioni perché la democrazia sia una forma di vita e non semplicemente un sistema di governo. Negli Stati pluriclasse non c’è democrazia senza costituzionalismo sociale, senza Stato sociale di diritto e politiche ridistributive. Occorre chiedersi: uno Stato costituzionale può essere uno Stato anti-keynesiano? Stefano era molto perplesso su questa ipotesi, che si è affermata anche con modifiche costituzionali, come l’obbligo del pareggio di bilancio. Vedeva una tensione sempre più forte tra la deriva degli ultimi anni, generata dalla crisi del neoliberismo, e il nucleo fondante e indisponibile della Costituzione, che è un nucleo funzionale all’effettività della democrazia politica.

C’è un tema di fondo, su cui poggia l’edificio complicato dei regimi di massa, che sono una fragile costruzione, e possono anche finire male (ce lo insegna la storia novecentesca, ed è un rischio attuale): è il nesso tra solidarietà e rappresentanza. Rodotà aveva studiato, recuperato, valorizzato i recenti lavori di Supiot sul tema della solidarietà sociale, sulle condizioni attraverso cui si costruisce un’inclusione sociale nella cittadinanza. C’è di fronte a noi  una nuova questione sociale, che rischia di slittare in una questione identitaria: è questo è il pericolo più grande per la democrazia. Stefano Rodotà l’aveva presente al massimo grado e non pensava che la risposta fosse quella di chiudersi in un bunker, nel Palazzo come un bunker.  Perché ciò indebolisce le istituzioni, non le rafforza.

Questa capacità di vedere la sostanza sociale della democrazia e allo stesso tempo la centralità delle regole e delle procedure, questo doppio lato della democrazia costituzionale è stato il segreto e l’originalità del pensiero di Rodotà e anche la fonte del suo rigore, della sua coerenza, della sua preziosa credibilità. Ne derivavano tante conseguenze rilevanti. Una è che la Costituzione del 1948 rappresenta una straordinaria risorsa per lo sviluppo della democrazia italiana, non uno dei suoi problemi. Rodotà ha sempre diffidato dell’ingegneria istituzionale. Il che non significa che non si possa fare manutenzione costituzionale, anzi, che sia anche auspicabile, però rigorosamente nel solco dei principi ispiratori della Costituzione, cioè l’effettiva rappresentatività, il controllo del potere, la garanzia del pluralismo, la partecipazione, l’uguaglianza, e in particolare l’obiettivo dell’uguaglianza sostanziale. In fondo, la democrazia costituzionale è un progetto di incivilimento, dell’incivilimento possibile della nostra società. Si tratta quindi una visione laica che sconta limiti, battute d’arresto, però francamente qualcosa di meglio ancora non è stato inventato. Ed è un progetto rimesso ad una pluralità di soggetti, all’agire politico dei cittadini, al ruolo dei corpi intermedi, al pungolo delle minoranze. Partiti, sindacati e movimenti debbono essere corpi sociali reali, ricosnosciuti, perché radicati nella società, capaci di rappresentarne coerentemente gli interessi e di orientarne le istanze. Non burocrazie autoreferenziali. Stefano credeva fortemente nei partiti, ma veri. Il problema è quando non sono veri. Tanto che per Rodotà la democrazia è democrazia rappresentativa. Da un certo punto di vista, si può dire che fosse un kelseniano: parlamentarista e proporzionalista convinto, non era però un proceduralista formalista. Sapeva bene che c’è un uso sociale del diritto, c’è una politica del diritto (cioè un rapporto tra diritto e potere, norme ed egemonie). Sapeva anche che la democrazia rappresentativa si difende innanzitutto con soggetti credibili, autorevoli che leghino la società, non la rinneghino, temendola. Per questo riteneva fosse necessario scommettere – ne abbiamo parlato tante volte negli ultimi anni – su una apertura alle spinte dal basso, alle istanze partecipative neglette. Non solo attraverso l’iniziativa legislativa popolare, i referendum o altre forme di democrazia “diretta” (visti sempre come  utili strumenti integrativi, se ben regolati, certo non sostituivi della rappresentanza); ma più in generale la ricerca di forme di coinvolgimento di ciò che si muove nella società, che è nuovo, che può anche spaventare, che non si sa bene che cos’è, ma che non può essere rigettato semplicemente perché è nuovo. Soprattutto, Rodotà avvertiva l’esigenza di ricostruire e rigenerare spazi pubblici di  azione collettiva (la stessa riflessione sui beni comuni, tema su cui ha posto dei rigorosi paletti concettuali, serviva soprattutto a tal fine).

Stefano pensava che sulla democrazia e sul suo futuro ci fossero fondamentalmente due ipotesi in campo: una, è quella di una stretta verticistica, tecnocratica che serva a funzionalizzare lo Stato (ormai post-democratico e post-costituzionale) alle logiche del globalismo neoliberista, delineando una sorta di Stato neoliberista. Un adeguamento del governo e della rappresentanza all’esigenza di ridurre il rumore, ridurre le pressioni, le istanze sociali. Al prezzo di perdere il riconoscimento popolare. In fondo, si tratta di una vecchia storia, che è partita con il Rapporto della Trilaterale del ’75. Nella sua visione, nulla di avanzato e moderno, ma al contrario il compimento di un ciclo (quello neoliberista), che ha via via compresso gli spazi di azione democratica.  L’altra ipotesi, invece, è quella di un rilancio partecipativo: certo più rischioso, più esposto all’orizzontalità, all’immediatezza, ma forse per questo più in grado di ridefinire un’autorevolezza della politica, ricostruendo per davvero le condizioni del legame sociale, a partire da una piattaforma progressiva.  La prima opzione implica una chiusura tecnocratica, significa creare una maschera di decisionismo politico in funzione di un assetto di potere, in cui anche la politica conta ben poco, perché è chiamata a “implementare” logiche e contenuti decisi altrove: ciò genera una sostanziale  privatizzazione della politica, e di converso una spoliticizzazione della sfera pubblica, che non sono senza conseguenze, perché suscitano delegittimazione e  reattività (i cosiddetti “populismi”, che sono sintomi, non cause della vulnerabilità democratica, e in qualche modo una richiesta di ridemocratizzazione, almeno in certi casi). Se si vuole evitare una frattura incolmabile tra governati e governanti, non si può che guardare a ciò che nella società si muove. Certo, non per registrarlo supinamente, ma per assumerlo in funzione di un mutamento di rotta, per provare a metterlo in forma, per orientarlo.   

Rodotà sapeva che, perché le democrazie siano vitali, occorrono i soggetti sociali. C’è un filo rosso che lega le sue battaglie: si parte da quella sulla “scala mobile” e si arriva a quella recente accanto alla FIOM: lotte sociali che stanno insieme a quelle sui diritti civili. Diritti sociali e diritti civili  vanno di pari passo. Negli anni Settanta (la grande stagione dei diritti) non a caso si affermano entrambi; non si vede perché oggi debbano esserci o gli uni o gli altri. I diritti, quando si sono realizzati per davvero, si sono realizzati complessivamente. Certo, ci vuole una cultura politica profonda, per riprendere e rilanciare la piattaforma emancipativa e agonistica insita nel “diritto di avere diritti”, contro la neutralizzazione della politica e i suoi ripiegamenti regressivi. In quell’idea  è contenuto un rilancio dell’eredità normativa del Moderno, un universalismo liberato dai suoi limiti escludenti, dalle sue opacità (legati alle condizioni materiali e sociali, alla razza, al genere): la politica come creazione di condizioni istituzionali, collettive, perché le soggettività come autodeterminazione libera possano svilupparsi in relazione con gli altri.  Una rivalutazione del soggetto “incarnato” e solidale, che non ha nulla a che fare con l’individualismo competitivo e proprietario, destinato a sfociare nel nichilismo.  Il costituzionalismo dei bisogni è precisamente l’alternativa a tale rischio, perché individua nella solidarietà (non come richiamo retorico, ma come fonte del legame sociale) il necessario complemento dei diritti individuali.  Se recuperassimo questa cifra, come prezioso antidoto alla subalternità culturale, alla superficialità e al cinismo, ci farebbe assai bene per rilanciare un autentico ethos democratico

Rodotà concepiva il tema dei diritti come decisivo per il futuro. Ma era alieno da una concezione “proprietaria” dei medesimi, come sovranità dell’individuo atomizzato e indifferente ai legami sociali. All’opposto, sapeva che senza diritti sociali, e senza solidarietà come principio politico di convivenza, non c’è possibilità di realizzazione piena ed eguale dei diritti dei singoli. La sua stella polare era la “pari dignità sociale”, di cui parla l’articolo 3 della nostra Costituzione: ovvero una libertà in relazione, possibilità reale per tutti. Diritti sociali e civili in questo senso debbono camminare di pari passo, non c’è motivo perché non sia così. E’ insensato pensare che gli uni possano espandersi a scapito degli altri (e infatti le grandi stagioni dell’affermazione e della costruzione delle garanzie dei diritti hanno visto il successo delle lotte su entrambi i fronti). Il costituzionalismo dei bisogni può essere rilanciato solo se cammina sulle gambe di soggettività incarnate e agonistiche. Quindi deve essere innanzitutto la politica – dal basso come istituzionale, tanto informale quanto mediata dai corpi intermedi – a dare corpo ai diritti (e al diritto).  Ciò è possibile solo se è animata da una cultura solida, profonda, critica, aliena dai luoghi comuni. 

Per Rodotà la democrazia è partecipazione. Sapeva bene che il tema delle classi dirigenti, della loro formazione e della loro credibilità, è decisivo. Ma rigettava le visioni elitiste, che svalutano i movimenti sociali, e sostanzialmente non credono nell’ambizioso progetto del costituzionalismo sociale e democratico: cioè nella lotta per la liberazione umana possibile, attraverso la civilizzazione del potere e l’azione istituzionale di contrasto all’esclusione e alla discriminazione.   Per questo non bisogna diffidare del “popolo”: alieno da semplificazioni “populiste” o antipolitiche, Rodotà sapeva bene che il riconoscimento dei cittadini bisogna guadagnarselo tutti i giorni, e che c’è un bisogno di coinvolgimento, di presa di parola, cui è vitale corrispondere nelle società pluraliste. Naturalmente, senza plebiscitarismi di nessun genere. L’alternativa  alla scommessa nella partecipazione, alla ripoliticizzazione della società, è una stretta verticale, oligarchica del potere, che serve solo a difendere un bunker escludente: l’opposto di una prospettiva emancipativa. 

C’erano anche dei nodi aperti, problematici nella riflessione di Rodotà (lo voglio dire perché  Stefano è la persona con cui ho più amato discutere, anche perché si imparava sempre molto; e poi quegli occhi da eterno ragazzo erano una fonte inesauribile di stimolo e di energia). C’erano anche dei nodi aperti, dicevo, nella sua riflessione, su cui tornava e su cui si arrovellava. Ne cito solo tre: la proiezione post-statuale e sovranazionale della democrazia. Non è che abbia funzionato granché. Né si vedono prospettive confortanti all’orizzonte. Rodotà lo sapeva, vedeva i limiti. L’Europa, su cui aveva scommesso dando un contributo importante alla Carta dei diritti; sulla quale però diceva, anche in maniera netta: «Adesso l’hanno messa in un cassetto. La Carta dei diritti sta in un cassetto». C’è poi la questione – assai rilevante per gli assetti istituzionali – del ruolo della giurisdizione: i giudici come avamposti, sentinelle della società. Però l’idea che possano avere un ruolo ordinante generale, globale resta effettivamente sempre problematica.

Ricordando Stefano, alcune immagini vengono in mente, legate anche a quel suo modo di raccontare così coinvolgente: la battaglia della scala mobile accanto a Berlinguer, a difesa del lavoro, avendo intuito che lì partiva in Italia la controrivoluzione che avrebbe minato fino a spazzarle via le conquiste del costituzionalismo sociale, producendo la grave crisi di legittimazione in cui siamo immersi; Rodotà, che non era comunista, aveva capito benissimo (come Luciano Gallino) la portata della sfida che il neoliberismo portava alla qualità e alla tenuta delle nostre democrazie. La lotta accanto alla Fiom contro il potere prevaricante della Fiat (in solitudine, perché gli eredi della sinistra di un tempo si voltavano dall’altra parte, non capendo la rilevanza di ciò che era in gioco – la dignità di chi lavora -, o preferendo cinicamente non entrare in rotta di collisione con i nuovi assetti di potere del capitalismo finanziario).  Oppure quando organizzò in Campidoglio, su richiesta di Petroselli, un convegno – “eretico” per quei tempi – sui diritti degli omosessuali: segno di quell’apertura alle nuove istanze della società che nei momenti migliori il PCI di Berlinguer seppe coltivare.  O la battaglia vinta – e poi tradita da (quasi) tutta la politica ufficiale – nel referendum per l’acqua bene comune. Infine la fermezza affilata con la quale ribadiva i concetti cardine del costituzionalismo contro la pochezza arruffona che ha animato il progetto Renzi-Boschi di controriforma della nostra Carta, anche questo bocciato dal basso il 4 dicembre 2016, in una felice saldatura tra ceti popolari (sui quali morde la nuova questione sociale) e minoranze intellettuali coraggiose: uno spartiacque, una grande energia politica potenziale, che dovremmo trovare il modo di raccogliere.

Rodotà aveva uno straordinario rapporto con i giovani. Non sorprendeva, quella facilità di entrare in rapporto con tutti, e soprattutto la curiosità per il nuovo: avendo lui stesso una luce limpida, da eterno ragazzo, negli occhi, che non ho mai visto in nessun altro. Una luce che esprimeva una fiducia lucida e ferma nell’avanzamento umanistico delle forme di convivenza, pur nella consapevolezza degli ostacoli che incontra e del profondo lavoro culturale che implica. Stefano Rodotà era un uomo fermissimo e dolce, dal tratto naturalmente gentile, elegante. Nel meditare il suo insegnamento, si riscoprono continuamente strade inedite e feconde, che egli aveva intuito anticipando i tempi, approfondendole con rigore, spirito critico e ineguagliabile stile.  

 Geminello Preterossi