Settembre 19, 2020

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Arresti arbitrari, accordi di riammissione e respingimenti dei richiedenti asilo lungo la rotta balcanica. Mentre le violazioni dei diritti umani da parte degli stati europei lungo le frontiere proseguono ormai da anni, con il coinvolgimento anche dell’Italia, a Milano sabato scorso si è costituita la rete RiVolti ai Balcani composta da oltre 36 realtà, «per rompere il silenzio sulla rotta balcanica»

«Dalla metà di maggio le autorità italiane hanno intensificato “rintracci” e “riammissioni informali” verso la Slovenia, esponendo le persone a trattamenti inumani e degradanti lungo la rotta balcanica». A riferirlo è un lungo dossier presentato sabato scorso nel chiostro della parrocchia di Santa Maria Del Carmine, a Milano, nella sede dei padri scalabriniani, dalla rete RIVolti ai Balcani che proprio nel week-end scorso si è costituita dalla cooperazione tra diverse realtà, tra le quali: Amnesty International Italia, Altreconomia, Asgi, Ics di Trieste, Melting Pot Europa, Osservatorio Balcani Caucaso.

Le organizzazioni hanno raccontato che lungo la così detta “rotta balcanica” «continuano a verificarsi violenze, torture, respingimenti e restrizioni arbitrarie e altre misure che mettono a rischio le vite delle persone migranti». E ancora, come aveva denunciato già qualche settimana fa un rapporto di Amnesty international, che è la polizia croata che si sta macchiando delle maggiori brutalità. Alla frontiera tra Croazia e Bosnia, infatti, alla fine di maggio, nei pressi dei laghi di Plitvice, «un gruppo di migranti e richiedenti asilo è stato legato, brutalmente picchiato e torturato dagli agenti, i quali si sono presi gioco delle ferite e hanno messo del cibo sulle teste sanguinanti dei migranti per umiliarli». Storie di ordinaria brutalità. Sono afgani, irakeni, iraniani, persone che fuggono da persecuzioni e conflitti pluriennali.

Come ha raccontato uno di loro, Amir, proveniente dal Pakistan: «Li supplicavamo di smettere e di avere pietà. Eravamo già legati, impossibilitati a muoverci e umiliati, non c’era motivo di continuare a picchiarci e torturarci». E, invece, per tutta risposta: «gli uomini armati ci facevano le foto con i cellulari, cantavano e ridevano». Tariq, che ha 30 anni e che quando l’organizzazione per i diritti umani l’ha incontrato aveva entrambe le braccia e una gamba ingessati, oltre che tagli ed ecchimosi al volto, ha denunciato: «quando ci hanno preso non ci hanno dato la possibilità di dire assolutamente nulla. Hanno iniziato semplicemente a colpirci. Mentre ero a terra, mi hanno colpito alla testa con la parte posteriore della pistola e ho iniziato a perdere sangue».

Respinti e torturati. A migliaia. Nemmeno il lockdown aveva fermato tali violenze e brutalità, che ora addirittura sono aumentate. E tutto ciò avviene con la complicità degli altri governi e dell’Unione Europea.

Con la Commissione europea che non solo non ha mai risposto agli appelli delle Ong per fermare le gravi violazioni dei diritti umani che avvengono alla frontiera croata, ma che non ha ascoltato nemmeno gli appelli a svolgere indagini sul comportamento della polizia croata che sono giunti da alcuni parlamentari europei. Di più: la Croazia è uno di quei paesi europei che continua a beneficiare dei milioni di euro in contributi europei per la sicurezza frontaliera. Per “armare” e stipendiare la propria polizia e per costruire infrastrutture strategiche di contenimento.

Come spiegava un anno e mezzo fa Dimitris Avramopoulos, il Commissario responsabile per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza: «La Commissione è impegnata a continuare a sostenere gli Stati membri sotto pressione migratoria. Gli ulteriori 305 milioni di euro assegnati questa settimana a diversi paesi risponderanno a bisogni urgenti garantendo che i nuovi arrivi siano adeguatamente sistemati e abbiano accesso a cibo e acqua, che sia garantita la sicurezza dei più vulnerabili e che i controlli alle frontiere siano rafforzati laddove necessario».

Il diritto internazionale violato. Si diceva all’inizio del ruolo dell’Italia e delle sue province frontaliere lungo la rotta balcanica che fino a qualche tempo fa erano giudicati luoghi sicuri di protezione per i rifugiati, e che di recente, invece, sono considerati posti in cui si viola il diritto internazionale.

In una lettera inviata agli inizi di giugno e indirizzata al Ministero dell’Interno, alla Questura e Prefettura di Trieste oltre che alla sede per l’Italia dell’UNHCR, l’Associazione per gli Studi Giuridici per l’Immigrazione, infatti, ha denunciato agli inizi di giugno le riammissioni di migranti dall’Italia alla Slovenia, le quali stanno avvenendo con sempre più frequenza ed intensità dalla metà di maggio 2020 e che «hanno riguardato molti cittadini afgani, pakistani e iracheni».

In una successiva nota giuridica, Asgi ha ricordato che il Governo italiano sta giustificando tali riammissioni invocando l’applicazione dell’Accordo bilaterale fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica di Slovenia sulla riammissione delle persone alla frontiera, firmato a Roma il 3 settembre 1996, ma che tuttavia, in ogni caso, hanno spiegato ancora dall’Associazione: «tale accordo non si applica ai richiedenti asilo ed è superato dal diritto dell’Ue». Non solo. Quello che è sta emergendo dalle testimonianze raccolte dagli operatori legali e dagli avvocati a Gorizia, Trieste e in altri posti di frontiera in Friuli Venezia Giulia è che le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto, si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in Bosnia sebbene le stesse fossero intenzionate a domandare protezione internazionale all’Italia».

A fronte di ciò, «è necessaria una immediata cessazione delle violenze all’interno dell’Unione Europea. È urgente che le istituzioni europee affrontino il tema dei vincoli ai finanziamenti nei confronti di stati membri che adottano tali politiche. È necessario, inoltre, affrontare il nodo delle condizioni dei campi esistenti in Bosnia e in Croazia. Perché non è possibile che vengano destinate ingenti risorse dell’Ue per accogliere persone nelle fabbriche dismesse e senza i servizi minimi», ha detto il vice-presidente dell’Asgi, il giurista Gianfranco Schiavone, intervenendo sabato scorso a Milano alla presentazione della rete RiVolti ai Balcani. Poi, ha aggiunto Schiavone: «dall’Italia pretendiamo risposte politiche su ciò che sta accadendo ai suoi confini con la Slovenia. Su chi decide i respingimenti illegittimi. Da dove parte la catena di comando».

Perché finalmente «si rompa il silenzio sulla rotta balcanica, denunciando quanto sta avvenendo in quei luoghi e lanciare chiaro il messaggio che i soggetti vulnerabili del “game” non sono più soli», è invece il messaggio collettivo lanciato dalle organizzazioni che sabato scorso hanno presentato la Rete per i diritti lungo la rotta balcanica.