Ottobre 20, 2020

AFV

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L’anatomia non è il destino

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La proposta di legge Zan contro la omotransfobia sta suscitando posizioni divergenti all’interno del movimento femminista facendo riemergere la contrapposizione tra sesso e genere. Tuttavia, difendere le identità, i ruoli, le figure di genere sulla base della differenza biologica tra i sessi rischia di confermare l’ideologia patriarcale e chiudere il campo a nuove possibili alleanze

La proposta di legge Zan ha incontrato pareri diversi anche all’interno del movimento delle donne e sembra che sia questa la notizia di maggior interesse di una stampa che ora lo ignora, dandolo per morto, ora lo usa per interessi politici o di vendite. Io penso che le divisioni non dovrebbero preoccupare. Non vorrei che l’idea del “femminile” come un tutto omogeneo, un “genere” e non singolarità incarnate, si applicasse anche al femminismo, che è sempre stato una pluralità di voci. Se non si sapesse così poco anche soltanto del percorso che va dagli anni ’70 a oggi, nessuno si meraviglierebbe di veder comparire conflitti e divaricazioni profonde e durature, come quella che si colloca all’inizio degli anni ’80, tra il “pensiero della differenza”, nell’elaborazione che ne ha fatto la Libreria delle donne di Milano, e la scelta di altri gruppi, associazioni, come la Libera Università delle donne e la rivista “Lapis” di dare continuità e approfondimento alle intuizioni e pratiche originali del decennio precedente.

A guardar bene, è sempre la contrapposizione sesso/genere che, in modo più e meno esplicito, torna a mettere in discussione consapevolezze che si davano per acquisite.

La ragione penso vada cercata nella difficoltà a uscire dal dualismo che abbiamo ereditato dalla nostra cultura greco romana cristiana in particolare e che resta alla base di quella che Elvio Fachinelli chiamava la «rovinosa dialettica», quella che ha polarizzato natura e cultura, individuo e società, femminilità e virilità, secondo un preciso ordine gerarchico di priorità e valore. Prendere distanza vuol dire riconoscerne l’astrattezza alienante e violenta, rendersi conto che tra un polo e l’altro ci sono sempre stati nessi, legami da portare allo scoperto. Il passaggio del bambino da essere biologico a essere inserito nell’universo simbolico proprio dell’uomo definisce – per riprendere il pensiero di Fachinelli – un luogo specifico della realtà umana, «in connessione con la biologia e la storia» ma irriducibile a esse. Il rapporto di interdipendenza, che il bambino stabilisce con chi si prende cura di lui nel periodo della sua maggiore dipendenza, si può definire perciò una sorta di «nexologia umana, che include il corpo come parte in causa e interlocutore».

Non esiste, in altre parole, un corpo che si dia nella sua autenticità al di fuori della storia che vi si è costruita sopra. Nell’intervista a “Repubblica” del 1 luglio, Francesca Izzo, riprendendo i contenuti della lettera inviata dal gruppo “Se non ora quando” ai firmatari delle pdl confluite nel testo base depositato alla Camera, così definisce la contrarietà all’uso del termine “identità di genere”: «Con questa espressione si sostituisce l’identità basata sul sesso con una identità basata sul genere dichiarato. Come scriviamo nella lettera, attraverso “l’identità di genere” la realtà dei corpi – in particolare dei corpi femminili – viene dissolta. Il sesso si cancella».

Mi chiedo come si possa ancora ignorare che il sesso, e cioè l’anatomia, siano diventati, nell’ideologia patriarcale, il fondamento o la condizione determinante su cui hanno preso forma le identità, i ruoli, le figure di genere del maschile e in particolare del femminile.

Le donne sono state identificate col corpo, ma un corpo a cui altri ha dato nomi e funzioni, ed è da questa rappresentazione di se stesse e del mondo incorporata che ha preso avvio la pratica femminista del “partire da sé” fin dagli anni ’70, un processo lento e contrastato di autonomia da quei modelli alienanti che hanno confinato la donna nel ruolo di moglie e madre. Se le costruzioni di genere hanno potuto e possono ancora oggi essere prese per “naturali”, è proprio perché si è fatto dell’anatomia un destino. Pierre Bourdieu, nel suo libro Il dominio maschile, parla, a questo proposito, di una «naturalizzazione della storia» e per un altro verso, di una storicizzazione della natura.

«La differenza biologica tra i sessi, cioè il corpo maschile e femminile, e, in modo particolare la differenza anatomica tra gli organi sessuali può così apparire come la giustificazione naturale della differenza socialmente costituita tra i generi e in modo specifico della divisione sessuale del lavoro». Parlare, come ha fatto il femminismo degli anni ’70 di “riappropriazione del corpo”, ha significato per le donne un duplice scarto: dal confinamento nella natura, per non dire nell’animalità, e da una sessualità diventata obbligo procreativo e piacere al servizio del sesso dominante.

Dovrebbe essere chiara perciò l’incongruenza o il paradosso di chi, appellandosi al corpo, in realtà torna a mettere in primo piano proprio la difesa di quella “femminilità” o “identità di genere”, che mette in discussione quando sono soggettività dell’altro sesso a farla propria, come nel caso dei “transgender”. E che si tratti del femminile nelle sue forme tradizionali non si desume solo dal riferimento al sesso – corpo erotico e procreativo – ma da una alleanza di fatto, se non nelle intenzioni, con le destre ultracattoliche, schierate contro la legge. Altrettanto contraddittorio è distinguere la misoginia, da intendersi come “odio” verso le donne, segnato specificamente da «una subcultura della proprietà» – come scrive Valeria Valente – dalla omo- e trans-fobia riducibili a «intolleranza e mancato rispetto delle diversità».

Riconoscere delle specificità – cosa che del resto fa la legge quando nomina distintamente come «reati» gli atti di violenza «sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere» – non dovrebbe far passare in ombra la radice che accomuna, nella normatività, il genere, l’orientamento sessuale e le soggettività che non si riconoscono nell’appartenenza al loro sesso.

La violenza contro i soggetti Lgbtqui non è che una ricaduta del sessismo e non è un caso che sia stato il femminismo fin dagli anni ’70 ad aprire la strada di un processo di liberazione e di una alleanza, che ha trovato piena espressione in NUDM, la generazione più giovane comparsa da quattro anni sulla scena pubblica, ma con evidenti richiami alla radicalità di quegli inizi. Non ultimo, nell’ordine della continuità e dell’approfondimento, la messa in discussione di tutte le forme di dominio e di sfruttamento, inscritte nelle istituzioni ma anche «nell’oscurità dei corpi», per usare le parole di Pierre Bourdieu.

E, per concludere, non è la prima volta che, sia pure in modo diverso, si torna a riportare in auge la “differenza sessuale”, considerata un baluardo contro possibili contaminazioni. Si può leggere come ritorno al determinismo biologico, anche se in forma indiretta, la teorizzazione che negli anni ’80 e ’90 ha fatto la Libreria delle donne di Milano dell’«ordine simbolico della madre». Il corpo non veniva nominato ma il riferimento al materno, in qualunque modo lo si ponga, biologico e o simbolico, a che cosa rimanda se non al corpo che genera e che nella sua specificità ha segnato per secoli il destino femminile, facendo della donna essenzialmente una madre, sempre e comunque?