Settembre 24, 2020

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La disoccupazione come problema strutturale del mercato del lavoro in Europa

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Guido Marsella

La prassi nozionistica identifica la disoccupazione come la condizione di mancanza permanente o temporanea di un lavoro retribuito. In questa definizione è chiaro come l’esclusione dal mercato del lavoro sia correlata a due volontà, quella del lavoratore e dell’azienda. Poiché se da un lato il lavoratore può avere un trade-off tra tempo libero e lavoro, dall’altra l’azienda in base alla struttura è vincolata dall’assumere o meno il lavoratore. Partendo da questo principio si sviluppa la curva di domanda e offerta del mercato del lavoro in economia.

Questa teoria mainstream dal punto di vista analitico potrebbe non presentare problemi ma se analizzassimo nello specifico le classi sociali nel contesto del mercato del lavoro verrebbero fuori numerose problematiche nell’analisi del fenomeno della disoccupazione. Quando parliamo di competizione lavorativa, dobbiamo sempre verificare in che situazione si sviluppa, che sia una fabbrica, un ufficio o un ospedale, poiché ci permetterà di identificare le relazioni sociali e i rapporti tra datore e lavoratore e i processi che ne portano alla selezione. Da tener conto però che il lavoratore è libero da qualsiasi capitale individuale ma è legato al capitale sociale, ciò significa che il suo datore non è il singolo capitalista ma l’intera classe di essi. Questa breve introduzione proietta il discorso non tanto su ciascuno Stato membro dell’UE ma su tutta la situazione del mercato del lavoro europeo.

Tutto ciò è collegato alla situazione della globalizzazione del mercato del lavoro e all’integrazione dei mercati sia nello scenario europeo sia mondiale. Infatti, le misure liberiste intraprese per avviare questo processo sono il frutto degli accordi di Bretton Woods con l’istituzione nel 1944 della Banca Mondiale, del Fondo monetario Internazionale e del GATT (poi sostituito nel 1995 dal WTO). All’inizio della loro istituzione, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’obiettivo generale consisteva nel regolare i tassi di cambio per mantenere un equilibrio sulla bilancia dei pagamenti di tutti i paesi con un incremento consistente della spesa pubblica, seguendo uno schema prettamente keynesiano che soltanto nei successivi anni dalla pubblicazione della Teoria Generale (1936) aveva trovato seguaci e terreno fertile per essere determinante nella fase di ricostruzione dei paesi europei.

Questo discorso andò avanti per poco, già dalla metà degli anni ’60 si dava infatti per superata la teoria keynesiana dell’investimento pubblico a scopo occupazionale (per intenderci, il concetto di scavare e tappare buche di Keynes), poiché secondo lo schema di scuola neoclassica emergente un aumento dei salari (nonché anche dell’occupazione) provocherebbe un aumento dell’inflazione generale dei prezzi, perché in tale teoria il loro livello dipende dalla retribuzione percepita per indicare il potere di acquisto effettivo del lavoratore, indicato con il termine di salario reale. Quindi un rialzo inflazionistico determina una perdita in termini reali del potere d’acquisto del salariato poiché nella nuova visione neoclassica è il livello generale dei prezzi che determina l’occupazione e quindi il salario e non la domanda aggregata come nella teoria keynesiana.

Questa dinamica legata al problema inflazionistico ha portato negli anni ’70 ad un consolidamento teorico delle visioni neoliberali. Il maggior esponente Milton Friedman, premio Nobel nel 1976, personaggio assai discutibile poiché fautore e sostenitore delle politiche del Cile di Pinochet, trovò sbocco con le sue teorie a fine anni ’70 inizi ’80 soprattutto nei paesi chiave del blocco occidentale (USA e Inghilterra), attraverso lo strumento delle liberalizzazioni ponendo soprattutto un taglio netto della spesa pubblica sociale.

Infatti, dai primi anni ’80, con la politica liberista portata avanti in primis dai governi Reagan (USA) e Thatcher (UK) si può osservare come il mercato del lavoro sia stato trasformato attraverso le seguenti riforme neoliberiste che prendono il nome di Golden Straigtjacket:

  • Fare del mercato privato il principale motore della crescita economica
  • Mantenere l’inflazione ad un livello basso
  • Riduzione della burocrazia statale
  • Equilibrio bilancia dei pagamenti
  • Deregolamentazione del mercato dei capitali

Le stesse politiche adottate in quegli anni dai paesi sviluppati furono imposte da FMI e BM negli anni ’80 ai paesi in via di sviluppo in nome della “crescita economica” e dell’“efficienza di mercato”.

Ovviamente queste riforme politiche-economiche non sono altro che l’inizio della globalizzazione economica, e quindi della creazione del mercato globale del lavoro dove a spostarsi non sono solo le merci ma le persone. L’effetto di queste politiche ai giorni nostri è sotto gli occhi di tutti, il fallimento delle politiche neoliberiste ha portato e sta portando numerose problematiche in termini sociali. Difatti la grande recessione partita dal 2007 dagli Stati Uniti sottolinea come il fallimento del mercato deregolamentato dei capitali finanziari sia stato pagato dai lavoratori e lavoratrici con la conseguente crescita della disoccupazione strutturale. Infatti, analizzando il caso dell’UE se si osservano i dati relativi al periodo che va dal 2007 al 2013 si può osservare un aumento della disoccupazione e un abbassamento dei salari con la conseguente introduzione di politiche sul lavoro e sulle pensioni che hanno reso il primo sempre più precario dando invece molta fiducia alle banche (che la crisi l’hanno causata) in termini di credito, si noti che nell’era di Mario Draghi la BCE aveva tassi di prestito dello 0% per le Banche Centrali ed il tasso di deposito delle stesse era negativo, proprio per incentivare l’investimento. L’adozione di questa misura da parte della BCE non è stata sufficiente a drenare liquidità tanto che le banche preferivano il deposito con tasso negativo della BCE piuttosto che investire e far investire. In Italia per esempio 1/5 delle Piccole e Medie imprese (PMI), le quali costituiscono il più della struttura economica del paese, sono fallite con il conseguente esubero di 700.000 lavoratori.

Da questo schema introduttivo si può dedurre come il problema sia all’interno del mercato dei capitali e la conseguente liberalizzazione che aumenterebbe l’efficienza e la competitività non corrisponde ad una regola “aurea”, anzi, l’abuso di questi termini in funzione ideologica decodificano l’origine sociale stessa della competitività e dell’efficienza. Infatti, nel principio neoclassico la competizione non è una modalità di interazione sociale sviluppata storicamente ma una categoria universale che esiste al di fuori del contesto storico, e l’efficienza corrisponde alla massimizzazione del profitto, non al livello di benessere collettivo dell’apparato sociale.

Diversamente da quanto si potrebbe pensare la diminuzione progressiva del tasso di disoccupazione nell’eurozona a partire dal 2014 non ha avuto l’effetto desiderato né in termini di consumi né tanto meno sul piano degli investimenti. Le riforme sul lavoro introdotte dai governi di essa hanno scatenato diverse contraddizioni all’interno del mercato. Se da un lato il tasso di disoccupazione generale dell’eurozona è diminuito è altrettanto vero che il livello generale dei salari è diminuito negli ultimi anni.

Quindi nel momento in cui il ciclo economico torna in fase di contrazione, si verificherà una caduta tendenziale generale del saggio di profitto, il movente va ricercato nella composizione organica del capitale, che è il rapporto tra capitale variabile e capitale costante, dove il primo consiste nel valore di esso incorporato in quello dei prodotti finiti utilizzati nel processo di produzione; invece per capitale variabile intendiamo il valore che viene utilizzato per la remunerazione della forza lavoro.

Dal momento che il capitale costante rappresenta un costo fisso di produzione, quest’ultimo può deteriorarsi per il mantenimento di macchinari e reperibilità di materie prime; allora il problema della svalorizzazione assumerà nel tempo una importanza crescente, sia rispetto a quello della sua “svalutazione” rispetto alla dinamica dell’accumulazione. Per questo motivo secondo Marx il “peso” del ritorno al saggio di profitto precedente cadrebbe tutto sul capitale variabile ovvero la forza lavoro. Per esempio, nel momento in cui ci troviamo in un regime economico dove appunto il profitto è determinato dalla quantità di merce venduta in un dato tempo prodotta tramite i fattori di produzione (capitale-lavoro), qualora il capitale si svaluti per mantenere il saggio di profitto costante necessariamente il capitalista dovrà o remunerare meno i lavoratori a parità di ore di lavoro (rispetto al ciclo di produzione precedente) oppure aumenterà le ore di lavoro a parità di salario (rispetto al ciclo di produzione precedente).

Questo schema assume un’importanza fondamentale e a tutto tondo per comprendere sia dove si formano i cicli di accumulazione del capitale, sia dove quest’ultimo trova terreno fertile per rigenerarsi; un esempio lo abbiamo con il processo delle delocalizzazioni, come negli ultimi anni è avvenuto in Europa, dove appunto i capitalisti hanno premiato i paesi, in particolare dell’est, con costo del lavoro basso sfruttando così “l’esercito di riserva” definito da Marx.

Da ciò si deduce come il peso della competitività sia schiacciato sui lavoratori che si ritrovano a dover competere al ribasso per il costo del lavoro. Il potere contrattuale in questo caso è pienamente nel controllo dei capitalisti, per questo s’intende che il rapporto tra capitale e lavoro è costantemente asimmetrico. In questo contesto si potrebbe analizzare sia il movimento dei capitali (in termini di investimento) in Europa, sia capire cosa porta il fenomeno della disoccupazione a diventare un problema sociale strutturale dei paesi a base capitalistica. Osservando i dati sulla disoccupazione degli ultimi anni (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2017/05/06/le-regioni-deuropa-piu-lavoro-quelle-piu- disoccupati/?refresh_ce=1), si nota come il fenomeno sia tendenzialmente bassa nel nord ed est d’Europa e come invece sia ancora sopra lo 10% nella maggior parte dei paesi del sud Europa. Questo aspetto non deve essere sottovalutato in chiave di lettura del fenomeno, poiché la tesi da alcuni avanzata che punta a mettere in luce questo aspetto adottando una prospettiva analitica prettamente geografica rischia di mettere in conflitto i lavoratori delle differenti zone d’Europa. Il fenomeno strutturale della disoccupazione porta con sé tutti i problemi relativi alla condizione di classe che può cambiare da paese a paese. Il dato certo è che l’incremento delle diseguaglianze è la conseguenza di una precarizzazione del lavoro in tutte le regioni europee, le quali amplificano ulteriormente i problemi della classe lavoratrice, dove appunto i disoccupati vengono sfruttati all’esigenza del capitale. 


Fonti utilizzate