Agosto 4, 2020

AFV

Libera la tua mente

VIVERE E LAVORARE IN PAKISTAN AL TEMPO DELLA PANDEMIA

Sharing is caring!

di Marisa Arshad

La pandemia, in essenza, potrebbe essere una crisi sanitaria globale ma le sue ripercussioni variano localmente. Il nuovo coronavirus ha alterato il nostro senso della normalità e rivelato le disuguaglianze economiche e sociali del mondo in modi inimmaginabili e tuttavia orribili. Mentre alcuni godono i privilegi della distanza sociale, dell’autoisolamento e del lavoro da casa, una maggioranza di noi è lasciata a scegliere tra morire di fame o esporsi al virus mortale.

Per un paese in via di sviluppo come il Pakistan, con l’economia schiacciata da debiti esteri, una quantità di giovani disoccupati che gli incombono sulla testa e un’assistenza sanitaria già sovraccaricata, è probabile che una pandemia semini scompiglio nel suo popolo. Al 2019 il Pakistan ha il 24,5 per cento della sua popolazione di 220 milioni che vive sotto la soglia della povertà. Si teme che la pandemia possa altri milioni in una povertà estrema facendo esplodere il tasso di povertà sino al 33,7 per cento nel caso di uno scenario a basso impatto e al 58,6 per cento nel caso di uno scenario a impatto elevato. Un confinamento esteso che ha causato la chiusura di industrie e aziende ha colpito enormemente il mondo del lavoro con il Pakistan che ha assistito a massicci licenziamenti che hanno causato la perdita del lavoro per circa 21 milioni di lavoratori.

Tra le attività non essenziali chiuse come misura per bloccare la diffusione del COVID-19, o coronavirus, la più significativa è stata l’industria tessile e dell’abbigliamento che impiega il 45 per cento della manodopera industriale totale del paese. La maggior parte dei lavoratori è stata licenziata permanentemente mentre ad alcuni è stato detto che erano sospesi temporaneamente e i loro salari erano cancellati. I licenziamenti sono stati ulteriormente esacerbati dall’interruzione delle catene globali di fornitura con marchi globali dell’abbigliamento che hanno cancellato ordini anche di prodotti che erano stati prodotti. Il vero problema, tuttavia, resta la mancata attivazione, da parte del governo, di leggi sul lavoro e la mancata assicurazione di protezioni legali adeguate ai lavoratori. Secondo la Federazione Sindacale Nazionale (NTUF) l’80 per cento delle fabbriche di abbigliamento  non è registrato. Circa l’85 per cento dei lavoratori di queste fabbriche è solitamente assunto indirettamente tramite appaltatori senza alcune lettera scritta di assunzione il che li priva delle protezioni costituzionali, non essendo registrati presso istituzioni provinciali di previdenza sociale. Inoltre, in aggiunta ai salari ingiusti, molti lavoratori non hanno permessi sanitari remunerati, previdenza sociale, assicurazione sanitaria o protezione del lavoro, lasciandoli particolarmente vulnerabili nel corso di chiusure.

La chiusura dell’economia determinata dalla pandemia colpisce anche sproporzionatamente le donne lavoratrici, specialmente quelle che lavorano da casa e le lavoratrici domestiche che solitamente restano invisibili nel sistema: “economia informale”. Non appena il confinamento è stato annunciato, la maggioranza delle lavoratrici domestiche è stata licenziata e richiesta di lasciare le famiglie dei loro datori di lavoro, spesso senza paga. Molte di loro erano migranti da villaggi lontani che ora sono costrette a chiedere la carità nelle strade per sopravvivere. D’altro canto, le lavoratrici da casa sono solitamente mantenute in un circuito economico attraverso un intermediario che fornisce loro lavoro dalle industrie. Con la chiusura delle industrie e dei trasporti questo collegamento tra le lavoratrici da casa si è spezzato perché gli intermediari non possono raggiungerle. La situazione delle operaie di fabbrica non è molto migliore. Solo il quattro per cento è sindacalizzato e il 93 per cento riceve meno del salario minimo. Circa il 26 per cento di loro è stato licenziato entro la fine di aprile e molte altre probabilmente perderanno i loro mezzi di sussistenza a causa della chiusura.

Il governo pachistano ha cercato di rafforzare il programma di previdenza sociale creando un fondo di sostegno al lavoro per sostenere i salariati giornalieri e i disoccupati, ma questi programmi restano fuori portata per la maggior parte dei lavoratori. Ad esempio, il 26 per cento delle lavoratrici che hanno perso il lavoro, più di tre quarti di loro (il 78 per cento) non sapevano se erano state registrate presso una qualche organizzazione di previdenza sociale.

Dopo sette settimane di chiusura, il governo ha consentito a diversi settori dell’economia di riaprire; ad esempio le industrie tessili, edili, dei fertilizzanti e chimiche e piccole imprese, eccetera, a condizione che siano soddisfatte tutte le Procedure Operative Standard (SOP) promosse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Attivisti ed esperti sindacali temono che i capitalisti stiano approfittando di questa situazione disgraziata negoziando nuove condizioni con il governo riguardo ai diritti e agli obblighi contrattuali. Ad esempio, mentre la manifattura si riprende, solo una piccola frazione dei lavoratori potrebbe essere riassunta poiché le catene globali di fornitura sono state deteriorate; questi lavoratori potrebbero essere costretti ad accettare salari inferiori, orari più lunghi e senza appropriati straordinari. Con l’80 per cento delle fabbriche non registrato, c’è un enorme compromesso sulla sicurezza poiché lascia scarsa possibilità al governo di controllare le condizioni di salute e sicurezza, mettendo a rischio le vite di questi dannati della terra.

Solo due settimane dopo la revoca del confinamento la Pakistan Steel Mills [un’industria siderurgica statale] ha licenziato più di novemila lavoratori in un tentativo di mitigare le perdite finanziarie e di privatizzare nel mezzo della pandemia. I lavoratori hanno inscenato proteste; due di loro sono crollati e sono morti durante le proteste in uno sforzo più vasto di riottenere il lavoro. Il governo risulta prestare scarsa attenzione alle sofferenze di migliaia di famiglie che hanno perso i loro mezzi di sussistenza.

Anche il settore agricolo, quasi il 43 per cento della manodopera totale del Pakistan, sta crollando sotto gli impatti socioeconomici del nuovo coronavirus. La crisi dei raccolti generata dalla pandemia ha distrutto molti piccolo coltivatori. Milioni di agricoltori che hanno già combattuto gli impatti devastanti del cambiamento climatico e recenti attacchi di locuste, sono ora lasciati a guardare la loro produzione duramente ottenuta marcire nei campi a causa di un’acuta scarsità di manodopera causata dal confinamento generale.

Infine, restrizioni ai commerci globali a causa della pandemia non colpiranno solo le maggiori esportazioni agricole del paese (ad es. riso, grano, cotone, mango, ecc.) ma sottoporranno a tensioni gli agricoltori particolarmente mediante eccessivi ostacoli al importazioni agricole quali semi, pesticidi e fertilizzanti. E’ probabile che tale industria sfrutterà la situazione aumentando i prezzi delle merci. L’assenza di strategia ben ponderata e chiara da parte del governo per minimizzare gli impatti della pandemia ha reso disoccupati milioni di lavoratori agricoli gettato in estrema precarietà piccoli agricoltori già impoveriti.

Per ora la curva del COVID-19 si sta finalmente appiattendo in Pakistan, ma è emersa una grave preoccupazione con l’approssimarsi, tra solo poche settimane, del Eid-ul-adha. [Festività in cui, nel ricordo di Abramo, si sacrificano animali – n.d.t.]. I mercati del bestiame che sono creati annualmente attorno alle periferie cittadine potrebbero diventare un potenziale luogo di un’altra e più grave epidemia del virus. Finora non è stato messo in atto da organismi governativi alcun sistema per facilitare la compravendita in rete di animali sacrificali. Innumerevoli famiglie soffriranno finanziariamente se i mercati del bestiame saranno vietati, ma consentirli potrebbe condurre a un catastrofico disastro sanitario pubblico.

Colpito da grande disoccupazione in mezzo a una crisi sanitaria mortale, il popolo del Pakistan spera e anela a un ritorno alla normalità ma, come ha già osservato la scrittrice Arundhati Roy: nulla potrebbe essere peggiore di un ritorno alla normalità perché quella normalità era ingiusta fino al midollo, e dunque dobbiamo immaginare un nuovo mondo, privo di odio e cupidigia: un mondo nel quale l’assistenza sanitaria universale, il reddito universale e la protezione dei diritti del lavoro non suonino alieni alle nostre orecchie.

Maria Arshad è una giornalista laureata presso la Government College University (GCU) di Lahore. Attivista di base, Maria conduce attivamente campagne contro lo sfruttamento di studenti, donne e lavoratori come classe. E’ stata cofondatrice del Progressive Students Collective e del Women’s Collective e ha anche collaborato con organizzazioni basate sui diritti quali Shirkat Gah e Digital Rights Foundation.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/living-and-working-in-the-time-of-the-pandemic-in-pakistan/

Originale: Praxis Center

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.