Settembre 18, 2020

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Alle radici della questione di Hong Kong

Lo status particolare di cui gode attualmente Hong Kong trae origine dagli eventi bellici del XIX secolo. Ripercorriamo brevemente la storia di Hong Kong a partire dalla prima guerra dell’oppio.

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Se prendiamo in considerazione la storia antica, Hong Kong è sempre appartenuta alle varie dinastie cinesi che si sono succedute nel corso dei secoli, con l’eccezione del II secolo AEC, quando l’isola fu inglobata all’interno del regno del Nam Việt, dal quale avrebbe successivamente avuto origine l’odierno Vietnam. Fino al 1841, per farla breve, Hong Kong rappresentava una località cinese come un’altra, la cui importanza risiedeva nella posizione geografica lungo le rotte del commercio tra Oriente ed Occidente.

Il 4 settembre 1839, ebbe inizio la prima guerra dell’oppio tra l’impero britannico e la dinastia cinese Qing. I regnanti cinesi, infatti, si erano opposti alle importazioni forzate di oppio provenienti dal Regno Unito e dalla colonia britannica dell’India. L’imperatore Daoguang, in particolare, diede vita a quella che può essere considerata come la prima operazione antidroga della storia, facendo sequestrare e distruggere ingenti quantità di oppio presso il porto di Canton. Dopo una serie di schermaglie, i britannici utilizzarono la superiorità della propria marina militare e delle proprie tecnologie belliche al fine di difendere i propri interessi imperialisti, e sconfissero i cinesi, nonostante questi potessero disporre di truppe più numerose.

In seguito agli eventi bellici, la Cina ed il Regno Unito stipularono due accordi: la convenzione di Chuenpi (20 gennaio 1841), mai entrata in vigore, che prevedeva una cessione preliminare di Hong Kong ai britannici, e soprattutto il trattato di Nanchino del 29 agosto 1842. Questo documento sancì la fine della prima guerra dell’oppio e la cessione di Hong Kong al Regno Unito, unitamente ai territori di altre due isole, Green Island ed Ap Lei Chau. Inoltre, il trattato garantiva all’impero di Londra altri importanti vantaggi, come l’uso dei porti di Canton e di Shanghai, il libero accesso dell’oppio e degli altri loro prodotti nelle province meridionali cinesi con basse tariffe doganali e l’applicazione della “clausola della nazione più favorita”, secondo la quale se la Cina avesse accordato privilegi a un altro Paese straniero, questi sarebbero stati estesi automaticamente anche ai britannici. Il trattato di Nanchino è considerato il primo dei “trattati ineguali”, una serie di accordi con le potenze straniere che ridussero di fatto la Cina ad uno status coloniale, pur restando formalmente indipendente.

A partire dalla ratifica del trattato di Nanchino, dunque, Hong Kong divenne a tutti gli effetti una colonia britannica. Mentre oggi molte persone tendono a mitizzare quel passato, dimostrando di avere una memoria corta ed una scarsa conoscenza della storia, la vita di Hong Kong sotto la corona britannica fu tutt’altro che aulica. Non mancarono neppure le insurrezioni popolari contro il dominio straniero, in particolare quella del 14-19 aprile 1899, quando gli abitanti di Kam Tin si ribellarono al governo coloniale. I ribelli si asserragliarono nel villagigo fortificato di Kat Hing Wai, dove resistettero a lungo agli attacchi britannici in quella che è nota come la guerra dei sei giorni.

Nel frattempo, i colonialisti avevano imposto altre condizioni umilianti alla Cina per difendere i propri interessi commerciali, ed in particolare il porto di Hong Kong. I britannici temevano infatti un improvviso attacco cinese per la riconquista dell’isola e nel 1860 approfittarono della sconfitta cinese nella seconda guerra dell’oppio – condotta da Francia e Regno Unito con il sostegno degli Stati Uniti – per imporre la convenzione di Pechino (18 ottobre), con la quale la Cina cedeva alla corona britannica l’area della penisola di Kowloon e l’isola di Ngong Shuen Chau (Stonecutters Island), creando un’area cuscinetto attorno all’isola di Hong Kong. In seguito alla seconda guerra dell’oppio, la Cina fu anche costretta a cedere la Manciuria esterna all’impero russo.

Il 1° luglio 1898, un nuovo trattato, noto come seconda convenzione di Pechino, impose alla Cina la cessione dei Nuovi Territori al sud del fiume Shenzhen sulla terraferma e di oltre duecento isole circostanti quella di Hong Kong, compresa l’importante isola di Lantau. L’accordo aveva la durata prestabilita di 99 anni, e sarebbe dunque scaduto il 1° luglio 1997.

Nel corso della seconda guerra mondiale, Hong Kong venne occupata dai giapponesi tra il 23 dicembre 1941 ed il 15 agosto 1945, quando l’isola venne liberata congiuntamente da truppe britanniche e cinesi. Tuttavia, i precedenti trattati non permisero alla Cina di riappropriarsi dell’isola, che rimase sotto il controllo britannico anche dopo la vittoriosa rivoluzione guidata da Mao Zedong. Nonostante l’ondata di decolonizzazione che coinvolse tutto il mondo, infatti, il Regno Unito mantenne il controllo su questo territorio strategico. Solamente a partire dagli anni ’50, iniziò la trasformazione di Hong Kong da centro commerciale a centro industriale, e successivamente finanziario.

Nel 1967, Hong Kong fu travolta da una serie di rivolte organizzate dai comunisti locali che simpatizzavano per il governo cinese contro i colonizzatori britannici. Il governo locale, su indicazione di Londra, decise di reprimere le proteste e di rendere illegale qualsiasi attività politica o giornalistica sospettata di simpatie verso Pechino. Vennero registrate numerose violenze della polizia sui manifestanti, e gli scontri si conclusero con un bilancio ufficiale di 51 morti, 802 feriti e 1.936 persone arrestate.

Il 19 dicembre 1984, il primo ministro britannico Margaret Thatcher ed il premier cinese Zhao Ziyang firmarono la dichiarazione congiunta sino-britannica, in cui la Gran Bretagna accettò di restituire non solo i territori acquisiti con il trattato del 1898, ma anche Kowloon e Hong Kong, a partire dal 1° luglio 1997. Tuttavia, la Cina dovette accettare l’applicazione di un regime particolare per Hong Kong, noto secondo la formula “un Paese, due sistemi”, in quanto, attraverso tale espediente, i britannici speravano di poter mantenere la loro influenza su Hong Kong. Secondo tale clausola, la Cina avrebbe dovuto mantenere un regime politico ed economico distinto per Hong Kong per cinquant’anni dalla restituzione, fino al 2047.

Il 4 aprile 1990, la legge fondamentale di Hong Kong è stata ufficialmente accettata come mini-costituzione di quella che nel 1997 sarebbe dieventata una regione autonoma speciale della Cina. Allo stesso tempo, Chris Patten, ultimo governatore britannico di Hong Kong, si è affrettato per far approvare riforme politiche che mettessero in difficoltà la Cina, in quanto tutti provvedimenti passati prima del 1° luglio 1997 sarebbero dovuti rimanere in vigore. Va tuttavia sottolineato come i britannici non approvarono mai una legge elettorale che prevedesse il suffragio universale, e che Hong Kong non fu mai neppure lontanamente “democratica” nel suo periodo coloniale.

Alla luce di questo breve riassunto, appare evidente come la conquista britannica di Hong Kong e dei territori circostanti l’isola fu figlia del colonialismo imperialista di Londra e dei trattati ineguali imposti ad una Cina che visse in quel periodo le fasi più umilianti della propria storia millenaria. L’odierna questione di Hong Kong altro non è che una conseguenza diretta dei soprusi perpetrati nel corso di un secolo e mezzo dai britannici. Nonostante l’accordo del 1984 ed i tentativi britannici di conservare la propria influenza, oggi Hong Kong è a tutti gli effetti una regione autonoma speciale della Cina, e ogni intervento straniero non può che rappresentare una forma illegittima di ingerenza negli affari interni cinesi. Allo stesso tempo, Pechino sta preparandosi al 2047, anno nel quale la Cina tornerà finalmente ad essere totalmente padrona di Hong Kong, che diventerà parte integrante della Repubblica Popolare Cinese.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog