Ottobre 20, 2020

AFV

Libera la tua mente

IL FALSO PRAGMATISMO DELLA SINISTRA MODERATA

Sharing is caring!

Ogni volta che si avvicina una tornata elettorale, tocca assistere alle contrazioni di dolore per il parto di una lista di sinistra che, il più delle volte, va oltre la scadenza del tempo naturale per dare alla luce un progetto compiutamente sensato e percorribile. Si arriva sempre fuori tempo massimo, almeno a sinistra, perché inevitabile è il tentativo di incontro e tutti i successivi scontri tra quella che ancora, un po’ faticosamente, potremmo chiamare “sinistra moderata” e quella che un po’ impropriamente potremmo definire “sinistra radicale” (ché “estrema“, “estremista” fa presagire funestamente e riporta alla memoria inopportune ma inevitabili svianti associazioni e confronti).

Da Micro Mega a Limes, da Left a il manifesto, un po’ tutte le riviste e i giornali che provano a meditare con profondità su dette questioni hanno proposto argomentazioni tra le più varie nel cercare il perché in Italia non si riesca a stabilire una alleanza tra le forze moderatamente progressiste e quelle antiliberiste e anticapitaliste.

Non penso esista una risposta sola a questo dilemma: del resto, sono proprio le grandi questioni della storia (e dell’attualità) a tenere vivo un dibattito grazie alla molteplicità delle interpretazioni, ai tanti interrogativi che suscitano e per i quali l’approdo ad una sintesi felice è quasi impossibile. Probabilmente perché non si può ridurre ad uno nemmeno il punto di origine della separazione storica tra riformisti e rivoluzionari, ad iniziare dalle controversie tra menscevichi e bolscevichi, passando per la scissione tra socialisti e comunisti nel 1921, per terminare (si fa per dire) questo lungo cammino di divisioni con la rottura del Fronte democratico dopo le elezioni del 1948 e la scelta di campo dell’Italia: dalla parte degli Stati Uniti, della NATO, del susseguente Mercato Comune Europeo.

Il rischio è di finire nella centrifuga irrefrenabile di speciosità che sono inutili tanto alla causa dell’uguaglianza sociale e civile quanto ai differenti modi per arrivarvi. Proprio qui sta uno dei punti più seducenti: il metodo che finisce per sovrastare il merito. Prima della scissione di Livorno esistevano correnti interne al Partito Socialista Italiano, quindi differenti posizioni su come agire politicamente, nel concreto, per far avanzare le ragioni del proletariato, superare il capitalismo e mettere fine al dominio della borghesia. Tuttavia, queste correnti stavano esattamente nello stesso contenitore politico così come sono convissute in Rifondazione Comunista fino a poco tempo fa anime molto differenti, tendenze e pulsioni particolarmente avverse fra loro, facenti ancora riferimento a classificazioni del proprio pensiero mediante categorie nominalistiche: stalinismo, trotzkismo, maoismo, addirittura il solo, tutto italiano bordighismo.

Questo può avvenire fino a quando non fanno il loro ingresso sulla scena politica nazionale contraddizioni evidenti tra le modalità della continuazione di una rappresentanza istituzionale che viaggi di pari passo con la parte più movimentista, sociale e di piazza del Partito. Non sono state le divisioni meramente ideologiche a dare seguito alle tante scissioni che si sono verificate in e contro Rifondazione Comunista: non vi è mai stata una divisione verticale tra stalinisti e trotzisti che, anzi, fino almeno al 1998 si sono sempre trovati uniti – come minoranze interne – nell’opporsi alla maggioranza bertinottiana. Ed il punto di separazione, di contrapposizione e di lotta per la linea politica e gestionale era sempre e soltanto uno: il tema delle alleanze con le altre forze della sinistra moderata e, successivamente alla sconfitta de “I Progressisti“, anche col centro cattolico ex democristiano-sociale.

Metodo e merito si sono fronteggiati per molto tempo e in questa lotta da dietro le quinte, tuttavia ben percepibile – almeno per chi la viveva quotidianamente – e che non era altro se non la trasposizione tutta interna al PRC dei rapporti di forza politici esterni che si andavano modificando sulla spinta dell’esaurimento delle grandi delizie e anche grandi croci partitiche del Novecento post-bellico. Il PCI aveva preso il posto del PSI in quanto a contenitore delle correnti più opposte: basta ricordare una molto elementare tripartizione tra la cosiddetta “sinistra cossuttiana“, il “centro berlingueriano” e la “destra migliorista“. Nessuna di queste aveva a che fare direttamente con la collocazione geopolitica che le si attribuiva dentro al grande Partito Comunista Italiano: c’erano spesso più moderati nelle correnti cosiddette “di sinistra” rispetto a quelle individuate, per moderazione e spinta unitaria nei confronti del PSI (anche craxiano), come correnti “di destra“.

Se il gioco delle correnti e dei termini usati per definirle per davvero è stancante e deprimente, visto che non ci porta da nessuna parte e non ci fa trarre alcuna anche minima conclusione al dilemma sulla impossibilità di una unità tra sinistra moderata e sinistra anticapitalista, non è altrettanto inutile studiare il legame che i maggiori rappresentanti di queste aree avevano con la società italiana e, soprattutto, i loro contatti esteri. E’ un esercizio di comprensione che può prendere avvio dalla contrapposizione tra socialisti massimalisti e minimalisti: dall’adozione del programma di Erfurt alla torsione riformistica di Gotha, ecco che prendono significativamente forma i tratti distintivi dell’impossibilità della convivenza tra quelli che si definiranno unitariamente socialisti (o socialdemocratici) almeno fino alla Prima guerra mondiale, pur sapendo di puntare alla realizzazione degli ideali di uguaglianza e libertà con tempi e modi ormai quasi inconciliabili.

Non è un caso che, tanto in Germania prima quanto in Italia poi, la scissione tra socialisti e comunisti diventi inevitabile e finisca col produrre un fenomeno catartico da entrambe le parti: i primi, lontani da ipotesi di sovvertimento anche violento (di massa) dei disequilibri capitalistici del potere e del dominio borghese, fuori praticamente – come scrisse Gramsci – dalla Terza Internazionale Comunista; i secondi, invece, frazione di questa Internazionale, abbracciavano la lotta mondiale tanto al capitalismo quanto alla sua fase imperialistica.

Per troppo tempo questa diversificazione fondamentale, tra chi pensava di arrivare gradualmente al socialismo e chi riteneva che la gradualità fosse la morte stessa del capovolgimento del sistema e la negazione stessa del principio rivoluzionario del movimento operaio (e contadino), è stata stereotipata e fatta passare come la divisione tra pragmatici sani di mente che volevano confrontarsi con i numeri duri e crudi della realtà e sognatori fantasiosi che promettevano l’impossibile, che puntavano al non concretizzabile.

Su questa doppia immagine tra buoni gradualisti riformisti e insensati rivoluzionari comunisti si è giocata grande parte della storia del movimento dei lavoratori, del sindacalismo e della politica istituzionale dei partiti operai. Bernstein diveniva un “pragmatico” mentre a Luxemburg e Liebknecht spettava la patente di “illusi“, di “pazzi“, di “estremisti“.

Dall’alto del suo rapporto sempre più stretto con la logica del compromesso, le sinistre moderate hanno finito per essere integrate non tanto al sistema capitalistico, in cui del resto tutte e tutti siamo costretti a vivere (e a morire), quanto alla gestione espressamente tale del potere politico considerato, nella sua forma parlamentare, l’unica via possibile per mettere in pratica il riformismo socialista.

Qui si gioca tutta la partita della incapacità ancora odierna di una unità tra riformisti e comunisti. Anche se esistono soggetti politici riformisti che non escludono di poter collaborare con chi ancora nega la possibilità di riformare e imbellettare questa esistenza con riforme di struttura: del resto, se la materia si suddivide in sempre minori particelle che la rendono fascinosamente complessa, come non potrebbe il merito politico separarsi in tanti (sotto)meriti ulteriori e così il metodo non comprendere tanti altri (sotto)metodi? La singolarità delle posizioni prevale sull’analisi congiunta, sulla determinazione a trovare una sintesi che stabilisca un programma certo.

Se nella storia dialettica tra riformisti e comunisti conta tanto l’antitesi tra “programma massimo” e “programma minimo“, non di meno hanno pesato sulle divisioni e le inconciliabili posizioni, di volta in volta, i mutamenti delle sovrastrutture statali, la politica internazionali tra gli stati frutto delle linee guida del capitalismo moderno nella sua fase ultima (ma non ultima) chiamata “liberismo“.

Riassumendo fino a questo punto: le storiche divisioni tra sinistra moderata e sinistra rivoluzionaria pesano indubbiamente nel nostro presente e influenzano anche i tentativi di riappacificazione, di ricerca di una unità di intenti che, per la maggiore, viene posticciamente anelata appena un mese prima lo svolgimento di un voto politico o regionale. Ma le ragioni per cui in Italia non esiste una vera sinistra socialdemocratica che dialoghi con una sinistra comunista nella formulazione di intese volte a svolgere un “programma minimo“, esclusivamente tattico, per considerare politiche di miglioramento dello stato miserevole di milioni di sfruttate e sfruttati indigenti, sono del tutto estranee a qualunque piagnisteo ed a qualunque reprimenda sulle colpe del passato.

Così come non è possibile trovare una soluzione al dilemma della mancata unità se prima non si risolve il problema della “domanda di sinistra rivoluzionari” in questo Paese: i moderni proletari, i lavoratori e le lavoratrici, i precari, i disoccupati non sentono il bisogno di un unico partito della giustizia sociale, per riproporre anche la questione dell’alternativa di società stessa, dell’anticapitalismo, del capovolgimento del sistema in cui un po’ (quasi) tutti sopravviviamo.

Ma nemmeno esiste una domanda forte, una richiesta impellente di una sinistra moderata, riformista, riformatrice. Queste categorie sono passate e trapassate e devono lasciare il passo ad una generazione che ricostruisca la necessità della rivoluzione ripensandola a tutto tondo, sganciandola dalle categorie novecentesche e riconsegnando all’umanità una speranza prima di tutto nella critica senza alcun appello del tipo di vita che non è pensabile poter definire altrimenti ed eufemisticamente come “esistenza precaria“, nella sua totalità, senza distinzione tra momento e momento, tra tempo occupato e tempo cosiddetto “libero“.

Non si può prescindere dai rapporti di forza esistenti tra le classi, dalla strutturazione economica e dalle derivazioni sovrastrutturali che uniformano il potere istituzionale e politico, la comunicazione, l’informazione, la cultura e persino scienza e arte, per ripensare ad un dualismo a sinistra tra moderati e rivoluzionari. Per troppo tempo abbiamo pensato che la rivoluzione fosse un ferrovecchio del passato, un concetto obsoleto, altresì espresso con una parola priva di senso nel nuovo millennio.

Ma non esiste speranza di riscatto per miliardi di salariati nel mondo senza una fuoriuscita dal capitalismo.

Le belle anime dei pragmatisti che si fregiano del titolo di “sinistra“, quella ragionevole, quella che rifugge i sogni e che sdegnosamente guarda dall’alto in basso chi come noi ritiene tutto ciò un vero e proprio tradimento, una acquiescenza penosa, squallida nei confronti di una normalità che è la vera tragedia giornaliera, queste belle anime continueranno ad essere un ostacolo per la rinascita tanto di una sinistra moderata quanto di un raffronto tra neo-socialisti e nuovi comunisti del XXI secolo.

Una nuova “stagione delle idee” (e delle ideologie) presuppone che dal basso della quotidianità dei rapporti di forza e delle tante lotte separate fra loro emerga una coscienza del proprio stato di sfruttamento e che, pronto a sostenerlo politicamente, socialmente ed istituzionalmente, vi sia un partito comunista, una sinistra anticapitalista che intercetti questi bisogni e che li porti nelle sedi opportune per far avanzare un nuovo carnet di diritti irrinunciabili per tutti gli sfruttati.

Scriveva Marx ne “L’Ideologia tedesca“: “Esattamente dall’opposto di quanto accade nella filosofia tedesca, che discende dal cielo sulla terra, qui si sale dalla terra al cielo“. Il famoso “assalto al cielo“, ben tentato e poi fallito. Occorre riprovare, ma smettendola col ritenere che, non tanto la via per un nuovo impeto rivoluzionario, ma molto semplicemente un cammino riformista possa attuarsi con sinistre che sono politicamente di centro ed economicamente di destra.

Il vero pragmatismo è quello che nasce dalla piena consapevolezza dei livelli di sfruttamento e dalla voglia di rovesciarli creando i rapporti di forza necessari, rimettendo in piedi una sinistra comunista di massa capace di incidere nelle contraddizioni del sistema. Il vero pragmatismo non è una virtù di coloro che ritengono di aver compreso come gira il mondo e di aver abbandonato le “velleità” rivoluzionarie, considerate impossibili. Certo che lo sono: se il punto di vista rimane quello che il capitalismo vuole costantemente trasmetterci, ossia che l’economia è tutto sommato gestibile, stabilizzabile, intervenendo sempre sui redditi più bassi, mai sottraendo ai profitti una parte dei dividendi aziendali degli azionisti, mai introducendo una tassazione fortemente progressiva: magari una patrimoniale.

L’opportunità crea l’opportunista. La politica dell’opportunismo, abilmente gestita dai grandi amministratori del potere economico, crea l’opportunismo politico che ha avuto come vittime privilegiate le grandi aspirazioni ideali da tradurre in concretezza con lotte secolari.

Non si ridà fiato alla coscienza sociale abituando gli sfruttati a ritenere tutto sommato accettabile il mondo in cui vivono. Magari solo da correggere un po’. Qui comincia il problema storico, sociologico e politico della sinistra socialista e del suo confronto con quella antiliberista, comunista e, possibilmente, nuovamente rivoluzionaria.