Settembre 19, 2020

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C’È NO E NO: LA GRANDE DIFFERENZA TRA DISSENSO E NEGAZIONISMO

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Si fa troppa confusione tra opposizione e negazionismo. Dire di NO non significa negare un problema, ma semmai vuol dire assumere una ben precisa posizione tanto sociale quanto politica, tanto individuale quanto collettiva, e muovere secondo coscienza le proprie azioni in qualunque ambito di vita ci si ritrovi.

Dissentire e negare, dunque, sono contrarietà differenti: potremmo dire che, addirittura, sono antitetiche, visto che negare vuol dire escludere in certi contesti a priori sia l’affermazione sia la negazione, perché significa espungere dal nostro linguaggio scritto, dal nostro pensiero e quindi dalla condivisione sociale un determinato assunto, un dato di fatto che trasmigra dall’oggettività ontologica dell’esistenza data per acquisita alla possibilità che ciò sia o sia mai stato.

In pratica, il dissentire ci riporta sempre nello scontro reale di una sana dialettica di fondo, da cui non è possibile prescindere, mentre il negazionismo è figlio di un relativismo anti-culturale che è il sonno della ragione e che, come tutte queste forme di addormentamento del pensiero, genera inevitabilmente ogni tipo di mostruosità.

Facciamo un esempio concreto: il referendum sul taglio del numero dei parlamentari che si terrà il 20 e il 21 settembre prossimi. Come in ogni consultazione di questa natura, esistono soltanto due posizioni: il SI’ e il NO. Nessuna delle due nega l’oggetto del contendere, ossia la riduzione della composizione delle due Camere. Infatti le ragioni del NO, prima ancora di quelle degli esponenti grillini votati al sostengo indiscriminato per il SI’, sono ad oggi quelle che generano più dibattito, più circolazione delle idee perché hanno l’onere (e l’ingrato ma necessario onore) di respingere una serie di proposizioni che sono artificiose e che sono altrettanto artificiosamente costruite per consentire al semplificazionismo delle tra loro simili equazioni: “…meno parlamentari uguale meno ladri, meno corruzione, meno stipendi da pagare, meno casta e così via dicendo…“.

A chi si oppone a ciò che per davvero questo referendum chiede agli elettori, quindi un taglio del Parlamento, un indebolimento del cardine attorno al quale ruota e vive la nostra Repubblica, a tutto vantaggio di un disegno che vorrebbe rafforzare l’esecutivo, proiettando la strada delle successive riforme verso magari una forma di semi-presidenzialismo in stile francese, viene assegnata l’etichetta di avvocati difensori dei privilegi. Un argomento fin troppo scontato, facile da demolire se si ha il tempo e il modo di spiegare l’inganno e non semplicemente di negare le argomentazioni del SI’ o la natura stessa del referendum.

Il negazionismo, semmai, somiglia molto ad un disimpegno politico, ad una via molto comoda di risolvere qualunque tipo di problema ci si presenti davanti, dando risposte e soluzioni che sono, il più delle volte, campate veramente in aria e frutto di operazioni di manipolazione della credulità popolare che, ancora di più nell’era della velocizzazione delle comunicazioni, una mancata verifica dei tanti tam-tam che partono genera l’esercito delle “fake news” di cui tanto spesso si parla.

Tuttavia, nonostante esista una profonda e naturale linea di demarcazione tra il dissentire e il negare, è indubbio che non in pochi casi in sostegno di alcuni dissensi che necessitano di una platea ampia di condivisione per giochi politici di vasta portata, il negazionismo diviene un alleato prezioso per provare a frustrare velocemente chi invece sostiene ragioni affermative, dimostrazioni concrete di realtà concretamente oggettive.

Solitamente si tratta, vista la natura del dissenso organizzato (quindi machiavellicamente viziato dalla cattiva fede del raggiungimento dello scopo, a discapito di qualunque conservazione di una benché minima verità dei fatti), di questioni di rilevanza mediocre, giochetti di palazzo dove si fronteggiano equilibri parlamentari, rapporto con gli elettori e operazioni di seduzione delle masse sulla base di vere e proprie mistificazioni del reale.

Nessun dato oggettivo alla mano, solo frasi ad effetto, slogan ripetuti ossessivamente alla nausea e, attorno a questi, costruzione del nuovo tribuno contro la plebe che la moderna plebe invece corre ad applaudire sperticandosi le mani così logore dai frequenti lavaggi a causa del Covid-19.

Il tribuno della plebe contro la plebe stessa sciorina abili giochi di parole, banalizza ogni concetto relativizzando la realtà al punto tale da rientrare a pieno titolo nella compagine dei negazionisti. Non lo fa apertamente: ogni tanto tenta un rientro nei limiti del consentito perché potrà anche affermare che il coronavirus lo portano i migranti piuttosto che i manager in giacca e cravatta dalla Cina passando per la Germania, ma non può negare che esista. Così come non può affermare che la terra è piatta o che Bill Gates lavori per microcipparci tutti e controllarci meglio, persino meglio di come viene fatto da tanti anni con i computer che sono la protesi delle nostre vite reali e dai quali è possibile – se si vuole – estrarre e controllare la vita di ognuno di noi.

Il tribuno della plebe contro la plebe non può spingersi tanto oltre, perché esiste una linea di demarcazione tra revisionismo e assurdismo: capovolgere le tesi scientifiche grazie al supporto della diatriba sul Covid-19, di cui si sa ancora poco nonostante in molte parti del mondo gli studi su un vaccino siano a buon punto, rientra negli striminziti confini di una dialettica che nega senza negare del tutto, che quindi tenta l’operazione della mutazione della negazione in un dissenso spinto, ai limiti del consentito, ma pur sempre dentro i limiti del confronto democratico che è definibile come “libertà di espressione e di opinione“.

L’inammissibile è la turlupinazione, l’inganno apertamente smascherato di chi è capace di relativizzare la storia e permettersi di negare qualunque evento del passato, così come di negare eventi del presente in cui viviamo inventandosi complotti mondiali diretti da una internazionale plutocratico-giudaico-massonica di cui il capitalismo non ha affatto bisogno. Riesce abbastanza bene (viste le crisi cicliche e quelle attuali dovute alla pandemia) a gestire il dominio del Pianeta mediante le classi dirigenti sparse nei varii paesi e riunite periodicamente in assisi ufficiali e in incontri anche meno esposti al pubblico ma dalla valenza pur sempre dirimente per l’evitamento di pericolose alterazioni sul terreno concorrenziale.

Dunque, per tornare un po’ al nostro oggi e al nostro stellone italico, dire NO al taglio del Parlamento non significa negare che esiste un problema che riguarda anche i costi della politica che, se però venissero chiamati “costi della democrazia”, forse un poco tutte e tutti noi saremmo più propensi a discuterne piuttosto che a liquidare il tutto con le litanie populiste intrise di una banalità del male a tutto scapito di una Costituzione che invece va protetta e difesa da chi sostiene di essere al governo per fermare quelle destre che vorrebbero alterarla per decostruirla a poco a poco.

Negare è un gioco da ragazzi. Dire di NO è un impegno sociale, civico, morale e politico da adulti consapevoli: da cittadini.