Settembre 24, 2020

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“Non possiamo accoglierli tutti”. Come il turismo impoverisce l’Italia

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I confini sono chiusi per i migranti, mentre sono aperti per capitali e turisti. Perché il turismo porta ricchezza, i migranti portano povertà. Siamo sicuri?

Il 27 luglio 11 persone di nazionalità tunisina, “in pantaloncini, occhiali da sole e sigarette in mano”, sono state intercettati dalla Guardia Costiera, trasbordate su un gommone e fatte scendere a Lampedusa. Tra loro una donna, camicia rosa e cappello di paglia, teneva al guinzaglio un barboncino. Secondo la stampa, i tunisini si erano travestiti da turisti per sbarcare inosservati.

Se fossero stati turisti, gli undici sarebbero potuti ripartire dopo la misurazione della temperatura, la raccomandazione di indossare la mascherina e rispettare il distanziamento, ma senza alcun tampone. Il tampone infatti viene eseguito solo per i migranti irregolari, poi messi in quarantena. Ma il tema dell’immigrazione «è tornato caldo», annuncia il conduttore di Tg2 Post durante la puntata del di martedì scorso. «Gli sbarchi si stanno moltiplicando sulle coste del sud Italia». Esponenti politici di ogni schieramento hanno denunciato «in maniera abbastanza forte» quanto sta avvenendo.

«L’altra… fino a oggi… cioè a luglio… sono arrivate 7.000 persone» esordiva per esempio Carlo Calenda, ospite della trasmissione. Secondo l’ex-ministro dello Sviluppo Economico e leader di “Azione”, «l’anno scorso ne erano arrivate 1.000, l’anno prima 1.900, nel picco 23.000, quindi siamo in mezzo, però dal picco del 2016, quindi stanno crescendogli arrivi».

La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, dal canto suo, ha annunciato una stretta sull’immigrazione «per gestire l’impatto di un flusso straordinario di sbarchi autonomi di migranti economici reso ancora più complesso dall’emergenza Covid-19». Similmente, in un’intervista al “Foglio” Marco Minniti dichiarava che «c’è un’evidente correlazione tra immigrazione e Covid, e negarlo fa vincere Salvini».

In verità, certifica Matteo Villa per l’Ispi, gli arrivi sono crollati. Tra inizio marzo e metà luglio sono sbarcati 6.469 migranti. Di questi meno di 100, dopo aver condiviso la stessa imbarcazione, erano positivi – circa l’1,5%. Di più, «per fine 2020 si prevede che in Italia potrebbero sbarcare irregolarmente circa 20.000 persone: cifra inferiore del 90% rispetto a quella registrata nel 2016».

Ventimila persone. È bastato però il raddoppio del numero di arrivi tra settembre 2019 e febbraio 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (da 3.555 a 8.889) a spingere molti «a pensare che l’Italia stesse rapidamente tornando verso quel periodo di “alti sbarchi” che, tra il 2014 e la prima metà del 2017, ha visto l’arrivo in Italia di oltre 600.000 persone» scrive l’Ispi. Calenda non ci delude: «abbiamo un problema: 600.000 irregolari in Italia». La loro gestione, ci tiene a specificare il nostro, è un problema da affrontare in maniera «pragmatica, non sotto il profilo ideologico».

La questione dei confini nazionali, tuttavia, è una questione ideologica nella misura in cui lo sono le politiche economiche. I confini sono chiusi per i migranti, mentre sono aperti per i capitali e per i turisti. Perché il turismo porta ricchezza, i migranti povertà. “Non possiamo accoglierli tutti” perché l’economia va male e non ci sono posti di lavoro – almeno non nei settori dell’agroalimentare, dell’assistenza a domicilio e della collaborazione domestica, verrebbe da aggiungere: quelli in cui l’arresto dei flussi regolari ha determinato una carenza di manodopera.

L’incremento dei flussi turistici, al contrario di quelli migranti, è un obiettivo perseguito ciecamente dalla politica di ogni colore. Talmente ciecamente che non ci si è accorti, per esempio a Roma, che all’aumento dei flussi “regolari” di turisti è corrisposto un aumento simmetrico del sommerso.

Dal 2015 al 2019 a Roma le presenze turistiche sono aumentate 34 a 46,5 milioni: 12,5 milioni di presenze ufficiali in più. A queste dobbiamo sommare 13 milioni di presenze “fantasma”. Queste ultime sono, secondo un’indagine sul sommerso ricettivo a cura dell’Ente Bilaterale del Turismo nel Lazio, direttamente riconducibili al proliferare di case vacanza modello Airbnb. Gli elenchi della Regione Lazio contano infatti 7.000 alloggi privati destinati al turismo a Roma, ma su Airbnb gli annunci sono 30.000, per un giro d’affari stimato di 481 milioni di euro l’anno. Secondo l’Ebtl il 55,9% delle unità in affitto è irregolare, e i turisti che vi alloggiano sono “fantasmi”.

Ci si potrebbe chiedere: cosa sono, per la politica, milioni di presenze turistiche fantasma, rispetto al fantasma dei 600 migranti irregolari? Una nullità, perché i migranti portano povertà, e turisti portano ricchezza. Ma consideriamo questo dato: se 13 milioni di turisti fantasma fossero registrati presso il settore alberghiero, ci sarebbero 5mila posti di lavoro in più, e il Comune di Roma incasserebbe 45 milioni di euro di tassa di soggiorno in più – ovvero il 30% dell’attuale incasso. E a cosa servirebbe, idealmente, il gettito della tassa di soggiorno? A coprire le spese del turismo. Perché il turismo, ufficiale o sommerso, costa: la “capacità di carico” delle città, ovvero la capacità di erogare servizi pubblici locali, dev’essere adeguata ai flussi che la attraversano. Questo non vale solo per i migranti. Vale anche per i turisti. Idealmente la tassa di soggiorno servirebbe a reggere l’aumento dei flussi, aumentando la capacità di carico delle città, sostenendo i costi in più.

Per esempio: nel 2015 il costo di gestione dei rifiuti prodotti da una popolazione temporanea di turisti e city user era stimato, a Roma, per 40 milioni di euro l’anno. Se l’aumento di presenze ufficiali dal 2015 è stato di 12,5 milioni (senza contare i 13 milioni di turisti fantasma), verrebbe da chiedere: la stima dell’extra-costo sostenuto dal Comune è stata aggiornata?

Che lo sia o meno, la produzione dei rifiuti a Roma è aumentata, costando nel 2018 al Comune di Roma ulteriori 30 milioni di euro rispetto a quanto preventivato – in base a quale stima della popolazione fluttuante non si sa. Potrebbe forse esserci un collegamento con l’amento dei flussi turistici? Forse sarebbe ora di smettere di incolpare gli “incivili” e cominciare a contare i turisti in città. A ogni modo, non abbiamo la più pallida idea di che fine facciano gli introiti della tassa di soggiorno a Roma.

Si dice che i turisti spendono, comprano, consumano. Certo, ma dove? I soldi che gocciolano dalle tasche dei turisti beneficiano soprattutto quelle attività di alloggio e ristorazione. A Roma sono aumentate negli ultimi anni contestualmente alla chiusura di tante attività storiche, negozi di vicinato, cinema, botteghe, insomma negozi per residenti. Negli ultimi sei anni c’è stato un ricambio vorticoso di esercizi commerciali, settore in cui si concentra anche molta dell’attività di riciclaggio di denaro. Il centro di Roma è vuoto, una Disneyland o un “Far West” – a seconda che si incolpino i turisti o i giovani delle periferie, ma non il modello economico in sé. Insomma questo turismo non solo non ha un impatto positivo sul territorio, ma costa, e lo desertifica.

E allora, ci viene detto, bisogna puntare sul turismo di qualità, sui grandi eventi, su nuove infrastrutture, perché eventi e infrastrutture attirano capitali e creano lavoro. Il tutto con fondi pubblici.

Secondo Nicola Zingaretti, per esempio, il piano da sei miliardi di euro per la mobilità nel Lazio recentemente presentato renderà l’Italia «più competitiva». Per cosa, esattamente, non è dato sapere. E i 547 milioni di euro previsti per la realizzazione dell’anello ferroviario sarebbero non un risarcimento ai cittadini che passano ore nel traffico ma, come riporta Repubblica, «un primo atto concreto che va verso la stagione del ripensamento di Roma in vista del Giubileo del 2025 e delle celebrazioni per il bimillenario della nascita di Cristo». Ogni occasione è buona per rendere la città “attrattiva” con finanziamenti pubblici. Quale sarà il ritorno economico?

La sede di AirBnb a Toronto (fonte:commons.wikimedia.org)

Secondo uno studio della Banca d’Italia (Turismo in Italia: numeri e potenziale di sviluppo, luglio 2019) nel caso del Grande Giubileo del 2000 «l’aumento del valore aggiunto per abitante (variabile che sintetizza gli andamenti dell’occupazione e della produttività del lavoro) della provincia di Roma si è annullato a distanza di dieci anni». Il tasso di occupazione è invece risultato stabilmente superiore ancora 10 anni dopo. Ma – attenzione – «tali dinamiche hanno anche riflesso una ricomposizione dell’occupazione verso settori a più bassa produttività (costruzioni e servizi a basso valore aggiunto per occupato, come attività commerciali e professionali) a scapito dei comparti industriali e dei servizi a più alto valore aggiunto per occupato». Insomma il risultato è un’economia poi non così competitiva.

Una politica che pensasse a invertire la rotta, ridando vita alla pubblica amministrazione e investendo in settori a più alto valore aggiunto per creare più posti di lavoro più qualificato, dovrebbe necessariamente studiare, avere idee, una visone e una strategia per costruire un’economia competitiva, inclusiva, per tutti.

Dovrebbe scomodarsi, rompere equilibri, compiere scelte, leggere dati, passare meno tempo sui social, porsi obiettivi, pensare nuovi scenari. Ma non lo fa. E per non dare a vedere il vuoto di idee, questa politica agita ancora il fantasma dei 600.000 migranti irregolari “fuori controllo” e rispolvera l’eterna questione securitaria in salsa Covid nella speranza di capitalizzare la paura per acquisire ancora qualche briciolo di consenso. Questa politica continua a usare un problema che non c’è per coprirne altri che hanno impatti ben più gravi sui nostri territori. Puntare tutto su una domanda estera, su una capacità di spesa che non è la nostra (il 40% dei romani vive con meno di 15.000 euro l’anno) significa sacrificare i territori (e chi li abita) a un un modello economico di colonialismo interno, come lo ha definito Giacomo Salerno, privo di meccanismi di controllo e di redistribuzione. Questo impoverisce l’Italia. Insomma i poveri siamo noi. Ma è molto più comodo continuare a ripetere che i turisti portano ricchezza, e i migranti povertà.