Ottobre 29, 2020

AFV

Libera la tua mente

Il magistrato Livio Pepino: «In val Susa uno schema repressivo ormai consolidato»

Sharing is caring!

di Francesco Brusa

Dana Lauriola è stata tradotta in carcere questa notte dalla sua abitazione di Bussoleno, dove da due giorni era presente un presidio di attiviste e attivisti No Tav. Si sono verificate da parte delle forze dell’ordine anche cariche e la notifica di domiciliari a un altro attivista

Il Tribunale di Torino ha deciso che l’attivista No Tav Dana Lauriola dovrà scontare due anni di carcere per il blocco autostradale del 3 marzo 2012. Si tratta di un’altra misura fortemente repressiva nei confronti di membri del movimento contrario alla “grande opera” in val di Susa, come è recentemente capitato anche a Nicoletta Dosio (militante arrestata a dicembre dello scorso anno) e Luca Abbà (che ha già subito due condanne). Secondo il magistrato ed ex-direttore del Gruppo Abele Livio Pepino (autore tra l’altro di Come si reprime un movimento: il caso Tav, edito nel 2014 per Intra Moenia) si tratta di una decisione “preoccupante”, che fa parte di un più ampio schema di contrasto ai fenomeni di opposizione sociale e politica alla costruzione della Torino-Lione.

Si aspettava questa decisione?

Mi sembra onestamente una “decisione fotocopia” delle misure già adottate per Luca Abbà (storico militante No Tav, condannato a 5 mesi di reclusione nel 2013 e nuovamente arrestato a dicembre del 2019, ndr), che denotano una prospettiva preoccupante da parte degli apparati giudiziari che si stanno occupando del caso.

In sostanza, il ragionamento del Tribunale di Torino non viene formulato sulla base delle caratteristiche della persona della quale si predispone la sorveglianza bensì a partire da considerazioni di carattere più generale sulla sua vicinanza o meno al movimento No Tav.

Si tratta proprio degli stessi argomenti già avanzati per Luca: anche a Dana Lauriola viene contestato il fatto di aver continuato a vivere in val di Susa e di non aver “preso le distanze dal movimento”.

Eppure, nessuna considerazione viene elaborata in merito – per esempio – all’attività lavorativa dei condannati, che per Dana Lauriola è elemento di ancora maggiore “controllabilità” che per Luca, trattandosi di un impiego da dipendente. Insomma, si tratta di un giudizio contro il movimento, non nei confronti dell’imputata.

Si criminalizzano le opinioni politiche dell’attivista…

Siamo di fronte a una sorta di “salto logico”, che rischia di avere dei risvolti pericolosi. Quando si imputa come elemento di giudizio negativo il “non aver preso le distanze” dal movimento No Tav, si sta di fatto equiparando quest’ultimo a un’organizzazione criminale.

Non a caso, si tratta di un’argomentazione già utilizzata in passato e che ha senso da una prospettiva giuridica, ma che viene per l’appunto impugnata quando si parla di cosche mafiose, associazioni a delinquere, etc.

Il movimento No Tav è invece un vasto movimento sociale, politico e d’opinione che nulla ha a che fare e a che vedere con fenomeni di stampo criminale, come invece sembrerebbero quasi suggerire le decisioni del Tribunale di Torino.

Il punto è che si tratta di un atteggiamento ormai replicato e reiterato nel tempo, per cui ci si sta allontanando dal diritto penale classico – incentrato sulla responsabilità individuale, fra le altre cose – per andare verso un schema che è stato chiamato “diritto penale del nemico”.

L’attivista Dana Lauriola

Cosa intende per “diritto penale del nemico”?

Una sorta di paradigma per cui ogni fase dell’iter giudiziario, dalle indagini ai processi e alle sentenze, diventa uno strumento di contrasto di grandi fenomeni sociali di opinione e di opposizione politica. Si tratta di una dinamica estremamente preoccupante: oggi vediamo applicato questo schema al movimento No Tav, ma un domani potrebbe essere utilizzato in qualsiasi altro caso in cui sussiste una volontà repressiva.

Anzi, è già successo: pensiamo, per esempio, al trattamento giudiziario riservato ai collettivi studenteschi che hanno contestato la commemorazione delle foibe a Torino due anni fa, ma anche alle indagini riguardanti alcune lotte sindacali dei Cobas in Emilia e nel modenese, nonché a Milano.

Il semplice aver preso parte alle manifestazioni o l’essere attivi a livello sindacale è stato considerato elemento di giudizio, andando a rilevare una sorta di “responsabilità di contesto” invece che su base individuale.

Attorno alla Torino-Lione ci sono grandi interessi economici e politici. Potrebbero aver influenzato le decisioni del tribunale?

Nel nostro ordinamento vige una separazione dei poteri abbastanza rigorosa e sono presenti numerosi contro-bilanciamenti per cui escludo che sia avvenuta un’influenza diretta, vale a dire che si è trasmessa come ordine dall’alto attraverso una precisa catena di comando.

Tuttavia, esiste evidentemente un determinato clima politico e d’opinione che va spesso a orientare le azioni intraprese dalla magistratura.

Nel caso della Tav, è davvero una sorta di “pensiero unico” che è tanto più forte e pervasivo quanto più forti e pervasivi sono i poteri che lo sostengono: guardiamo per esempio al modo, il più delle volte apodittico, con cui viene difesa l’opera in val di Susa da parte della stampa nel nostro paese.

Tutto ciò crea appunto un clima per cui l’apparato giudiziario si preoccupa più di tutelare l’ordine pubblico che di salvaguardare le garanzie di diritto presenti nel nostro ordinamento. Garanzie che, per tornare al caso di Dana Lauriola, impongono fra le altre cose di prevedere il carcere solo in cui non ci sia alcuna possibilità di applicare misure alternative.

Tutte le immagini dalla pagina Facebook di Notav.info