Ottobre 29, 2020

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Chi sono i Socialisti Democratici d’America? Intervista ad Annie Levin

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Trump e Biden, le lotte e antirazziste, la pandemia, Bernie Sanders e l’esperienza parlamentare delle socialiste Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, l’antimperialismo, l’antifascismo e l’internazionalismo dal punto di vista dei socialisti democratici statunitensi.

 di Alessio Arena

La crisi che investe ormai da oltre un decennio gli Stati Uniti sta trasformando visibilmente il rapporto degli americani con la partecipazione politica. Nel corso dell’ultimo decennio, i cinquanta Stati sono stati attraversati da una serie ininterrotta di movimenti di massa ed esplosioni conflittuali. Una nuova generazione di attivisti si è imposta come un fattore di rinnovamento con cui anche le classi dirigenti della principale potenza imperialista sono ormai costrette a fare i conti.

La forza politica di sinistra che più di tutte ha saputo intercettare il desiderio crescente di un cambiamento radicale che avanza nella società americana sono senza dubbio i Socialisti Democratici d’America (Democratic Socialists of America, DSA). I DSA sono un’organizzazione della sinistra socialista e anticapitalista nei cui ranghi militano interpreti di praticamente tutte le tendenze storiche in cui si articola la galassia marxista, ma soprattutto moltissimi giovani il cui impegno sta gradualmente dando forma a un profilo originale del socialismo democratico statunitense. Nati nel 1982 dalla confluenza di diverse esperienze della sinistra socialista, possono oggi contare su una base organizzata in vertiginosa crescita e su un gran numero di rappresentanti istituzionali a tutti i livelli, eletti nelle fila del Partito Democratico. I nomi delle deputate Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, esponenti dei DSA elette al Congresso federale nelle elezioni di medio termine del novembre 2018, hanno ottenuto una forte notorietà a livello internazionale.

Nella convinzione che l’evoluzione della sinistra socialista e anticapitalista negli USA rappresenti uno dei fattori di maggiore importanza per il rilancio della prospettiva di un’alternativa di società in occidente e non solo, abbiamo rivolto alcune domande ad Annie Levin. Attivista dei DSA a New York, Annie è stata in prima linea durante la campagna di Bernie Sanders per le primarie democratiche ed è impegnata nel lavoro dell’organizzazione in diversi settori. L’intervista che proponiamo, una delle prime occasioni dirette di dialogo tra la sinistra di classe italiana e il socialismo democratico statunitense, offre l’opportunità per farsi un’idea della sensibilità, degli obiettivi, delle prospettive e delle contraddizioni che si aprono di fronte a una forza dalla cui evoluzione dipende molto dell’avvenire della lotta di classe negli USA.

D. La gestione catastrofica della crisi sanitaria da parte dell’amministrazione Trump ha fornito una nuova, drammatica prova della ferocia del regime classista negli Stati Uniti. Quali sono state, a tuo avviso, le radici e le motivazioni delle scelte di Trump?

R. Penso che Trump sia motivato dall’avidità della sua classe. È un proprietario immobiliare e costruttore di New York City, come lo era suo padre prima di lui. Trump, come icona capitalista, è stato un punto fermo della vita americana fin dagli anni Ottanta. Se sei di New York, allora riconosci il tipo a prima vista. Sembra poco istruito e poco colto ed è sottilmente orgoglioso della sua stupidità e maleducazione, ma ha comunque un retroterra incredibilmente privilegiato. La sua facciata brusca e il suo narcisismo, uniti al suo retaggio di classe, lo hanno trasformato in un formidabile combattente politico del Partito Repubblicano. In un’epoca di leader politici al tramonto, Trump riesce a sembrare ancora combattivo. È anche lui al tramonto come il resto dell’establishment politico, ma l’apparenza è tutto. La sua base di fascisti del “Make America Great Again” si mobilita in massa per sostenerlo. Offre anche copertura ai neoconservatori che ora, durante la pandemia, stanno facendo all’intero Paese ciò che in passato hanno fatto in Iraq e a New Orleans dopo l’uragano Katrina: approfittare di una catastrofe per spartirsi le spoglie.

D. I DSA sono da sempre attivi nella campagna Medicare for All per l’assistenza sanitaria pubblica, gratuita e universale, le cui ragioni sono state drammaticamente confermate dalla pandemia. Assistete oggi a un aumento di sensibilità intorno a questi temi?

R. Programmi universali come Medicare for All sono molto popolari negli Stati Uniti e vengono già oggi sviluppati a livello locale. In molti Stati, chiunque voglia candidarsi a una carica elettiva come progressista o socialista democratico deve ora impegnarsi a lottare per l’assistenza sanitaria universale. A New York, per esempio, i DSA sono una delle numerose organizzazioni che si mobilitano a sostegno del New York Health Act, che sarebbe la nostra versione statale di Medicare for All.

D. Mentre dilagava il contagio da coronavirus, negli USA è divampata una nuova ondata di proteste sociali e antirazziste, in particolare dopo l’assassinio di George Floyd per mano di agenti di polizia. In che modo queste proteste hanno cambiato i rapporti di forza e hanno inciso sulla maturazione della coscienza politica degli americani?

R. Penso che molte persone, soprattutto giovani afroamericani, siano diventate politicamente attive a seguito di queste proteste. Tuttavia, queste ultime non hanno modificato radicalmente i rapporti di forza. Certamente hanno reso manifesto quanto brutale e fascista sia capace di essere il regime di Trump. Molti americani liberal della classe media credono che una volta che Trump sarà stato cacciato, le cose torneranno alla “normalità”. Sono convinti che una presidenza Biden eliminerà tutte le cose spiacevoli (il virus, le proteste, la disoccupazione) e non si rendono conto di quanto esse siano diventate strutturalmente radicate. Il movimento sta però crescendo, perché sempre più persone vedono l’azione politica come una parte regolare e necessaria della vita. Il modo in cui ciò influirà sugli equilibri del potere nel nostro Paese, però, non si è ancora manifestato.

D. Un anno fa, la campagna di Bernie Sanders per le primarie democratiche prendeva avvio con un grande comizio nella città di New York. Si è avuta l’impressione che l’esplosione della pandemia abbia permesso all’establishment democratico di depotenziare quella campagna, conducendola a una fine prematura. Quale bilancio trarre di quell’esperienza?

R. Sono stata fortemente coinvolta in prima persona nella campagna di Bernie. Ho viaggiato in molti dei primi Stati in cui si sono svolte le primarie per fare propaganda per lui. Ho anche fatto propaganda telefonica e stavo iniziando ad organizzare la campagna per le primarie dello Stato di New York quando Bernie si è ritirato dalla corsa. La pandemia ha certamente portato la campagna ad una fine prematura. Al culmine della pandemia, il Comitato Nazionale Democratico (DNC) ha insistito per tenere il voto facendo recare personalmente gli elettori ai seggi. Ci sono state persone che per questo motivo, per essersi recate a votare, hanno contratto il virus e sono morte. È stato come se avessero preso in ostaggio il popolo americano. Come risultato, Bernie è stato costretto a ritirarsi dalla corsa. Credo che ciò sia stato il risultato di un calcolo intenzionale da parte del DNC.

D. Con la conclusione delle primarie, i DSA hanno da subito annunciato il loro rifiuto di appoggiare ufficialmente il ticket democratico Biden-Harris. Come vi state muovendo rispetto alle presidenziali?

R. Nelle prossime settimane molti di noi faranno campagna elettorale telefonica per i candidati socialisti. Così facendo coglieranno l’occasione per incoraggiare la gente a votare per Biden. La campagna di Biden sembra fare assai poco lavoro sul campo, mentre Trump ha un vasto terreno di gioco e una base entusiasta. Sono preoccupata per la tenuta del Paese in caso di un secondo mandato di Trump e sono preoccupata che Biden non stia facendo abbastanza per vincere le elezioni. Non credo che le organizzazioni socialiste debbano dare il loro appoggio a esponenti politici come Joe Biden, però a titolo individuale farò tutto quello che posso per assicurarmi che vinca. 

D. Nel 2018 Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, esponenti dei DSA, sono state elette alla Camera dei Rappresentanti. Entrambe hanno acquisito una forte visibilità internazionale. Che bilancio trarre dei loro primi due anni al Congresso? È possibile che con le elezioni imminenti il numero di parlamentari dei DSA possa aumentare?

R. Penso che Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib abbiano avuto un effetto educativo complessivamente positivo sulla coscienza pubblica americana. Mostrano come può essere il socialismo americano e ci aiutano enormemente nei media. La “squadra” (gruppo di quattro deputate progressiste composto da Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ilhan Omar e Ayanna Pressley, NdR) sta gradualmente incidendo sull’equilibrio di potere all’interno del Congresso e rende possibile che i deputati dell’area “liberal” si spostino molto lentamente a sinistra. A novembre potremmo avere al Congresso due nuovi deputati sostenuti dai DSA: Cori Bush e Jamaal Bowman.

D. Alla luce degli eventi che hanno segnato il 2020 a livello internazionale, gli Stati Uniti si impongono oggi più che mai come il maggiore elemento di destabilizzazione dell’ordine internazionale. Qual è la vostra posizione in merito?

R. Sono assolutamente d’accordo che gli Stati Uniti rappresentino, oggi come in passato, il maggiore elemento di destabilizzazione a livello globale. Solo quando gli Stati Uniti ritireranno la loro macchina da guerra imperiale e smantelleranno il loro impero, a cominciare dalla NATO, il mondo potrà conoscere qualcosa che rassomigli alla stabilità.

D. Poche settimane fa è stato arrestato Steve Bannon, ex consigliere di Trump e ideologo dell’estrema destra americana. Bannon è molto attivo in Europa, e in particolare in Italia, nel sostegno a partiti dell’estrema destra xenofoba o neofascista come la Lega e Fratelli d’Italia. S’impone la costruzione di un nuovo antifascismo condiviso tra America ed Europa?

R. Negli Stati Uniti Steve Bannon rappresenta uno degli elementi costitutivi della truffa che l’apparato della campagna elettorale di Donald Trump ha consumato ai danni dell’elettorato americano nel 2016. Il suo modello di politica reazionaria è molto mediatico, proprio come quello di Trump. Sostenere forze xenofobe e neofasciste in Italia è assolutamente in linea con il modo di procedere del neofascismo americano, che mira a scioccare l’opinione borghese liberal e a imporre un’agenda politica di estrema destra. Va detto che dal 2016 a oggi, Bannon è caduto in disgrazia presso l’amministrazione Trump. La sua perdita di potere è ben rappresentata dal recente arresto per riciclaggio di denaro sporco e frode postale. In questo quadro, penso che un antifascismo condiviso sia necessario. Il neofascismo è guidato da molti degli stessi fattori su entrambe le sponde dell’Atlantico e il movimento antifascista deve dunque essere internazionale per avere un effetto incisivo.

D. Negli ultimi anni, i DSA hanno vissuto una fase di rapida crescita. La vostra è oggi una delle più grandi organizzazioni della sinistra socialista e anticapitalista attive in occidente. A cosa si deve il vostro successo? Come state organizzando la nuova leva di attivisti socialisti?

R. La campagna di Bernie Sanders del 2016 ha galvanizzato la sinistra statunitense e l’ha unita per la prima volta dopo decenni. I DSA sono riusciti a far leva sull’entusiasmo per la campagna di Bernie e negli ultimi quattro anni sono cresciuti in modo esponenziale. Continuiamo a crescere grazie al nostro lavoro elettorale e ai nostri collettivi locali di organizzatori. Accogliamo continuamente nuovi aderenti e li mobilitiamo nelle nostre campagne, formiamo una nuova generazione di organizzatori e gradualmente diamo loro gli strumenti ideologici di cui hanno bisogno per interpretare il mondo attraverso una lente socialista. In questo momento, l’obiettivo che ci siamo fissati è di raggiungere i centomila iscritti entro il mese di novembre.
  
D. Nel mondo contemporaneo, interconnesso come mai prima, l’internazionalismo è un fattore decisivo. Che tipo di azione internazionalista svolgono i DSA? In particolare, che caratteristiche dovrebbe avere il rapporto tra chi lotta per il socialismo sulle due sponde dell’Atlantico?

R. Penso che il socialismo non sia tale se non è internazionale. Credo che in ogni parte del mondo, noi che lottiamo per il socialismo dobbiamo sostenerci a vicenda ogni volta che se ne presenta l’occasione. Per quanto riguarda l’attività internazionale dei DSA, oltre al Comitato Internazionale, un gruppo che è stato attivo nell’incoraggiare l’internazionalismo è il nostro collettivo di musica socialista, Sing in Solidarity. Attraverso la condivisione della musica, questo gruppo educa alle lotte internazionali e lavora in coalizione con diverse organizzazioni internazionali. Recentemente Sing in Solidarity, dopo aver costruito un rapporto con il movimento britannico Momentum (movimento di massa vicino a Jeremy Corbyn, NdR), si è esibito a The World Transformed, un festival di educazione politica di sinistra che si svolge nel Regno Unito. Sing in Solidarity ha anche lavorato in coalizione con attivisti latino-americani di New York e ha un forte seguito internazionale online.

06/10/2020 | Copyleft © Tutto il materiale è liberamente riproducibile ed è richiesta soltanto la menzione della fonte.

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