Dicembre 5, 2020

AFV

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L’alba del nuovo Cile

Fabrizio Casari 

Ci sarà una nuova Costituzione in Cile. Il 72 per cento dei cileni hanno schiacciato definitivamente la Costituzione pinochettista, approvando la proposta di nuova Costituente. Il pinochetismo diventa così orfano di sovrastruttura giuridico-costituzionale. I 155 costituenti che verranno eletti rappresenteranno l’insieme della società cilena e questo, di per sé, è un tributo in premessa alla nuova pagina della storia cilena che si è aperta da ieri. Tra i 155 vi saranno gli indios Mapuche, il che racconta l’esito valoriale, oltre che politico della vittoria ed offre una suggestione affascinante che si scaglia contro la rappresentanza di classe della minoranza bianca e ricca.

La Costituzione pinochettista diventa così memoria orrenda ma non più ipoteca futura. Elaborata nel 1980 e votata tra accuse di brogli, sancì il proseguimento del pinochettismo senza Pinochet. Quella Costituzione era sostanzialmente il modo per mantenere in vita un ordinamento funzionale al perpetrarsi del sistema. Un sistema infame, che si reggeva – e si regge – sulla combinazione di fame e paura, di sostegno ai privilegi di classe a fronte dell’azzeramento dei diritti sociali e politici, un mix spaventoso di povertà e repressione. Il Cile ha sperimentato nelle sue carni il modello economico monetarista, il turbo capitalismo che assegna libertà agli affari e repressione alle persone. Due elementi che hanno fatto del paese andino un laboratorio a cielo aperto del modello peggiore della storia delle dottrine economiche dal dopoguerra ad oggi.

Il Plebiscito di ieri disegna una mutazione profonda dell’orientamento elettorale che non potrà non avere i suoi contraccolpi politici. Ciò però non deve divenire oggetto di trionfalismi prematuri, perché sebbene il risultato rispecchi perfettamente il sentire dell’opinione pubblica cilena, esso non si ripercuote in automatico e con le stesse proporzioni nell’equilibrio complessivo del sistema politico cileno. Si dovranno fare i conti con i militari, che del Paese sono la vera classe dirigente, esercitano una pesante ipoteca sullo sviluppo democratico cileno e godono del sostegno internazionale della destra latinoamericana e, soprattutto, degli Stati Uniti.

Sono i militari, infatti, gli addetti alla salvaguardia delle distanze tra la minoranza bianca e ricca e l’immensa maggioranza dei cileni.

Sono i militari, con abuso di sadica ferocia, a stabilire le regole del gioco. Rappresentano in loco la catena di comando che dagli Stati Uniti fino alla borghesia cilena garantiscono che il sentiment del golpe del ’73 resti vigente. Oltre che della collocazione geopolitica del Cile, le multinazionali statunitensi dispongono delle sue notevoli risorse di suolo e sottosuolo e le elites del Paese, razziste ed ignoranti, dedite al cumulo di vizi e privilegi, svolgono il ruolo di interessati addetti alla tutela del patrimonio. Riassumendo: i militari, che dispongono del Paese, impongono al governo l’agenda di lavoro ma, a loro volta, prendono ordini dal Pentagono. Tutti insieme formano il “modello”.

Un modello fatto di dolore e sangue per un Paese che già con la dittatura militare ne aveva già versati oltre ogni accettabilità, e che anche con il cosiddetto “ritorno alla democrazia” non ha visto invertire granché le sorti.

Altissimo, infatti, è il prezzo pagato dalle proteste popolari in vigore dall’Ottobre del 2019, cui gli studenti hanno dato voce e che continuano ad incontrare un vasto sostegno di massa: nel silenzio tombale della OEA e della Commissione Onu sui Diritti Umani guidata dalla ex premier Michelle Bachelet (che ha scambiato incarico con vergogna e s’interessa molto al Venezuela, invece) il bilancio è di 30 morti, migliaia di feriti, 10.000 arrestati, violenza cieca sugli indifesi, stupri e torture, quasi 500 manifestanti con lesioni oculari per proiettili indirizzati agli occhi dai carabineros. Perché, alla fine, il post-Pinochet che avrebbe dovuto segnare la fine della dittatura con l’arrivo della democrazia, ha dato vita al pinochettismo: un modo, parafrasando Von Clausewitz, di proseguire la dittatura con altri mezzi.

C’è logica nell’ardore con il quale i militari sostengono convenientemente questo modello. Il primo è che in un Paese dove il sistema pensionistico è completamente privatizzato, i militari sono l’unica categoria a godere di pensioni pubbliche. Quando, nel 1981, Pinochet impose la privatizzazione del sistema pensionistico, le forze armate ottennero l’esonero dalla privatizzazione e continuarono a godere di ciò che è tuttora vigente: un sistema di sicurezza sociale pubblico finanziato e garantito dallo Stato. Dunque sparano addosso a chi chiede per tutti quello che é previsto sia solo per loro.

Inoltre, il 10% degli introiti dell’industria estrattiva del rame va proprio alle forze armate, che non hanno nemmeno l’obbligo di rendicontazione. Il Cile ne è il primo produttore al mondo e con la sua esportazione ottiene all’incirca il 20 per cento delle entrate complessive del Paese. Ottimo business quello dei militari ma davvero una macabra ironia della sorte: il rame, che venne statalizzato da Salvador Allende, è rimasto di proprietà pubblica ma è ora la prima fonte di guadagno proprio per quei militari codardi che tradirono, lui, il popolo e la Costituzione.

Ma con il plebiscito di ieri il Cile comincia a vedere la luce in fondo al tunnel, pur se la strada da percorrere è ancora lunga e irta di ostacoli. La percentuale altissima di elettori che hanno offerto il sostegno alla cancellazione della Costituzione pinochetista non può essere letta solo con la volontà di cambiare l’assetto costituzionale e giuridico del Paese. Il voto di ieri contiene anche un giudizio politico complessivo sul governo, che cambia il volto reale e quello percepito internazionalmente su un modello infame ma ormai agonizzante. E’ un giudizio duro e senz’appello verso il governo, le sue ricette socioeconomiche e le sue capacità di gestione: insomma verso un modello non più sopportabile.

Del resto che offre il modello? Il 30 per cento dei suoi introiti della bilancia commerciale vanno nelle tasche dell’uno per cento della popolazione e il Cile risulta tra i 15 paesi con più diseguaglianza del mondo. I salari sono africani e i prezzi europei, dunque uno dei paesi con il PIL più alto dell’America Latina è invivibile per il 70 per cento della sua popolazione. Il debito procapite delle famiglie per arrivare alla fine del mese raggiunge il 48% del PIL. L’accesso all’acqua è in mano ai privati. Il sistema pensionistico è privato e la sanità è privatizzata per le prestazioni di livello medio alto, essendo quella pubblica solo oggetto di tagli di spesa e destinata a sanità di emergenza.

Trent’anni di tagli ad ogni servizio sociale sono la manifestazione esantematica di questo modello, la cifra autentica di un sistema che ha bisogno dell’impoverimento di massa per generare ricchezza per le elites.

I voti espressi ieri, che hanno scritto la prima pagina del nuovo libro del Cile, andranno pesati, oltre che contati. Ogni voto espresso andrà valorizzato nei prossimi mesi e l’esigenza di costruzione dell’alternativa democratica e socialista dovrà costruirsi su scelte politiche nette e non derogabili. Un posto di rilievo dovrà essere assunto dagli studenti che sono stati la spina dorsale dell’opposizione durante tutti questi mesi, e fra essi va rivolto un ringraziamento particolare alla “primera linea”, che s’incarica di difendere il legittimo diritto alla protesta e tiene indietro le belve in uniforme. Sono i figli legittimi di Miguel e di Edgardo Enriquez, di tutti coloro che misero il loro corpo tra la barbarie golpista e il proprio popolo. Non potranno essere ignorati nel rappresentare il Cile che verrà. Se si vuole che, dopo la morte di Pinochet, muoia anche il pinochetismo, ultima sua orrenda eredità.

https://www.altrenotizie.org/primo-piano/9050-l-alba-del-nuovo-cile.html

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