Dicembre 3, 2020

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Myanmar: vittoria schiacciante per il partito di Aung San Suu Kyi

Le elezioni hanno confermato Aung San Suu Kyi alla guida del governo del Myanmar, un Paese nel quale il potere dei militari e la forte frammentazione etnica sono le cause principali di continue tensioni interne.

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L’8 novembre sono stati chiamati alle urne i cittadini del Myanmar, Paese del sud-est asiatico che conta oltre 53 milioni di abitanti appartenenti a ben 135 gruppi etnici distinti, secondo i dati ufficiali del governo. Per queste elezioni generali, oltre 37 milioni di aventi diritto hanno dovuto scegliere tra 5.639 candidati e 87 partiti politici, al fine di rinnovare le due camere del parlamento nazionale e gli organi legislativi locali.

I risultati hanno sancito la netta vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia, il partito guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, che verrà certamente confermata nel ruolo di consigliere di Stato, ovvero capo del governo. Alla camera bassa, la Camera dei Rappresentanti, il partito di governo ha conquistato il 58.6% delle preferenze, eleggendo 258 parlamentari sui 440 seggi a disposizione. Scenario simile alla camera alta, la Camera delle Nazionalità, dove la Lega Nazionale per la Democrazia avrà dalla propria ben 138 scranni sui 224 disponibili, avendo raggiunto il 61.6% dei consensi.

Questi risultati sono rispecchiati anche da quelli delle elezioni locali, dove, nel complesso, il partito di Aung San Suu Kyi ha eletto 501 rappresentanti, raggiungendo il 56.9% dei consensi su scala nazionale. La Lega Nazionale per la Democrazia ha anche visto l’elezione di ventitré ministri degli affari esteri su ventinove, ovvero i rappresentanti locali delle minoranze etniche.

La schiacciante vittoria del partito di governo, che ha addirittura fatto registrare un aumento dei consensi rispetto alle precedenti tornate elettorali, ha chiaramente lasciato poco spazio alle altre forze politiche, anche per via della forte dispersione di voti tra i numerosi partiti presenti. Il Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo, una forza conservatrice, si è classificata al secondo posto eleggendo ventisei rappresentanti alla camera bassa e sette alla camera alta. Il Partito Nazionale Arakan, che difende gli interessi delle etnie della regione del Rakhine, ha ottenuto quattro seggi in entrambe le camere, mentre la Lega Nazionale per la Democrazia Shan, che rappresenta l’omonima etnia, ha eletto rispettivamente tredici e due parlamentari.

Il popolo ha capito chiaramente la necessità che la Lega Nazionale per la Democrazia ottenga voti sufficienti per formare un governo da sola“, ha affermato il portavoce del partito di maggioranza, Myo Nyunt, all’agenzia di stampa AFP, aggiungendo che ciò dovrebbe aiutare “a minimizzare il conflitto politico“. Tuttavia, questo risultato non cancella le forti critiche subite dal governo di Aung San Suu Kyi, accusata di non aver fatto nulla per porre fine alla repressione del gruppo etnico Rohingya, solo il più noto tra i tanti conflitti etnici che attraversano il Paese asiatico. Anche in occasione di questa tornata elettorale, la popolazione Rohingya non ha potuto recarsi alel urne, mentre il voto è stato annullato in diverse aree dove si sono registrati conflitti etnici, lasciando ben ventidue seggi vacanti tra le due camere del parlamento.

Nonostante la fine del rigido regime militare che ha caratterizzato il Paese fino al 2015, l’esercito mantiene un ruolo di grande potere all’interno del Paese, sostendno la principale forza di opposizione, il Partito dell’Unione, della Solidarietà e dello Sviluppo. I rappresentanti di questa forza di destra hanno messo in discussione la legittimità delle elezioni, e ha chiesto un nuovo voto il prima possibile “per avere un’elezione che sia libera, giusta, imparziale e senza campagne ingiuste“. Tali affermazioni sono tuttavia state smentite dagli osservatori internazionali presenti in Myanmar, secondo i quali “non ci sono state irregolarità importanti” e sono stati “compiuti passi lodevoli per consentire una maggiore partecipazione“, anche se non mancano le criticità, come sottolineato dall’Asian Network for Free Election, che denuncia “la privazione dei diritti civili di ampi settori della popolazione, inclusi l’etnia Rohingya e tutti i membri degli ordini religiosi“.

L’altra area calda del Paese è la travagliata regione occidentale del Rakhine, scossa dai conflitti armati in corso dal 2018, in seguito all’intensificarsi dell’attività della Arakan Army, con un bilancio di almeno trecento morti nel corso di questi due anni. Tale situazione haportato all’annullamento delle elezioni in nove delle 17 circoscrizioni di questa regione, ritenute troppo poco sicure, privando più di 1 milione di elettori del diritto di voto. L’Arkan Army ha successivamente dichiarato un cessate il fuoco unilaterale fino alla fine dell’anno al fine di organizzare le elezioni suppletive nelle circoscrizioni interessate. “Senza elezioni e senza la propria voce nei parlamenti, la gente non si fiderà del sistema politico del Paese. Alcuni potrebbero persino rivolgersi alla resistenza armata e alla rivoluzione“, ha dichiarato Pe Than, esponente del Partito Nazionale Arakan. “Quindi spero che ci siano elezioni per dare ai loro rappresentanti la possibilità di discutere in parlamento. La guerra potrebbe essere evitata se gli viene dato il diritto di far sentire la propria voce“.

Secondo i sostenitori di Aung San Suu Kyi, invece, la leader del governo dovrebbe utilizzare la grande maggioranza di cui dispone in parlamento per dare il via ad un processo di forma costituzionale, al fine di modificare la carta fondamentale, che ancora oggi resta quella redatta dalla giunta militare nel 2008.

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Giulio Chinappi – World Politics Blog