Dicembre 5, 2020

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Etiopia: la “guerra lampo” del Premio Nobel Aby Ahmed rischia di diventare il suo Vietnam

Il 4 novembre Abiy Ahmed, l’attuale primo ministro della Federazione etiopica nonché premio Nobel per la pace nel 2019 a seguito dello storico accordo di pace con l’Eritrea, ha avviato un’operazione militare nella regione etiopica del Tigray dopo che le forze regionali (legate al Tigray People’s Liberation Front, d’ora in poi TPLF) hanno attaccato una delle basi militari della regione, uno dei maggiori depositi di armi del Paese.

L’attacco, che è stato considerato dal governo centrale il superamento di una “linea rossa”, è stato invece rinnegato dal TPLF che a sua volta accusa il governo centrale di averlo inscenato per giustificare un’offensiva premeditata da tempo. L’attuale escalation affonda le sue radici in un clima di tensione di più lunga durata, che parte dal malcontento del TPLF per la perdita di importanti porzioni di potere all’interno della Federazione etiopica dopo l’ascesa di Abiy nel 2018 e che passa per la decisione del Tigray di tenere le elezioni politiche dello stato regionale a settembre, nonostante il veto indetto dal governo centrale a causa dell’epidemia di Covid-19. Diverse associazioni della diaspora e la stessa Unione Africana chiedono un immediato cessate il fuoco.  Questo il quadro generale, mentre gli eventi quotidiani sono di difficile comprensione a causa della poca affidabilità delle notizie, estremamente contraddittorie e legate agli interessi partigiani in campo, e dell’interruzione delle linee di comunicazione internet e telefonica in Tigray, che rende di fatto impossibile, o molto difficile, l’ottenimento di informazioni dal luogo.

La situazione attuale vede impegnati l’Ethiopian National Defence Force (EDNF d’ora in poi) in alleanza con le forze di polizia e militari Amhara (la regione confinante con il Tigray a sud) e l’esercito eritreo che fa sponda e preme il Tigray da Nord creando di fatto un accerchiamento.

L’obiettivo di Abiy Ahmed sarebbe quello di una “guerra lampo” volta a sconfiggere l’insubordinazione del TPLF in poco tempo, un obiettivo di difficile realizzazione data la lunga esperienza militare e di guerriglia tigrina, il massiccio radicamento del TPLF nel Tigray, in grado di mobilitare anche gran parte della popolazione civile nei combattimenti, e la grossa disponibilità di armi nella regione.

Le ultime notizie d’altronde sembrano allontanare sempre di più la possibilità di «un’azione breve e mirata», come sostenuto dal premier etiope. Nella notte di venerdì sono stati lanciati alcuni razzi tigrini verso la regione Amhara, danneggiando le strutture aeroportuali della città di Bahir Dar e Gondar. Il TPLF ha confermato la propria responsabilità negli attacchi, in risposta ai recenti bombardamenti aerei condotti dalle forze del governo centrale.

L’impatto del conflitto sulla popolazione civile è già molto alto. Secondo alcune fonti a Kirakir (situata nella regione Amhara, a circa sei chilometri dal confine della regione del Tigray) ci sarebbero stati dei combattimenti che hanno prodotto almeno 500 vittime – pare sia militari che civili – ed hanno portato alla presa di quattro importanti città del Tigray. Fonti opposte parlano invece di un Tigray che ha mobilitato tutta la sua popolazione infliggendo pesanti ferite militari all’Ethiopian National Defence Force. Di sicuro, diversi bombardamenti aerei hanno colpito il Tigray, inclusa la capitale Mekelle, nei giorni scorsi e stamattina (16 novembre). Tali attacchi colpiscono una regione già martoriata dall’invasione di locuste che sta producendo una situazione di forte carenza alimentare, aggravata dal blocco da parte del governo centrale degli aiuti alimentari.

Secondo il rapporto OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) circa 600mila persone in Tigray dipendono da questi aiuti per poter sopravvivere. La chiusura delle banche in tutta la regione, l’interruzione dell’elettricità, il razionamento dell’acqua in molte aree rendono ulteriormente critiche le condizioni generali di vita. Noti esponenti del mondo accademico e dello sviluppo hanno lanciato un appello internazionale, sottolineando il serio rischio di un ritorno delle condizioni della grande carestia del 1984-1985

L’aeroporto di Humera (città del Tigray occidentale, verso il confine con il Sudan), dichiarato dai media nazionali etiopici di fatto conquistato, sarebbe invece ancora conteso tra le diverse forze coinvolte nel conflitto armato. Amnesty International riporta l’uccisione di decine se non centinaia di civili ammazzati a colpi di machete e coltelli a May-Kadra, cittadina nel sud-ovest della regione, per le quali testimoni fuggiti dalla città accusano forze fedeli al TPLF di essere gli autori del massacro. Anche in questo caso il TPLF rigetta le accuse. “The Guardian” riporta anche testimonianze locali che fanno riferimento a un odio etnico, sedimentato da anni, come causa diretta di queste uccisioni. L’area è in una delicatissima posizione al confine tra il Sudan, la regione Amhara, quella del Tigray e l’Eritrea, dove negli ultimi quindici le identità locali e l’etnicizzazione del conflitto è cresciuto sono cresciuti in maniera esponenziale.

L’opacità delle informazioni rende incomprensibile alcuni eventi: l’UNHCR parla di più 20.000 etiopici fuggiti in Sudan, ma il numero potrebbe essere più alto considerando coloro che non si sono registrati.

Secondo alcune fonti si tratterebbe di civili Amhara perseguitati dalle milizie tigrine al confine tra le due regioni. Molti sono tigrini in fuga dalla guerra secondo altri anche soldati dell’ENDF che avrebbero deciso di disertare. UNHCR parla oggi (17 novembre) di circa 30.000 profughi giunti in un Sudan.

L’attuale conflitto affonda le radici in una situazione storica locale che va compresa anche alla luce dello scacchiere internazionale e al suo utilizzo da parte delle forze locali. A partire dagli anni della guerra contro il regime filosovietico del Derg, il TPLF ha costruito un capillare sistema di mobilitazione della popolazione locale, specialmente nelle aree rurali, che ha permesso l’implementazione efficace delle strategie di sviluppo, garantendo al contempo il controllo politico dei territori. Un sistema che si basa discorsivamente sulla continuità tra la guerra di liberazione e la guerra contro la povertà, per l’autodeterminazione del popolo tigrino. L’attuale assetto politico della Repubblica Democratica Federale d’Etiopia è caratterizzato dal decentramento e dal federalismo, un processo iniziato negli anni Novanta dall’ex primo ministro Meles Zenawi, uno dei fondatori ed indiscusso leader del TPLF fino alla morte recente, salito al potere nel 1991 a seguito del rovesciamento del regime filosovietico del Derg (1974-1991). Sul piano politico, la caratteristica dirimente dell’assetto impostato dal TPLF è il cosiddetto esperimento di “federalismo a base etnica”, sulla base del quale il territorio è suddiviso in nove stati regionali definiti su base etnica.

La crisi etiopica rischia di riaprire vecchi conflitti e partite di potere all’interno dell’area che comprendere Sudan, Eritrea, Somalia, Gibuti ed Etiopia stessa, come ha spiegato di recente Luca Puddu. La situazione più a rischio è proprio quella eritrea, dove il conflitto potrebbe facilmente estendersi.

Mentre l’esercito eritreo sembra appoggiare militarmente l’esercito etiopico sulla base dell’accordo di pace del 2018 siglato proprio da Abiy, è di sabato la notizia di un attacco sferrato contro l’aeroporto di Asmara, capitale dell’Eritrea, da dove il TPLF ritiene partano i droni, se non proprio gli aerei, che bombardano il Tigray. Questi eventi di fatto ampliano la portata del conflitto, anche a causa delle tensioni che storicamente caratterizzano i rapporti tra Tigray ed Eritrea. Tali tensioni già sedimentate si sono esacerbate con l’ultima guerra di confine (1998-2000), che ha visto coinvolte due popolazioni attigue (quella dell’altopiano tigrino eritreo e dell’altopiano tigrino etiopico), i cui partiti guida (EPLF e TPLF), entrambi in qualche modo di ispirazione maoista, combatterono insieme contro il governo filosovietico del Derg. Il coinvolgimento dell’Eritrea metterebbe ulteriormente in pericolo le decine di migliaia di rifugiati eritrei ospitati in Tigray, il 15 novembre hanno manifestato per le strade di Mekelle invocando la pace.

Per i vari gruppi dell’opposizione eritrea, la destabilizzazione in atto sarebbe da leggere come una manovra di Issaias Afewerki nell’ottica, non solo di attacco al TPLF, ma di un allargamento del suo spazio di influenza, se non proprio di sovranità. Rimangono per il momento, a livello interno, le incognite sulle posizioni che prenderanno le altre regioni “etniche”, in primo luogo gli armatissimi Afar (per il momento immobili) e gli Oromo spaccati tra il sostegno ad Abiy (che è oromo dal lato paterno e amhara dal lato materno) e l’appoggio al TPLF.

A un livello più ampio le prossime mosse e gli sviluppi saranno influenzati anche dalle superpotenze (Cina, Arabia Saudita, Stati Uniti) con diversi interessi nell’area.

Il 15 novembre il presidente dell’Uganda, Museveni, ha offerto la sua sede come spazio neutrale per una trattativa tra governo centrale etiopico e TPLF. Nelle prime ore della notte sembrava destinato a essere un passaggio importante, ma il 16 mattina le speranze riposte in questo incontro si sono infrante nella nota del governo etiopico che ha annunciato il rifiuto dell’incontro con quello che ritiene essere una organizzazione terroristica. La capitale del Tigray Mekelle è stata oggetto di un nuovo attacco aereo.

Non da ultimo, sul piano internazionale, per quel che ci riguarda, bisognerà capire che ruolo e che funzione ha l’accordo militare firmato dall’Italia – che è uno dei principali partner mondiali a livello commerciale dell’Etiopia – per le operazioni di peace-keeping, la collaborazione in materia di industria della difesa ed il contrasto al «terrorismo ed all’estremismo violento». Un accordo decisamente inquietante per noi che sappiamo molto bene come di solito la comunità internazionale elabora, intende e attua le operazioni di pace: niente di buono sotto il cielo, dunque. Oggi scadeva l’ultimatum dato dal governo centrale alle milizie del Tigray, con la probabile conseguenza di un ulteriore inasprimento del conflitto armato, nello stesso giorno in cui diverse fonti internazionali riportano di esercitazioni dell’aeronautica militare del Sudan e dell’Egitto, due paesi in conflitto con l’Etiopia per questione della diga Gibe III, che avrebbe ridotto la portata d’acqua a disposizione dell’agricoltura di questi due paesi.

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