Gennaio 25, 2021

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GOVERNO, IL BIVIO DI CONTE

Buio su palazzo Chigi. Il Colle e il Pd suggeriscono al premier di stringere un accordo per una crisi pilotata. L’avvocato non si fida di Iv. Ma l’idea di approvare prima il Recovery non va giù ai renziani: «Così non cambia niente»

Il Colle suggerisce al premier di tentare in tutti i modi di stringere subito un patto di maggioranza che permetta una crisi pilotata, anche scontando il rischio, inevitabile, che Matteo Renzi finga di sottoscrivere il patto per poi tradire la promessa a crisi aperta. Il Pd martella per un vertice dei leader che al momento sembra la sola possibilità di evitare o di risolvere rapidamente la crisi. Lo fa il capogruppo alla Camera Graziano Delrio, chiedendo al premier di «convocare la coalizione per mettere mano al patto di legislatura». Il ministro Dario Franceschini twitta che «per evitare la crisi in piena pandemia bastano buonsenso e buona volontà: Recovery in parlamento e subito confronto nella maggioranza per il patto di legislatura».

Conte risponde su Fb: «Sto preparando una lista di priorità per indirizzare e rafforzare l’azione del governo, da discutere e condividere con tutta la maggioranza». Ma la tempistica resta quella sgradita a Renzi: prima il semaforo verde sul Recovery e sul nuovo decreto Ristori, in modo che chi boccia il piano dovrà assumersi la responsabilità di affondare anche i Ristori. Solo in un secondo tempo tutto il resto. Il commento dei renziani è infatti secco: «Non cambia niente». Al Nazareno si augurano che la convocazione del vertice dei leader a questo punto arrivi prestissimo, ma si tratta di un auspicio non di una sicurezza. La strada che il premier è al momento deciso a seguire passa per l’approvazione della bozza in consiglio dei ministri e poi, di fronte a un difficilmente spiegabile voto contrario di Renzi, per il confronto in aula.

In realtà dopo settimane di pre-crisi nessuno sa cosa succederà, nessuno sembra sicuro neppure della proprie mosse. Il vertice di venerdì ha prodotto un risultato reale: la bozza di Recovery Plan non è più del governo ma della maggioranza, anzi secondo Conte «dell’Italia intera», il che rende le cose più difficili per Renzi. Il consiglio dei ministri che dovrebbe chiarire la situazione arriverà martedì o mercoledì, previa consegna del testo definitivo con 24 ore di anticipo. Cosa succederà da quel momento in poi è un punto interrogativo.

Ieri sera il capo di Italia viva ha convocato i gruppi parlamentari congiunti, più per tastare il polso delle truppe che per imprimere svolte. Sia il capo che i suoi ufficiali, prima della riunione, hanno continuato a ripetere che «si va avanti» ma senza fare cenno alle dimissioni delle ministre. In buona parte è il solito gioco del cerino: Conte e i leader di maggioranza vogliono evidenziare che la responsabilità del botto è tutta di Iv. Renzi cerca di restituire un’immagine opposta, quella di un Conte che, bocciando le richieste di Iv, è il vero «colpevole». Giochino stucchevole e soprattutto che non prova neppure a risolvere la situazione verificando le chance di un’intesa preventiva a tutto campo, prima di arrivare allo showdown sulla bozza di Recovery Plan.

A confortare la strategia di Conte c’è però l’irrigidimento dei 5 Stelle. Per giorni, anzi per settimane, l’ala vicina a Luigi Di Maio ha considerato l’ipotesi, ovviamente inconfessabile, di sacrificare il premier pur di evitare le urne. L’insistenza di Renzi sui temi più indigeribili per il Movimento, il Mes e il ponte sullo Stretto, sia pur quest’ultimo solo nominato, sembra aver fugato quelle tentazioni. Ieri Vito Crimi è uscito con un comunicato tassativo, «il Paese non può permettersi un nuovo esecutivo», e prima ancora una nota del Movimento aveva sottolineato che «nessun esponente dei 5 Stelle nel governo è sacrificabile». Un avvertimento rivolto anche a Giuseppe Conte: non pensasse di disporre a piacimento delle poltrone pentastellate per eventuali rimpasti.

Ma neppure sull’ordalia parlamentare la strategia del premier è ancora decisa. Il Pd insiste perché eviti ogni sorta di voto e si dimetta, promettendo che in quel caso farà blocco con i 5 Stelle e LeU per imporre il reincarico. Conte non si fida. Teme che, ove Renzi riuscisse a tirare fuori dal suo cilindro la carta Mario Draghi, il Nazareno non ce la farebbe a opporsi. Dunque continua a essere tentato e forse qualcosa in più dalla conta. Ieri un senatore ex 5S, Ugo Grassi, ha raccontato di aver ricevuto dal premier l’offerta di un incarico governativo in cambio del suo voto. Palazzo Chigi smentisce con sdegno. Grassi conferma e si dice pronto «a sostenere la veridicità di quanto dice in ogni sede». Comunque sia andata, che la caccia al voto sia aperta già da qualche giorno pare certo.

La sfida all’ultimo voto renderebbe il seguito della crisi ancor più irresolubile. Ma per Giuseppe Conte questo è un bene. Se disarcionato, avrebbe tutto l’interesse in elezioni anticipate che lo imporrebbero come capo del Movimento 5 Stelle e candidato premier della coalizione. Quanto l’idea piaccia al Pd, però, è a dir poco dubbio.

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