Settembre 20, 2021

AFV

Libera la tua mente

Verso un “socialismo possibile”

Emanuele Dell’Atti

Note a: Carlo Formenti, Il capitale vede rosso. Il Socialismo del XXI secolo e la reazione neomaccartista, Meltemi, Milano 2020

Davanti alla sede della borsa di New York, a Wall Street, vi è una grande statua di bronzo che raffigura un toro nerastro, testa bassa, sguardo feroce. Quel toro – scrive Carlo Formenti nel suo ultimo lavoro che compendia e rilancia, ridiscutendola, la laboriosa riflessione che ha svolto negli ultimi anni[1] – è la perfetta raffigurazione degli “spiriti animali” del capitalismo contemporaneo che ha infilzato “con le corna della controrivoluzione neoliberista le classi subalterne e ne ha schiacciato le capacità di resistenza” (p. 8), attraverso un’opera costante di smantellamento del welfare, precarizzazione del lavoro, privatizzazioni sistematiche, depotenziamento dei partiti della sinistra tradizionale.

Come è potuto avvenire tutto questo e in così poco tempo? Evidentemente, scrive l’autore, con il contributo del potere politico: i governi dei maggiori Paesi occidentali, infatti, hanno fatto di tutto per adattare alle esigenze del capitalismo il quadro istituzionale e legislativo, dimostrando, così, che la tesi della “fine dello Stato” è errata. Lo Stato è vivo e vegeto, ma non più come garante degli interessi generali, bensì come strumento per dissodare il terreno ai mercati, privatizzando beni e servizi, deregolamentando i flussi finanziari, riducendo le tasse ai super ricchi, tagliando sulla spesa sociale primaria e sui diritti dei lavoratori. La globalizzazione, infatti, non è stata il frutto di “leggi” economiche, ma “un disegno politico volto a distruggere i rapporti di forza del proletariato americano ed europeo attraverso l’arruolamento di sterminate masse di neo-salariati a basso costo nei Paesi in via di sviluppo” (p. 99).

Di fronte a tutto ciò, in particolare oggi, con gli effetti devastanti della pandemia in corso, persino il buon senso suggerirebbe di ritornare a praticare politiche economiche di compromesso tra capitale e lavoro. Ma questo capitalismo, per sopravvivere, non può invertire la rotta. Per esso vale slogan che negli anni Settanta lanciò Margaret Tatcher: TINA, There Is No Alternative. Non c’è alternativa.

1. Populismo

La contro-rivoluzione neoliberista ha tracciato un solco profondo tra una esigua minoranza di super ricchi e una larghissima maggioranza di ceto medio impoverito, poveri e poverissimi, le cui istanze non trovano più accoglienza nei programmi dei partiti tradizionali, soprattutto in quelli che ancora si definiscono (forse per un vezzo autoironico) socialdemocratici o laburisti. Tuttavia, nemmeno l’integrazione dei partiti della sinistra tradizionale nel blocco di potere, nemmeno l’inconsistenza delle sinistre radicali, ridotte a nicchie senza peso politico, bastano a tranquillizzare “gli inquilini dei piani superiori”.

Oggi, infatti, è la crescita dei movimenti populisti a far “vedere rosso” alle élite occidentali, che non perdono mai l’occasione, con l’appoggio ossequioso dei principali media, legati ad esse da vincoli di varia natura, di bollare come “populisti” tutti coloro che esprimano anche modeste e innocue critiche: “ciò a cui stiamo assistendo è qualcosa di simile – ma questa volta su scala planetaria – all’ondata maccartista negli Stati Uniti del secondo dopoguerra” (p. 9). Come allora bastava esprimere modeste critiche alla politica imperialista americana per essere accusati di comunismo, oggi l’intero sistema di potere mondiale “serra le fila attorno ai principi e ai valori del ‘pensiero unico’ che vede l’ombra della bandiera rossa anche dietro a proposte che fino a non molti anni fa sarebbero state liquidate come banale riformismo” (p.10).

La natura del populismo, tuttavia, può essere realmente compresa solo come risposta, ancorché disarticolata, alla “guerra di classe dall’alto” (Gallino) scatenata dalle élites economico-finanziarie che sono riuscite nell’intento di demolire lo stato sociale e cancellare i diritti conquistati a prezzo di dure lotte nel secolo scorso. Già in altri luoghi Formenti lo ha definito come la forma che la lotta di classe ha assunto nell’era del capitalismo globalizzato. Ne Il capitale vede rosso, però, egli puntualizza che il populismo non è un’ideologia, non esistendo una cornice politica comune ai populismi di ieri e di oggi. Dire che il populismo è la forma in cui oggi si manifesta la lotta di classe, perciò, non implica un giudizio aprioristicamente positivo sul fenomeno, ma sarebbe ugualmente sbagliato sostenere che esso “sia di per sé un fenomeno regressivo, fatalmente destinato ad assumere connotati di destra” (p. 17). Col filosofo argentino Ernesto Laclau, a cui tuttavia muove importanti rilievi critici, Formenti sostiene che il fenomeno populista – da declinare meglio al plurale – interpreta una domanda di democrazia reale che la società rivolge ai sistemi politici e, in quanto tale, è una realtà con cui qualsiasi progetto di cambiamento dovrà fare i conti.

2. Sovranismo

La stessa profondità di analisi è dedicata al tema del sovranismo. Oggi, infatti, la categoria della “sovranità”, da una declinazione democratica quale si era configurata nei maggiori Paesi europei a partire dal secondo dopoguerra, si è ridotta a rappresentare posizioni ultra-nazionaliste e xenofobe, e il termine “sovranismo” è adottato disinvoltamente dall’establishment culturale per etichettare e stigmatizzare tutto ciò che appare come sgradito al sistema[2].

Ma perché la categoria della sovranità è oggi identificata esclusivamente con le recinzioni nazionalistiche? Secondo Formenti la causa è da rintracciarsi in quelle “sinistre post sessantottine” che hanno assunto una postura ideologica antistatalista, hanno identificato nello Stato-nazione un potere mostruoso, nemico per definizione delle libertà democratiche e hanno preferito, in luogo dell’inter-nazionalismo, sposare il cosmopolitismo borghese, il quale pone come sovrano il potere economico-finanziario.

La sovranità, infatti, non è miracolosamente scomparsa per lasciare spazio a luoghi decisionali multi-livello e uniformemente distribuiti. Essa, di fatto, è prerogativa dei mercati, delle élites apolidi del capitalismo globalizzato e degli organismi sovranazionali non sottoposti al vaglio democratico. Ecco perché oggi, scrive Formenti, un ritorno alla sovranità nazionale, da una prospettiva anti-capitalista, non avrebbe a che fare con istanze nazionaliste, ma sarebbe il luogo necessario – sebbene non sufficiente – per riavviare una reale democratizzazione delle istituzioni e per ridare alla politica la possibilità di controllare l’economia.

Occorre allora differenziare le posizioni che vengono definite indistintamente come “sovraniste”. Alcuni movimenti di destra o estrema destra, che pure si fregiano di essere sovranisti, convivono infatti senza particolari problemi con il modello liberista e ambiscono a recuperare quote di sovranità semplicemente per favorire quelle classi dominanti penalizzate dal processo di concentrazione della ricchezza generato dalla globalizzazione. La prospettiva difesa da Formenti, al contrario, rivendica il recupero della sovranità nazionale come luogo della decisione democratica, presupposto per dare vita a una nuova alleanza tra Stati in grado di stabilire nuove relazioni improntate alla solidarietà e alla complementarietà. Una prospettiva “sovranista” che, in definitiva, rimarca il legame tra sovranità nazionale ed emancipazione sociale.

3. Socialismo

Il crollo dei regimi socialisti dell’est Europa non è consistito solo nel crollo di forme statali storicamente realizzate, ma ha finito per travolgere l’idea stessa di socialismo, decretando il definitivo abbandono, da parte dei partiti della sinistra tradizionale, dei valori di giustizia sociale ed eguaglianza.

La domanda di giustizia sociale, tuttavia, ha una sua materialità che resiste e trasuda da ogni poro. Da qui discende l’urgenza di una nuova prospettiva politica che non sia semplicemente qualcosa di ascrivibile alla logica dell’alternanza elettorale, ma che si ponga invece come una radicale alternativa di civiltà.

Da dove partire per costruire il socialismo del XXI secolo? Si tratterà di un processo lento, faticoso, senza garanzie messianiche di riuscita e soprattutto senza ricette preconfezionate. Si potrebbe, intanto, provare a delinearlo “in negativo”: cosa non si dovrebbe fare? Ebbene, il compito immediato di una forza socialista in un Paese occidentale, non può consistere – argomenta Formenti, facendo una parziale autocritica rispetto a posizioni assunte in altri lavori – nell’aggregazione di un blocco sociale eterogeneo che realizzi una sorta di rivoluzione “neo-giacobina” come tappa necessaria verso una eventuale, successiva, trasformazione socialista della società. In secondo luogo, è necessario liberarsi da quella visione deterministica, cara a Marx[3], secondo la quale il “vero” socialismo si realizzerebbe nei paesi ad alto sviluppo industriale. Infine occorre abbandonare l’idea irenica che il socialismo rappresenti il “paradiso in terra”, vale a dire la sola organizzazione sociale che permetta il pieno ritorno dell’uomo a sé stesso, l’unica forma di vita capace di riconciliare la singolarità con l’universalità.

Come immaginare allora la transizione verso una società post-capitalista? Richiamando le riflessioni dell’ex presidente boliviano Àlvaro García Linera, Formenti afferma che il processo di costruzione del socialismo non può che essere una “transizione di lungo periodo”. Sulla scorta dell’esperienza boliviana[4], infatti, l’autore ammette che per un imprecisato periodo dovranno coesistere diverse forme di proprietà e di gestione della ricchezza, così che il socialismo si configurerà come “un processo secolare in cui si alternano conquiste e ripiegamenti” (p. 91).

Infine, Formenti osserva criticamente il travagliato processo di transizione al socialismo della Cina. Può essere questo un modello per il Socialismo del XXI secolo? La risposta che egli dava fino a ieri era nettamente negativa. Oggi, rivedendo parzialmente certe posizioni, ammette che la risposta dipende tutta dal cammino che intraprenderà il gigante asiatico, il cui sistema è caratterizzato ancora da forti contraddizioni e conflitti che lasciano aperte due possibilità: un consolidamento degli elementi socialisti o, viceversa, una regressione al capitalismo.

Formenti allora ingaggia un confronto critico serrato col “modello cinese” per rintracciare limiti e potenzialità di quello che appare come un sistema basato, più che su una forma di capitalismo di stato, come spesso si afferma, su un’economia socialista di mercato. Analizzando la storia della Cina a partire dalla rivoluzione maoista, prendendo in esame il “miracolo” dell’era di Deng Xiaoping, fino a giungere alla sua espansione economica planetaria e alla recentissima e inaspettata  inversione verso un sistema autocentrato fondato sullo sviluppo della domanda interna, Formenti afferma che non basta la presenza di (anche forti) elementi di mercato per affermare che un sistema non sia socialista: si possono aggiungere a volontà elementi di mercato in un sistema sociale, “ma se e finché il mercato resta embedded in un sistema di relazioni politiche, sociali e culturali non capitaliste” (p. 70), non si può parlare di capitalismo. L’attuale Cina, infatti, mantiene una potente pianificazione ancorché flessibilizzata, è dotata di un esteso sistema di servizi pubblici al di fuori del mercato e la terra resta in larga misura pubblica. Non si tratta, però, di celebrare le “magnifiche sorti” della Cina: le dure condizioni di vita degli operai, la disciplina a cui sono sottoposti e gli stipendi che percepiscono sono lì a testimoniare che la transizione verso un sistema compiutamente socialista è ancora di là da venire. Si tratta piuttosto di guardare con maggiore attenzione verso quello che, ad ogni modo, resta il più grande esempio economico-politico alternativo al capitalismo, per trarne una lezione di fondo: la costruzione del socialismo non può che essere un processo lento, secolare, “caratterizzato da avanzate e ritirate, dal quale non è mai garantito il successo definitivo” (p. 74).

Il socialismo, infatti, non è un una dimensione destinale e deterministicamente orientata, ma una costruzione tutta da verificare, che ha a che fare più con la categoria della possibilità che non con quella della necessità. Perciò è tempo di sostituire il mito marxista del comunismo come paradiso in terra con il concetto molto più laico di “socialismo possibile” (p. 75). Una società socialista all’altezza della contemporaneità, infatti, deve farsi attraverso un processo sempre rivedibile di approssimazioni, avendo connaturata in sé un’animacongetturale, anti-palingenetica, auto-critica ed auto-correggibile, che non ipostatizza l’Idea ma la rilancia indefinitamente in avanti, verso un futuro mai pienamente compiuto e sempre esposto allo scacco, al fallimento. Con un solo punto saldo: la condivisione realmente democratica della direzione di marcia.


[1] Cfr. Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, DeriveApprodi, 2016 e Id., Il socialismo è morto. Viva il socialismo!, Meltemi, 2019.

[2] Negli esiti più paradossali e bizzarri, ma per niente infrequenti, “populismo”, “sovranismo”, “complottismo” e oggi anche “negazionismo”, diventano – in una sorta di “catena equivalenziale” – termini sovrapponibili o del tutto sinonimi, pronti all’uso, come delle etichette preconfezionate, per silenziare la critica.

[3] La questione del determinismo marxiano, tuttavia, è una questione “aperta”, visto che l’ultimo Marx, riflettendo sulle condizioni della Russia di fine Ottocento, non considerava del tutto irrealistica l’idea che la società russa potesse approdare direttamente al socialismo, senza passare attraverso una fase capitalistica.

[4] Formenti, come già ampiamente documentato dai suoi recenti lavori, ha uno sguardo particolarmente interessato alle recenti “rivoluzioni bolivariane” dell’America latina. Anche ne Il capitale vede rosso si cimenta con un bilancio critico di queste esperienze, per individuarne limiti e potenzialità