Il commissariamento, per quanto meritato, di un ceto politico indegno e spesso inconsistente comporta anche una lesione strutturale del regime democratico: occorre una “vigilanza profetica”, all’esterno del potere costituito, per rilanciare il conflitto

L’enigmatico e insignificante slogan grillesco “Le fragole sono mature” esprime alla perfezione, nel suo fuori sincrono, lo smarrimento del ceto politico e mediatico italiano, riassume tutte le idiozie, lecchinaggi e agnizioni che hanno funestato la scena corrente prima ancora che il Drago Salvatore enunciasse un programma di governo. Che vuol dire che le fragole sono mature? Un cazzo. Però a forza di ripeterlo, troveremo che si adatta benissimo agli eventi.

Mattarella, come Bruto, è uomo d’onore, ma invocare «un governo di alto profilo, che non debba identificarsi con alcuna formula politica» è una bestemmia contro la democrazia, che si fonda sul conflitto e la politicità delle soluzioni che di volta in volta gli si impongono. Stare al di sopra delle parti o il berlusconiano «governo dei migliori» vuol dire semplicemente avallare il dominio di un’élite sottratta alla critica dal basso per diritto divino, patriottico e tecnocratico.

Cosa poi, nello specifico, significasse non identificarsi con alcuna formula politica lo ha spiegato la conversione europeista di Salvini, convitato inaspettato e imbarazzante al tavolo della spartizione del Recovery Fund. Avete accettato l’autorevole invito del Presidente? E adesso beccatevi il Felpa, che si porterà al Nord un po’ più dei soldi che comunque gli sarebbero toccati. E lasciate perdere gli orpelli green e di sinistra. Le fragole sono mature.

Dopo di che, il Presidente non ha fatto che registrare l’estinzione di un ceto politico putrefatto nel corso di uno o due giri di “consultazioni” ed “esplorazioni” in cui il più mascalzone ha messo nel sacco Conte e i suoi infidi sostenitori, intervallandolo con una gita spesata nel paradiso arabo dei diritti civili e del femminismo. Morire per Conte? Piangere su Conte e i suoi mentori Alpa e Casalino?

Prendere il lutto per l’inconsolabile perdita di Fofò, quello con giubba penitenziaria nell’immondo show dell’arrivo di Battisti a Ciampino? Nevermore, per dirla con il corvo.

Tuttavia, il commissariamento di tutto un ceto politico indegno o inconsistente, per quanto meritato, comporta anche una lesione strutturale del regime democratico, dei suoi principi costitutivi, della volontà popolare che si era incautamente affidata a quegli scappati di casa. Un passo in qualche misura irreversibile.

Diverso sarebbe stato il rovesciamento di quel ceto per un’insurrezione morale o fisica dal basso: allora sarebbe stato un risanamento, un ritorno alla logica fondativa della democrazia, un principio di nuova selezione, rappresentanza o addirittura di partecipazione diretta.

Avete visto qualcuno scendere in piazza per difendere il Conte bis? O il Conte ter? Cortei? Immolazioni per fuoco?

Comunque, adesso è andata e il problema è come la dragocrazia, incensata da insulsi giullari, si muoverà dal consenso fiduciario alle scelte concrete, che necessariamente scompagineranno la troppo vasta e opportunistica maggioranza.

Commissariamento della politica e dei partiti non significa tuttavia che non si producano effetti in quei campi. Effetti perfino di verità. L’arrivo di Draghi ha fatto emergere nella Lega la componente padana e padronale, sempre determinante ma offuscata in tempi recenti dalla tentata conquista del Sud con argomenti nazionalistici e vetero-fascisti e dalla demagogia di superficie su zingari, barboni e migranti.

A destra vacilla Salvini, malgrado il trascolorare camaleontico, e vince più Giorgetti che Berlusconi. Simmetricamente ha risvegliato le cellule dormienti renziane nel Pd e ha rimesso in discussione la linea dell’alleanza giallo-rossa Pd-5 Stelle-Leu e di conseguenza la fallimentare segreteria Zingaretti e la tenuta unitaria di Leu, tenuta insieme solo da quell’improbabile prospettiva. A Meloni rimane il monopolio dell’opposizione, con molteplici vantaggi istituzionali (le commissioni di garanzia) ed elettorali.

Il M5S continua a sfasciarsi, ma questa non è una novità. Sul futuro di Conte è presto per fare previsioni.

Eppure, prendiamone atto – più con smarrimento che con entusiasmo – una fase è finita, la fase in cui il ciclo reazionario si esprimeva e si urtava con una logica partitico-rappresentativa, in cui si davano alleanze di segno opposto, svolte, tradimenti, calcoli elettorali. Con il commissariamento dei partiti il discorso è cambiato e diventano irrilevanti i progetti e le argomentazioni di prima.

Cosa contano l’infame Renzi, il sonnolento Zingaretti, il traditore Salvini (per la destra) o il traditore Bersani o Fratoianni (per la sinistra)? Tutte le fragole forzate in serra e a pesticidi e Ogm sono sui banchi del mercato e disponibili per il frullato. È successo solo in Italia e non so dire se siamo il laboratorio del mondo o un caso disperato. Forse è la nebbia covidica che si leva nei malati, nei guariti, negli asintomatici.

Draghi (cioè la parte più efficiente e collegata alla finanza internazionale della nostra ansimante borghesia) presenterà domani i propri programmi e ne parleremo. Ma appunto, non ci sarà molto da dire sulle forze politiche che, in tempi ordinari cercavano di mediare e conferire egemonia sociale a quegli interessi economici. Trionfa il populismo dall’alto e sempre più spesso la stampa parla di LUI, mentre i leader di partito si contorcono per mimetizzarsi o intestarsi contenuti, preoccupati solo di non fare troppo una figura di merda. Ah, il “perimetro”!

Foto da Flickr

Con il che non cessa il conflitto, solo che ne cambiano i soggetti. E qui chiamiamo in causa la felice espressione cui si è appellata, rompendo il coro dei chierichetti, “Famiglia cristiana”: non basta fidarsi di chi ha studiato dai gesuiti, hanno scritto gli amici bergogliani con ragguardevole humour, bisogna vedere quali programmi ha. E per vederlo e, all’occorrenza, criticarlo, occorre “vigilanza profetica”.

Che vuol dire “vigilanza profetica”? In soldoni – visto che l’egemonia sul campo e dunque quella lessicale se la sono guadagnata loro – vuol dire “dualismo di potere”. Vuol dire stare all’esterno del potere costituito, dentro il quale è finita o sospesa la possibilità di interlocuzione dialettica, e contrastarlo da fuori, come facevano i profeti con i re devianti di Israele, come i cristiani più radicali hanno a volte fatto con le ingiustizie mondane legittimate dall’alto. Opposizione immaginosa e simbolica alla pseudo-verità economica e tecnocratica. Che fa appello alla sofferenza e all’immaginazione laddove una verità alternativa ha temporaneamente fallito.

Ogni vigilanza – come ogni dualismo di potere – è provvisoria, instabile, a rischio di non consolidamento o forse destinata a restare solo un contrappeso (che pure è una forma di istituzione). Questo è quello che passa il convento – e mai metafora fu più appropriata – ma che volete farci? Siamo in questo mondo ma non siamo di questo mondo. Non sono parole nostre originali, ma si adattano ai tempi. Neppure esodo è un termine che ci eravamo inventati noi.

Per tornare sulla terra dopo il rapimento estatico, vale la pena leggersi De Vico sul “Corriere”, quando disegna il perimetro (stavolta il termine è giusto) della tenuta del sistema industriale del Nord che ha retto all’emergenza Covid grazie al tacito accordo fra padroni e sindacati e all’impegno di operai automuniti meno esposti al contagio del trasporto pubblico. La Padania ha spostato il made in Italy sui beni intermedi e i macchinari piuttosto che sui prodotti “iconici”, “europeizzandosi” cioè inserendosi in una parziale correzione della globalizzazione e filiere ridotte in senso continentale.

In altri termini: tenuta (subalterna, non “iconica”) del solo Nord in un’Europa a egemonia tedesca e francese.

Con le zone d’ombra che De Vico definisce, con eufemismi assortiti, «disaccoppiamento tra manifattura e servizi, con la crisi verticale delle attività del turismo, della ristorazione, della cultura e degli eventi», «ristagno degli investimenti e al parcheggio dei soldi nei conti correnti» e infine, ahi dolori, «rischio chiusura delle aziende più deboli e più distanti dalle filiere resilienti».

A questo punto potrebbe venir meno la paziente resilienza degli addetti a tali sfortunate filiere, oltre a quella dei lazzari del resto d’Italia e dei precari disaccoppiati e irristorati. Potrebbero così risuscitare “eventi” di altri tipo. L’economia informale ci unisce al resto del mondo: è stato il motore del neoliberismo, può diventare la sua polveriera. Questa è la materia per l’intervento profetico. La materia ci sta, i profeti vedremo.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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