Aprile 17, 2021

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Ricostruire la missione universalistica del Sistema Sanitario Pubblico: analisi e proposte per un radicale cambio di sistema

È ormai indubbio che un sistema di sviluppo irrispettoso degli equilibri del pianeta, con l’invasione delle foreste tropicali, la sottrazione degli animali al loro habitat e dunque la distruzione degli ecosistemi con conseguente liberazione dei virus dai loro ospiti naturali, ha aumentato la probabilità per questi microrganismi di adattarsi a nuovo ospite, l’Uomo, per poi avere grazie al mondo globalizzato una corsia preferenziale per dar luogo ad una Pandemia.

Eppure ci si è trovati impreparati innanzi a tale fenomeno per una mancanza di politiche preventive dipesa, ancora una volta, dal modello economico-sociale dominante con le continue privatizzazioni e l’irruzione delle logiche del Mercato nella Medicina, generando un sistema incentrato sul profitto trasformando la salute in una merce. Essendo l’unico scopo delle lobby private del settore quello di massimizzare i profitti, queste sono disinteressate ai servizi territoriali e alla prevenzione che, sottraendo loro dei clienti, diventa un’antagonista, o usando un temine proprio del Mercato, un competitor. Di riflesso, chi governa la sanità pubblica ha introiettato la logica, i valori e le priorità della sanità privata, modellando il servizio sanitario in funzione degli interessi dei grandi potentati economici presenti nel mercato sanitario privato.

Con la legge 833 del 1978, in linea con il principio solidaristico dettato dalla Costituzione Italiana, si istituì il Servizio sanitario nazionale con accesso gratuito ai servizi, perché sostenuto dalla fiscalità generale con una proporzionalità in relazione alle differenze di reddito. Nei primi anni 80, contemporaneamente alla diffusione delle teorie liberiste e l’ascesa al potere di Margareth Thatcher e Ronald Reagan, anche le priorità dell’OMS si modificarono in profondità: l’iniziativa privata e il mercato occuparono uno spazio sempre maggiore nell’elaborazione dei programmi sulla salute e ancora oggi ne condizionano pesantemente le scelte.

Nel 1992 vennero firmati i trattati europei di Maastricht che cambiarono il principio fondamentale dell’Unione Europea, non più la solidarietà tra popoli, i diritti fondamentali o il bene comune, ma il culto indiscutibile della stabilità dei mercati. Nello stesso anno, il d.l. 502 inserì nella legge 833 elementi tipici del settore privato, e la logica aziendale entrò dentro al Servizio Sanitario nazionale. Le Usl furono trasformate in Asl (Aziende Sanitare Locali) e in Ao (Aziende Ospedaliere), separando l’attività territoriale da quella ospedaliera, alla quale sarebbe stata destinata la maggior parte delle risorse. Nel 1999, il “decreto Bindi” diede alle strutture private la possibilità di competere ufficialmente con quelle pubbliche.

A fronte degli ingenti tagli attuati dai governi negli ultimi 30 anni sotto le austere raccomandazioni dell’UE, si è passati da un numero di posti letto sul territorio nazionale da 530.000 unità nel 1981 a 215.000 mila nel 2016 (chiusura dei piccoli ospedali), e i dati OCSE 2019 dimostrano che l’Italia si attesta sotto la media europea per spesa sanitaria pro capite e pubblica, come Spagna, Portogallo e Grecia, i famosi PIGS tacciati di avere una situazione finanziaria deficitaria in base ai parametri di Maastricht e da sempre costretti alle famose politiche “lacrime e sangue”.

La salute è dunque il risultato di scelte economiche, culturali e sociali e nel momento in cui l’attuale sistema liberista di mercato e di sovranità del privato comporta disagi e perdita di dignità per intere popolazioni e profitti per una ristretta élite, che si arroga il diritto di giocare e lucrare sulla vita delle persone, il punto di partenza è una rivoluzione politica e un cambio radicale di sistema che poggi sui valori della Costituzione Italiana che mette al centro l’universalità dei diritti, contro i precetti della globalizzazione neoliberista votata sulla concorrenza e sulla speculazione.

In primo luogo, va superata l’impostazione aziendalistica della sanità, fondata esclusivamente sulle compatibilità economiche, cancellare le varie forme di finanziamento pubblico alla sanità privata, e abolire le agevolazioni fiscali per la spesa sanitaria privata veicolata da assicurazioni e fondi sanitari. Inoltre, per svincolarsi dalle speculazioni delle multinazionali farmaceutiche occorre realizzare un’industria pubblica del farmaco, dei reagenti di laboratorio e dei dispositivi biomedicali.

Ovviamente, la destinazione della spesa sanitaria pubblica deve essere adeguata e indirizzata verso la prevenzione primaria, più si investe in prevenzione più diminuiscono le malattie, meno si spende nella cura più si risparmia. Ricreare una disponibilità di posti letto ospedalieri in linea con le esigenze della popolazione, e sbloccare le assunzioni di decine di migliaia di medici e altro personale sanitario, rifinanziare opportunamente i Lea ossia le prestazioni pubbliche fornite attraverso la fiscalità generale. Superare, inoltre, le differenze tra i territori rimuovendo ogni ipotesi di “regionalismo differenziato”, garantendo uniformità di qualità e accesso alle cure in tutta la nazione.

Infine, ripartire dalla Medicina Territoriale, attraverso il Distretto sociosanitario, l’articolazione territoriale dell’Azienda sanitaria locale che assicura alla popolazione residente l’assistenza specialistica ambulatoriale, l’assistenza domiciliare integrata, e sarebbe un presidio per l’identificazione dei positivi e tracciamento dei contatti ma anche per il controllo delle malattie croniche, con l’obiettivo di diminuire i ricoveri ospedalieri e nelle RSA.

Nella pandemia da Covid-19, le disuguaglianze e le differenze di classe sono riemerse in tutta la loro forza, nella trasmissione favorita da una vita trascorsa in ambienti domestici ristretti e sovraffollati e nelle cure dalle quali molti, soprattutto anziani, sono stati esclusi. La consapevole sottovalutazione dei rischi dell’epidemia da parte di alcuni Stati, conseguenza dalle pressioni esercitate dai potentati economici sui Governi, ha fortemente contribuito alla diffusione del virus soprattutto fra le classi socialmente più deboli, obbligate a lavorare privi dei necessari strumenti di protezione individuali, in ambienti insalubri, spostandosi utilizzando mezzi di trasporto affollati. Se una comunità è malata di povertà, disoccupazione, ingiustizie sociali, il suo benessere sarà sempre sottoposto ad alti rischi. Un mondo che dovrà affrontare nuove pandemie deve essere cambiato, deve esserne sostituito il modello di sviluppo e la Democrazia posta nuovamente nella posizione di dettare ordine sulla finanza e sui mercati. La salute non può essere ridotta a una variabile dipendente da scelte economiche, una buona sanità e una migliore salute collettiva è nelle scelte della Politica.

Di: Daniel Fabbricatore

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