Aprile 17, 2021

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Israele al voto: referendum su King Netanyahu

riceviamo e pubblichiamo

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Israele alle urne per la quarta volta in due anni. Dinamicità democratica o democrazia disfunzionale? Da notare che due tornate elettorali avverranno a breve in Palestina dove, al contrario, le elezioni sono rare e l’esito non obbligatoriamente rispettato. In teoria il primo semestre 2021 apre spiragli per una svolta ai rapporti, ma tutto è similmente condizionato dal loro elettorato disilluso.

Le elezioni israeliane del 23 marzo suscitano un concorde pessimismo degli osservatori di Haartez.
Così Gideon Levy “Non c’è mai stata un’elezione così pericolosa. Ora che le piattaforme di partito sono cancellate e i confini ideologici offuscati, e anche i vecchi cliché – “Dividerà Gerusalemme”, “Porterà la pace”, “Buono per gli ebrei” o “Capisce gli arabi” – hanno lasciato il posto all’unica cosa all’ordine del giorno: Netanyahu – sì o no.”
Così Alon Pinkas (diplomatico e consigliere per la politica estera in numerosi governi) “Quindi, l’elezione solleva una scelta chiara: continuerà l’inesorabile scivolamento di Israele verso una democrazia illiberale o sarà frenato da un’improbabile coalizione di destra, centro e sinistra laica?”

Il  futuro dipende da un numero: 61

Il Parlamento, Knesset, conta 120 parlamentari, la maggioranza minima per formare una coalizione di governo è “61”. Per Benjamin Netanyahu sarebbe approdare alla terra ferma che gli darebbe la stabilità parlamentare per far approvare leggi che gli garantiscano l’immunità dai processi penali per corruzione, frode e violazione della fiducia che gli pendono sul capo. Per i partiti rivali, invece, “61” è una sabbia mobile nella quale abitualmente affondano per spaccature interne, disaccordi, tradimenti. Nel 2019 le opposizioni conquistarono ben 65 seggi e nel 2020 62, ma senza riuscire a governare.
Altro numero d’importanza fondamentale è 3, 25%, soglia d’ingresso in Parlamento. Considerando l’aspettativa di un’affluenza non alta e che i partiti  in lizza sono 14, molti  resteranno esclusi.

Le ragioni dell’elettorato: pro o contro Netanyahu

Dal 1967 lo scisma politico era segnato dal futuro dei Territori  Occupati: problemi come i confini, sicurezza, futuro delle Colonie. Al presente tutto ciò conta occasionalmente, la divisione sulla quale gli analisti concordano è conservare o licenziare l’attuale capo del governo.
Che cosa può spingere un elettore a votargli contro?  L’idea che se Netanyahu riuscirà a formare il governo farà approvare leggi che lo proteggono dalla minaccia dei suoi processi, ingabbiando la magistratura, indebolendo gravemente e ulteriormente i controlli e gli equilibri della democrazia, frenando la libertà di stampa.

Il Likud (Consolidamento) è il partito modellato da e su Netanyahu. Ha una compatta maggioranza, è sionista – ma quasi tutti i partiti si dichiarano tali – è conservatore, liberista in economia e spregiudicatamente estende le sue possibilità di alleanza. Sia verso il centro sinistra –  come nel governo in carica, grazie all’accordo che spaccato Kahol Laval di Benny Gantz –  sia  verso la destra: i partiti religiosi ultra-ortodossi e il Sionismo Religioso. Alla campagna elettorale Netanyahu è approdato con il pacchetto degli Accordi di Abramo, della sovranità sulle Alture del Golan, di Gerusalemme capitale, corposi regali di Trump in pratica molto ridimensionati; inoltre può promettere copertura vaccinale anti Covid a tutta la popolazione entro marzo. Tutto ciò non gli sembra sufficiente e cerca un ticket aggiuntivo per incassare i famosi “61”: il voto degli Arabi-Israeliani.
Da separatista convinto, o peggio, questa volta si sta atteggiando a “unificatore nazionale” in stile Biden. Si rivolge loro chiedendone il sostegno. Scrive il magazine +972 “Sebbene la mossa sia un tentativo del tutto cinico di raggiungere quella decantata maggioranza parlamentare, è l’ennesima testimonianza di quanto potere politico abbiano guadagnato i cittadini palestinesi negli ultimi anni.”

Il voto disilluso e conteso dei cittadini arabi

I cittadini arabi di Israele in termini numerici rappresentano il 21% della popolazione e il 17% dell’elettorato. In teoria, la possibilità di occupare 20 seggi, ma l’affluenza al voto oscilla poco al di sopra della metà degli aventi diritto. Nel 2019 la Joint List, lista unita sotto Ayman Odeh, era compatta e avversa a Netanyahu; lo stesso nel 2020, fiancheggiando la lista Blu e Bianco di Gantz nella speranza di una spallata alle pratiche discriminatorie israeliane e di includere gli arabi nel nuovo governo, seguita dalla delusione del “tradimento” di Gantz.
Quest’anno i 4 partiti della Joint list si separano: la componente “Lista araba unita”, in ebraico Ra’am, d’impronta islamista è in progressivo avvicinamento a Netanyahu, il quale raggiunge lo scopo di indebolire il supporto alla Joint List e ridurre la possibilità che diventi determinante per formare un avverso governo di coalizione.

C’è una certa dispersione del voto degli arabi israeliani e sembra indicare che il sentimento di cittadinanza prevale sempre più su quello etnico. A volte in modo stupefacente, come nel caso di Mansour Abbas, capo di Ra’am, che da islamista tende verso un partito sionista che ha voluto rendere Israele istituzionalmente “stato ebraico”.
Una quota di elettori è orientata a sinistra e milita nel Partito Laburista; quest’anno, è una novità, è inclusa in lista Ibtisam Mara’ana, arabo-israeliana sposata con un ebreo e militante femminista, ma è stata subito una condizione incerta: polemiche interne al partito per la brevità della sua residenza nel collegio in cui si presenta e perché il suo rifiuto di stare sull’attenti alle celebrazioni del Memorial Day dei soldati israeliani ha causato grande sdegno sionista. Così la Corte Suprema ha votato per vietarne la candidatura.

Secondo il sondaggio del 24 febbraio nessuna praticabile coalizione sembra poter raggiungere il fatidico “61”. Con questo link  si accede all’aggiornamento delle inclinazioni degli elettori.

Intanto, da 35 settimane alla fine dello Shabbat sfidando la polizia, le restrizioni del Covid e  negli ultimi giorni anche il freddo di Gerusalemme, e completamente ignorate dal mainstream internazionale,  masse protestano e chiedono al loro Primo Ministro sotto processo di andarsene.

https://mcc43.wordpress.com/2021/02/25/israele-al-voto-referendum-su-king-netanyahu/

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