Il conflitto esploso improvvisamente tra Grillo e Conte sul futuro del Movimento 5 Stelle ha suscitato commenti diversi. I molti nemici o rivali dei 5Stelle all’interno del sistema politico come di quello mediatico, non possono che trarne motivo di soddisfazione.

Qualcuno (ad esempio Marco Revelli sul Manifesto) ne ha dato un’interpretazione prevalentemente psicologica, attribuendolo al classico schema mitologico del fondatore che cerca di divorare la propria creatura. Da altri versanti (soprattutto all’interno del PD) è emersa la preoccupazione che una disgregazione del Movimento comporti l’affondamento dell’unico alleato dotato di peso elettorale di cui attualmente possa disporre.

Gli esatti contenuti dello scontro non sono molto noti, dato che l’oggetto del contendere (il nuovo statuto del Movimento) è rimasto sconosciuto a tutti, tranne i due contendenti. Sembra di capire che si tratti soprattutto di un problema di equilibri di potere tra il fondatore che non vuole rinunciare al diritto di orientare la futura politica della sua creatura e il nuovo possibile leader che cerca invece di sottrarsi a questa ingombrante e talvolta imprevedibile tutela. Portare lo scontro alle estreme conseguenze avrebbe avuto conseguenze prevedibilmente disastrose per la credibilità di entrambe le fazioni e questa consapevolezza ha portato ad una temporanea tregua. Come succedeva nelle vecchie liturgie democristiane, sono intervenuti i pontieri per cercare di ricucire i rapporti tra i due cavalli – non propriamente – di razza.

La vicenda mette in evidenza come la retorica sulla democrazia diretta, “uno vale uno”, la piattaforma digitale per le votazioni ecc., abbia in realtà prodotto uno strumento politico privo di meccanismi comprensibili di gestione del conflitto politico interno e una brutale personalizzazione del potere reale in assenza di sedi di confronto e di una reale partecipazione di una “base” che risulta, al dunque, molto fantomatica.

Ma resta il dato di fondo della crisi, che non può essere ricondotta solo a questioni personali ed ha invece a che fare con l’identità del Movimento e il suo ruolo nel sistema politico. L’onda populista che Grillo ha saputo abilmente cavalcare nella forma “post-ideologica” (né di destra né di sinistra) si è in parte esaurita e in parte è stata riassorbita dalle forze di destra. Aveva potuto avvalersi della crisi dell’egemonia liberista che in Italia è stata accentuata dalla lunga fase di stagnazione economica. A questa si sono aggiunte le politiche di austerità introdotte a seguito della crisi finanziaria del 2008. Il Movimento 5 Stelle ha intercettato una domanda di cambiamento che proveniva da diversi strati sociali con interessi tra loro contraddittori, con particolari punti di forza nel centro-sud e tra l’elettorato giovanile.

Il quadro politico presentava una serie di condizioni ottimali che avevano favorito la crescita della proposta populista, con la temporanea eclisse del centro-destra corrispondente al declino delle leadership di Berlusconi, Bossi e Fini, l’identificazione del centro-sinistra con le politiche liberiste e di austerità e la sconfitta subita dalla sinistra radicale dopo la seconda esperienza di coalizione larga sul modello ulivista, guidata da Romano Prodi.

La sconfitta della sinistra e la convergenza dei due schieramenti attorno al paradigma liberista, in un contesto di riduzione progressiva del voto di appartenenza che consente improvvisi e consistenti mutamenti negli orientamenti elettorali, ha lasciato aperta una finestra di opportunità nella quale il movimento di Grillo ha potuto inserirsi con indubbia abilità.

L’accesso al governo ha però evidenziato diverse contraddizioni tra i quali l’inadeguatezza dell’approccio cosiddetto post-ideologico ad affrontare scelte politiche che tendono a ricadere nel tradizionale cleavage destra-sinistra e la fragilità di un movimento che ha scelto consapevolmente di non costruire una presenza organizzata sul territorio affidandosi totalmente allo strumento digitale.

Sono questioni che ritornano nello scontro tra Grillo e Conte. Da un lato non si vuole abbandonare totalmente l’ispirazione populista originale, pur attenuandone le caratteristiche anti-sistema, dall’altro si prospetta un orizzonte moderato, inserito pienamente in un’alleanza i cui il PD si consolidi come forza dominante.

La formazione del governo Draghi non poteva non acuire le difficoltà e le contraddizioni interne al Movimento 5 Stelle, con il progressivo abbandono dei temi che avevano caratterizzato le sue precedenti esperienze di governo (Reddito di cittadinanza, riforma della Giustizia, ecc.), oltre alla chiusura di ogni spazio alla presenza di figure non allineate nelle strutture nelle quali il Governo interviene con le proprie nomine. L’establishment, grazie alla presenza di Draghi, è in grado di consolidare il proprio controllo, garantendo la coerenza di questi strumenti di intervento economico e finanziario della Stato (ad esempio la Cassa Depositi e Prestiti) con i processi di ristrutturazione e consolidamento del capitalismo italiano immaginati nel PNRR.

Per il Governo Draghi si prevede ora una lunga vita che, al di là dell’emergenza sanitaria, arrivi fino alla normale scadenza della legislatura nel 2023. Un periodo di tempo ritenuto sufficiente per consolidare gli indirizzi contenuti nel Piano, ma anche per tutelare l’Italia da un troppo rapido ritorno in campo dei sostenitori europei delle politiche di austerità e del vincolo del pareggio di bilancio. Ma in questo orizzonte temporale, che vede convergere gli interessi della Lega e del PD, entrambi impegnati a ricostruire o mantenere la leadership all’interno di un confronto bipolare, il Movimento 5Stelle risulta essere il soggetto più fragile. Per questo sembra difficile che la sua crisi possa avere una soluzione in tempi brevi. Se mai potrà averla.

Il Movimento 5 Stelle alla ricerca di una difficile via d’uscita

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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