La povera gente muore ogni giorno. Più volte nello stesso giorno. Muore a stento, avrebbe chiosato De André cantando malinconicamente all’ombra dei caruggi genovesi. La povera gente diventa misera in tutto: d’animo, inaridita e scarna di pensieri e voglia di vivere dopo essere stata licenziata con un sms, via WhatsApp; dopo aver attraversato il deserto e il mare, stipata prima in camion ondeggianti per il troppo peso ad ogni duna del Sahara, ondeggiando poi tra le onde del Mediterraneo.

Se sopravvive a precarietà, licenziamenti in tronco, xenofobia, razzismo, lager moderni e torture antiche, allora si trova l’una accanto all’altra: in Italia, magari a Voghera. Nella pianura del grande fiume, dove i filari degli alberi costeggiano strade lunghe, assolate d’estate, mentre d’inverno la nebbia le ricopre con un pietoso manto che non nasconde tutti i disagi sociali di un Nord progredito molto nel corso degli ultimi decenni, ma retrocesso altrettanto sul piano della considerazione umana, dei diritti sociali, civili e della moralità in senso generale.

Il fenomeno leghista, fin dai suoi albori, ha logorato la rete di solidarietà costruita dai comunisti e dai socialisti nel ‘900: il triangolo industriale è diventato un triangolo delle Bermuda, dove affondano le speranze di tanti indigenti, di modernissimi proletari alla ricerca di un futuro per sé stessi e per quella famiglia che si sono lasciati in Africa o che abita dietro l’angolo, che parla meneghino, piemontese o veneto.

L’asse strategico del nuovo Nord viaggia sulla linea del Po da molto tempo. Mussolini ne fece l’ultima roccaforte del suo fascismo decadente, sotto tutela nazista: al Teatro Lirico di Milano pronunciò il discorso del congedo da una storia che aveva era passata dagli anni della farsa a quelli della brutalità dittatoriale per finire nella più ingloriosa delle tragedie. I leghisti indipendentisti di un tempo, nonché quelli neonazionalisti di oggi, hanno inventato dei bisogni fittizi per creare una nuova pseudo-ideologia che ha segnato la vita di una parte rilevante del Paese, mettendolo in contrapposizione con il Sud, spingendo alla stigmatizzazione delle differenze piuttosto che alla loro valorizzazione.

Accanto gli uni agli altri, i poveri italiani e i poveri migranti si fanno la guerra nel nome della primazia etnica, dell’autctonismo rivendicato dai sovranisti, che incitano alla discontinuità dei diritti ma non dei doveri, all’ineguaglianza come espressione più chiara possibile di quella natura delle destre già studiata con grande dovizia di analisi da Norberto Bobbio.

Così, il morto ammazzato, sposato e padre di due figli, spesso ubriaco, vagabondante tra le vie di Voghera, fastidioso per lo spettacolo che dà ogni giorno, viene messo in correlazione con l’uomo padano (o prima italiano…) che ha la pistola. Il capitano incalza: parla di “legittima difesa” e, al contempo, invoca il garantismo della giustizia, si duole per la morte dell’africano e ne elenca tutte le malefatte, così che si capisca bene che le attenuanti generiche del caso sono già state individuate e proposte all’opinione pubblica. Giudichi il sacro tribunale del popolo, quello piacevolmente giustizialista, che piace tanto ai sovranisti.

In fondo, quando un uomo marocchino sbronzo e molesto incontra un uomo autoctono con la pistola carica, il primo è un uomo morto se il secondo, spintonato, inciampa e cade e spara “accidentalmente“. Sarà la magistratura ad accertare il tutto. Ma per il trentanovenne Youns El Boussetaoui, «…preso in pieno petto…» dal colpo di pistola, come riferiscono i carabinieri, non c’è grande cordoglio dal campo sovranista. La corsa è al fare quadrato attorno allo sceriffo della zona, a chi girava sempre (o quasi sempre) armato per le vie della sua città, per controllare le zone più problematiche, facendo apparire Voghera come un quartiere malfamato di qualche metropoli statunitense.

Il securitarismo spinto all’ennesima potenza, nonostante i leader delle destre sostengano che fare ricorso alle armi e uccidere rimane l’extrema ratio. E ci mancherebbe ancora! In un Paese democratico, sociale e civile il possesso di armi private non dovrebbe essere accettato come protesi della presunta insufficienza dello Stato nella prevenzione del crimine. Ma in uno Stato immaginario come quello appena descritto, dovrebbe essere anche un non luogo politico la formazione di una maggioranza che vada da Speranza a Salvini passando per Renzi, Di Maio e Berlusconi.

I peggiori incubi della fantapolitica si sono avverati: complice la pandemia, ma più di tutto la necessità di proteggere i privilegi mercantilistico-capitalisti dei grandi potentati economici del Paese. Se muore un migrante, se rimane sul selciato davanti ad un bar di Voghera; se un assessore gira armato e col colpo in canna, si può descrivere il tutto come un “effetto collaterale” di una guerra non dichiarata al disagio sociale trasformato in problema di sicurezza pubblica.

I giustizieri della notte girano anche di giorno nel Bel Paese, vestono bene, in giacca e cravatta. Hanno titoli accademici, onori e oneri. Portano tutto addosso come medaglie appuntate dalla storia di un movimento che ha fatto della discriminazione razziale, dell’odio e del disprezzo verso ogni minoranza (etnica, religiosa, culturale, sessuale…) l’asse portante di una politica che ha inquinato le coscienze e ha capovolto il senso comune. Quel tremendo “buon senso comune” che è una certezza effimera, una traslitterazione ambigua e disomogenea di un dettato costituzionale tradito con regolare costanza e con punte di eccessi sempre maggiori.

Chi prende in petto una pallottola, alla fine, se l’è meritata perché non era certo uomo delle istituzioni, nemmeno con un passato nelle forze dell’ordine o come docente accademico. Soltanto un povero derelitto, un ultimo della società, considerabile solo nella misura in cui non disturba e se ne sta nel suo angolo miserabile. Ubriachezza molesta, violenza, stramazzi, urla, spintoni. A chi non darebbe fastidio tutto ciò? Ma la risposta è estrarre una pistola e minacciare di sparare?

Troppo arduo spiegare ai leghisti che una società evoluta è quella che inizia a considerare i problemi sociali nella loro interezza piuttosto che affidarsi alla facile soluzione securitaria. E’ una impresa impossibile. La loro risposta sarà sempre in sintonia con gli umori giustizialisti del popolo, con la voglia di linciaggio che ha il suo corrispettivo parolaio nella vendetta chiesta a gran voce, con il codardo coraggio tipico dei “leoni da tastiera“. Sbruffonerie spavalde che si risolvono, per fortuna, molto spesso in polemiche fini a sé stesse, ma che sono uno degli indici di involuzione dell’incultura popolare.

Se la risposta è questa, hanno già vinto le destre sovraniste, perché si è perso completamente il rapporto tra offesa e difesa, tra illecito e lecito, tra ingiusto e giusto, tra azione e reazione uguale e contraria. Ma se la risposta può ancora essere un’altra, allora bisogna non stancarsi di lavorare perché al Far West si sostituisca ancora una volta lo Stato di diritto, che avrà mille difetti ma che, almeno in linea di principio, usa i codici e non le pistole.

Di Nardi

Davide Nardi nasce a Milano nel 1975. Vive Rimini e ha cominciato a fare militanza politica nel 1994 iscrivendosi al PDS per poi uscirne nel 2006 quando questo si è trasformato in PD. Per due anni ha militato in Sinistra Democratica, per aderire infine nel 2009 al PRC. Blogger di AFV dal 2014

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